Nell’Emirato non sono mai state pagate tasse e l’introduzione dell’Iva ha rappresentato un vero shock. Più psicologico che materiale

«Qui non ci sono più soldi: per questo hanno messo le tasse», sentenzia Svetlana, cameriera di una delle decine di bar che affollano JBR, la spiaggia trendy di Dubai, quella – per intenderci – sotto la Vela, il grattacielo sul mare diventato simbolo della luccicante città del Golfo Persico. Come tutte le sentenze da bar, anche quella della russa Svetlana è tranchant; dice una parte di verità, e ne nasconde un’altra. Sullo scontrino dell’HQ 459, ristorante nel nuovissimo stabilimento balneare La Mer, si legge VAT 5%: gli Emirati, infatti, hanno introdotto l’Iva e i prezzi sono aumentati del 5 per cento. Per colpa del petrolio crollato negli ultimi tre anni, gli emiri sono stati costretti a correre ai ripari per ripianare i loro bilanci statali, per la prima volta chiusi in deficit. Anche qui hanno scoperto le tasse e il fisco, e per Dubai, che vive di turismo e shopping, è stato uno shock, più psicologico che materiale. Qui non sono mai state pagate tasse: né quelle sui redditi, né quelle indirette. Con un Paese dove un barile di petrolio costa meno di una bottiglia di Evian, e dove il pieno ai distributori non si paga (se sei un locale), l’emiro Sheikh Zayed, di fatto il monarca assoluto degli emirati, ha sempre garantito ai concittadini un tenore di vita altissimo: panem et circenses, entrambi abbondanti. Fine del Bengodi? Sì, ma anche no.

L’Al Wahda Mall, in una zona periferica di Abu Dhabi, è un grande magazzino, gigantesco per gli standard italiani. Nella capitale degli Emirati, dove si fa a gara per inaugurare shopping mall sempre più faraonici, è quasi un market di quartiere. Nel negozio Mamas&Papas, catena di prodotti per l’infanzia, la cassiera Fatima se la ride da sotto il velo. Viene da Amman, Giordania, è una dei milioni di immigrati che tengono in piedi l’economia di Dubai facendo lavori che gli emiratini non vogliono e comunque non potrebbero fare. Fatima racconta la frenesia di expat, turisti e locali poco prima dell’arrivo della temuta tassa. Tutti compravano a man bassa, in preda a un parossismo da shopping, con i negozi presi d’assalto. Tanto rumore per nulla: l’impatto dell’Iva è stato quasi impercettibile. «Il 5% di Iva sulla maggior parte degli articoli di questo negozio sono un sovraccosto inesistente, infatti non c’è alcuna crisi né abbiamo venduto di meno».

Quel 5%, però, diventa fonte di preoccupazione e lamentele per le strade del Gold Souk. Siamo nella città vecchia vicino al Creek, il fiume (in realtà un’insenatura del mare), nel quartiere di Bastakiya, dove mercanti persiani fondarono un avamposto nell’Ottocento. Nel mercato, tra le vie, ci sono degli spazi disponibili. Non era mai successo prima: una volta le bancarelle del Souk avevano prezzi folli, ammesso che se ne trovasse una disponibile. Dubai è sempre stata uno snodo nelle rotte marittime dell’oro, tanto da meritarsi l’epiteto di “Città dell’oro” (prima di diventare la metropoli globale della movida). Il metallo prezioso arriva dalle miniere dell’Africa e dalle montagne della Russia e della Cina, e qui si rivendono prodotti finiti a grossisti stranieri, tra cui molti occidentali. Ora, però, per colpa dell’Iva, le vendite di gioielli sono crollate: dal debutto della tassa, si sono dimezzate. «Dubai non è un mercato al consumo per i gioielli, ma un centro di distribuzione globale. Prima che i clienti capiscano che possono avere un rimborso dell’Iva quando le merci lasciano il Paese, ci vorrà del tempo», dice Chandu Siroya, vice presidente della Dubai Gold&Jewellery, la Confindustria locale dell’oro. Il settore viene da dieci anni di crisi: dal crack immobiliare del 2008, quando Dubai rischiò di andare a gambe all’aria, la domanda di oro è sempre scesa, e l’anno scorso aveva toccato il minimo da venti anni. Per fortuna, il Dubai Mall è sempre pieno.

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