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Fate presto, qualcuno baci Mitski

IL 104 13.09.2018

Che strano: nemmeno trentenne, in “Be the Cowboy” la cantautrice per metà americana e per metà giapponese esprime la nostalgia per una vita alle spalle

Un paio di mesi fa, Mitski ha ritwittato una fotografia scattata da qualche parte nel Montana. Ritrae un ragazzo, un certo Ben, alla fine di un suo concerto, le mani sul viso, emotivamente provato. La musica della cantautrice americana può fare questo effetto. Esprime il tumulto interiore di chi ha 25, 30 anni, con una compostezza che non t’aspetti da una chitarrista che è stata frettolosamente etichettata come “neo grunge”. Le sue canzoni sono drammi trattenuti, la cui sobrietà nulla toglie all’emozione.

Due anni fa, tutti parlavano di lei per via degli inni a bassa fedeltà dell’album Puberty 2 e, in particolare, di Your Best American Girl, la canzone che faceva a pezzi l’idea romantica del multiculturalismo, rappresentando i pensieri di questa ragazza, per metà americana e per metà giapponese, che cerca inutilmente di essere come il fidanzato e la di lui famiglia vogliono: appagata e integrata. Il suo nuovo album, Be the Cowboy, è più vario e adulto e meno drammatico, ma dimostra che in fondo alla musica di Mitski Miyawaki c’è ancora una mancanza, un vuoto da riempire, un’identità da costruire. È un racconto sulla vulnerabilità e sul desiderio di essere amata, scritto da una giovane donna che non ha avuto il tempo di stringere relazioni durature, avendo vissuto, per via del lavoro del padre, fra Nord America, Europa, Asia e Africa. Le canzoni sono vignette di due, tre minuti di durata, sorrette da ritmi disco modello Studio 54 e vecchi sintetizzatori, pezzi folk-rock e ballate interpretate con rinnovata espressività, arrangiamenti per fiati festosi e, ovviamente, chitarre elettriche, suonate però con parsimonia, perché Mitski ama cambiare e di recente ha rimesso le mani sul pianoforte.

Lei immagina l’album come il soliloquio d’una performer sola su un palco, illuminata da un faretto, una specie di musical off off Broadway senza trama, la cui protagonista racconta mille disperati modi per combattere la solitudine e finisce per vagare nuda per casa, implorando: «Qualcuno mi baci, sto impazzendo». È il disco di un’introversa che canta d’amori perduti e rimpatriate disastrose. E, infine, di due anziani che si ritrovano a ballare guancia a guancia nella palestra della vecchia scuola e intanto contemplano le loro esistenze svanire lentamente. Che strano: nemmeno trentenne, Mitski esprime la nostalgia per una vita alle spalle. Del resto, alle fan che le hanno affibbiato il nomignolo “mom” e che le chiedono consigli sulle cose del mondo, lei risponde con tono da saggia cinquantenne.

L’alienazione resta, solo che questa volta è rappresentata in modo più colorito. Il dolore, canta Mitski a un certo punto, mentre la musica trattiene a stento il dramma delle parole, è una perla che ti cresce in testa e, notte dopo notte, brilla e rotea su se stessa, impedendoti di dormire. Sono momenti come questi che hanno spinto Iggy Pop a definire Mitski la cantautrice americana più brava in circolazione e quel ragazzo a piangere appoggiato al muro, in un locale del Montana.

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