Appendice

Ai confini, nella realtà: il libro definitivo sulle frontiere

di ELENA LOEWENTHAL
IL 104 17.09.2018

Un atlante fa luce, secondo diverse prospettive e senza pregiudizi, su un concetto che nel tempo della Rete sembrava obsolescente ed è invece ridiventato centrale e problematico

«Le frontiere sono la mia prigione», cantava Leonard Cohen. Se, come tutti i veri profeti, anche lui si sentiva estraneo al presente in cui era capitato e dava voce alle verità che sentiva dentro di sé, nel caso di questa confessione si può essere o no d’accordo, ma certo vale la pena rifletterci su. Che cos’è una frontiera? Un limite oppure la condizione necessaria per riconoscere quello che siamo, e dove siamo? E a che cosa serve, una frontiera? A temerla o varcarla? Conoscerla o tenersene a distanza di sicurezza?
Oggi come oggi, le frontiere sono soprattutto territorio di conflitto: geografico, storico, mentale. D’altro canto, sono il necessario delimitare fra sé e l’altro, fra lo spazio fisico e quello interiore. Le frontiere sono dunque, prima di tutto, una serie quasi infinita di interrogativi: su noi stessi, su ciò che ci circonda e su ciò che ci definisce.
A queste e tante altre domande risponde l’Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni, curato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, che add editore pubblica in italiano nella traduzione e con la prefazione di Marco Aime. A dir la verità, più che rispondere, questo libro suggerisce domande e pensieri. Mette in gioco il suo lettore, ovunque si trovi. A incominciare dal paradosso d’inizio, che precede qualunque definizione di frontiera e qualunque mappa, fisica o mentale che sia: perché parlare di frontiere nell’era della Rete globale, dove si può navigare senza confini e financo senza un briciolo di orientamento, senza una meta da raggiungere né una tappa da coprire, è diventato più problematico – e interessante – che mai.
Ma, al di là del web, confini esistono e sono presenti – nella geografia e non soltanto: «Le frontiere, come le medicine, sono rimedio e veleno insieme. Dunque è questione di dosaggio», dice Régis Debray. E così questo libro ce le racconta secondo diverse prospettive, e lo fa senza pregiudizi, senza demonizzare né prendere qualsivoglia partito davanti alle settecentocinquanta frontiere che oggi separano gli Stati, il 55 per cento delle quali vengono definite “naturali”, mentre le restanti sono classificate come “artificiali”, vale a dire disegnate a tavolino, con un bel tratto dritto di penna.
Ma ci sono anche le frontiere invisibili, ereditate dalla storia. Ci sono le frontiere in fiamme e ci sono quelle che garantiscono una specie di pace proprio perché esistono. Ci sono le frontiere complicate, come nella regione di Cooch Behar – 198 piccole enclave chiamate chhit mahal (“briciole di terra”) fra India e Bangladesh. C’è la frontiera più militarizzata del mondo, quella che dal 1945 separa le due Coree e che fu tracciata da due giovani ufficiali americani che disponevano soltanto di una carta del National Geographic: reticolati di filo spinato circondati da una linea demilitarizzata larga 4 chilometri e lunga 238. Anche se chissà che cosa riservano i capricci della politica, a questo travagliato confine… Ci sono anche le frontiere da record, ad esempio quella più affollata (si fa per dire) che sta in Antartide: qui si incontrano Argentina, Australia, Cile, Francia, Norvegia, Regno Unito, Nuova Zelanda e un sacco di pinguini. Oppure quella più bassa, che separa Israele e Giordania a oltre quattrocento metri sotto il livello del mare, in mezzo al Mar Morto. O ancora quella più corta: appena ottanta metri su una lingua di terra fra Marocco e Spagna.
Del resto, se nel maggio del 1968 a Parigi i giovani che volevano cambiare il mondo gridavano «Les frontières, on s’en fout», a distanza di cinquant’anni esatti Donald Trump fa loro eco con un «Tutti vogliono le frontiere». In un caso o nell’altro, vale l’adagio di Lord Curzon of Kedleston (ministro degli Esteri della Gran Bretagna fra il 1919 e il 1924), secondo cui le frontiere «sono la lama di rasoio su cui stanno sospese le moderne questioni di guerra o di pace, di vita o di morte delle nazioni».

Questo Atlante delle frontiere aiuta a capire molte cose: in fondo, oggi, tanti confini, per noi europei, paiono svaniti nel nulla, anche se di fatto esistono ancora, all’interno e all’esterno dell’Unione europea. Non li vediamo, ma ci sono. Ci spiega, ad esempio, che cosa capita quando il confine è segnato da un fiume: sta in centro? Sul fondo? Su una riva oppure sull’altra? Ogni caso rappresenta una storia a sé. Come quelle frontiere che sono dei veri e propri muri, e sono molte di più di quanto non si creda.
Sfogliare queste pagine illustra bene quanto folle e vario sia il mondo e quante facce diverse abbia, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda e da chi lo guarda: ci sono frontiere venate di ironia, come a Baarle, che sta in Olanda, ma in cui si trovano 22 piccoli territori del Belgio entro i quali ci sono otto contro-enclave olandesi, e ci sono case d’abitazione con un muro in un Paese e la porta nell’altro. Ci sono frontiere che diventano cimiteri di migranti, e costellano il globo, nessun continente escluso. Ci sono terre di nessuno, che non stanno né di qua né di là del confine; d’altronde, la domanda sul “dove siamo?” risuona non di rado anche in questo nostro Vecchio Continente che, per certi versi, è più unito che mai, per altri vede sorgere dentro di sé nuovi confini, fatti magari non di filo spinato o di muri, ma di diffidenza, di pregiudizi, di orgoglio.
Ma, come ben si sa, le frontiere sono fatte anche, a volte soprattutto, per essere superate, ed è interessante capire come siano prima di tutto le parole a raccontare tale ambiguità: se “frontiera” viene etimologicamente da “fronte” e suggerisce l’idea che ci si possa guardare in viso da due versanti opposti, magari allungare un braccio per stringersi la mano, “confine” indica chiaramente che, oltre quel limite, c’è una fine, un nulla che è l’opposto della presenza.
Ciò che ci separa dagli altri è essenziale per capire chi siamo: l’identità non può fare a meno del confronto con l’alterità: è un amletico “essere o non essere” che non riguarda soltanto la geografia o l’appartenenza etnica, ma coinvolge ogni aspetto della nostra esistenza. Sappiamo chi siamo anche, forse soprattutto, grazie ai nostri confini: prendere in mano il proprio passaporto, magari soltanto per l’imbarco per un volo di vacanza, non è mai un gesto banale, fine a se stesso. Significa declinare le proprie generalità, riconoscere la propria storia. Sapere che, con il documento che abbiamo in mano, possiamo entrare, senza alcun visto, in cento e settantuno Paesi del mondo. Provare a immaginare quale sarà il futuro del nostro Paese e del continente che ci è toccato in sorte, con le sue frontiere che vanno e vengono, disegnando la storia di tutti noi.

Atlante delle frontiere. Muri, conflitti, migrazioni

A cura di Bruno Tertrais e Delphine Papin

add editore 2018
140 pagine 25 euro
traduzione di Marco Aime
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