Avrebbe potuto dire: «Basta, mi ritiro, ho già dimostrato di essere tra le migliori». E invece ecco lo sfizio di fare, adesso, quello che le va, di accettare le parti che nessuno si aspetta, di arrivare fino all’Oscar, chi lo sa. Intanto, si gode l'Emmy per la “sua” regina

Lo sguardo di traverso, ecco cosa. Claire Foy ci ha già insegnato che si può recitare anche solo con due occhi buttati lì di sbieco. Spiegano più delle parole, danno corpo e anima a tutto un personaggio, tutto un mondo. La giovane Elisabetta di The Crown, più vera del vero che possiamo soltanto immaginare, basta a forgiare il pedigree delle grandissime. Foy avrebbe potuto salutarci tutti: «Basta, mi ritiro, ho dimostrato di essere tra le migliori, non c’è più niente da vedere». La si immagina declamare il suo congedo con quel paio d’occhi che si diceva, guardinghi e infallibili. E invece poi il cinema ti chiama e cosa fai, non ci vai? Questo è il suo mese, questa è la sua stagione. Non è il punto d’arrivo, quello c’è già stato. È semmai una riconferma e lo sfizio di fare, adesso, quello che le va, di accettare le parti che nessuno si aspetta, di arrivare fino all’Oscar, magari già quest’anno, chi lo sa.

In cartellone c’è First Man (da noi Il primo uomo), lo firma Damien Chazelle, regista già da statuetta per La La Land: lei fa la moglie dell’astronauta numero uno, e cioè Neil Armstrong, e cioè Ryan Gosling. L’altro è The Girl in the Spider’s Web (qui Quello che non uccide), dirige l’uruguagio Fede Álvarez, è tratto dal romanzo di David Lagercrantz, che segue la trilogia Millennium di Stieg Larsson. Due caratteri all’opposto. Di là la moglie dell’eroe d’America, il simbolo del sogno possibile. Di qua Lisbeth Salander, la hacker post-punk che si avvia, col suo rigurgito femminista, a punire i maschi cattivi. Di là la donna che aspetta l’uomo, di qua quella che dell’uomo non ha bisogno: far da sé è meglio.

L'attrice Claire Foy in una scena di “The Crown”

Sembra un esercizio di retorica e di ironia, questa doppia faccia di Claire. O forse è la versione destrutturata della sua regina di Netflix, che era obbligata al ruolo di moglie e di madre e insieme era la monarca indipendente e severa, che al mondo proclamava: qui comando io. Foy, anche nella vita, è una ragazza più di sguardi che di parole, quando dice qualcosa lo fa con quel modo spiccio molto inglese, che pare rubato alla sua sovrana. «Essere piacenti sempre non è la vita vera. L’unico dovere per chi fa il mio mestiere è offrire al pubblico personaggi ben levigati». Chissà quanto avrà lavorato di cesello su quello sguardo regale.

Il privato di Claire è una terra quasi ignota. È stata commessa di supermercato e addetta alla sicurezza a Wimbledon, poi è arrivata la recitazione, i premi, un marito (il collega Stephen Campbell Moore), una figlia, una separazione. Che questo sia il suo momento (anche) al cinema forse non le frega granché, l’importante è aver fatto un buon lavoro. La Awards season deve ancora cominciare, e già la si immagina, sui tanti tappeti rossi che verranno, a guardarci tutti di traverso, come una regina.

P.S.
Quello che avete letto fino a ora è il testo apparso sul numero 104 di IL, uscito in edicola il 6 settembre. Mica l’avevamo scritto per caso, che è lei l’attrice dell’autunno-inverno che verrà. Quello sguardo, il 17 settembre, è andato a prendersi l’Emmy. Claire Foy ha vinto il premio per la migliore attrice in una serie drammatica, vale a dire The Crown. Doppio sguardo, a dire la verità: di evidente sorpresa all’annuncio della vittoria (i pronostici erano tutti per la Elisabeth Moss di The Handmaid’s Tale), di pacata soddisfazione al ritiro della statuetta sul palco. Lo rivedremo, lo sguardo regale, pure ai prossimi Oscar? Staremo a vedere.

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