Filone nostalgico in decisa accelerazione, la fascinazione per edifici e luoghi in disuso continua a mietere vittime. Una nuova collana di guide d'artista racconterà, di ogni regione italiana, una geografia sconosciuta o dimenticata

Che cosa ci spinge ad allontanarci dai canonici sentieri di svago per andare a caccia di rovine? Da dove deriva questa attrazione per fabbriche diroccate, ex colonie e ville abbandonate? Perché allo scintillìo delle nuove architetture preferiamo lo struggimento dei vecchi calcinacci? Filone nostalgico in decisa accelerazione, la fascinazione per l’abbandono continua a mietere vittime, ispirando la creazione di progetti fotografici, itinerari di esplorazione, persino piani di valorizzazione museale. L’emozione è complessa, a conferma che la retromanìa è davvero la chiave per interpretare i fenomeni che ci circondano. Può limitarsi al piacere effimero della scoperta (inseguito dagli “urbex” più spericolati), ma quasi sempre prende una piega più poetica che innesca riflessioni sulla caducità dell’esistente. Talvolta, diventa spunto per progetti più ampi di condivisione. Per dire: il collettivo Spazi Indecisi di Forlì ha messo a punto sette percorsi tematici che si dipanano tra i tanti luoghi in disuso di quello spicchio di Romagna, come l’ex acquedotto Spinadello a Forlimpopoli, lo stabilimento aeronautico Caproni a Predappio, l’Acquaria Park a Pinarella di Cervia. «Queste testimonianze sono ciò che rimane della nostra urbanizzazione passata, attraverso i resti cerchiamo di raccontare il mutamento del territorio», hanno raccontato a La Stampa gli ideatori dell’iniziativa. «Il nostro è un progetto di valorizzazione culturale di un paesaggio che rischiamo di perdere: lo portiamo avanti attraverso visite guidate, performance artistiche ed esperienze di rigenerazione».

Il Cementificio Marchino Le Macine, Prato. Costruito nel 1926 e dismesso nel 1956

Enrico Tomasi

Ex-Pirelli, Livorno

Giacomo Zaganelli

Il vecchio mercato dei fiori di Leonardo Savioli a Pescia. Costruito nel 1951 e dismesso nel 1988nel 1956

Giacomo Zaganelli

È in questa scia che si inserisce l’uscita di Toscana. La mappa dell’abbandono, primo volume di XXI. Guide d’artista, il nuovo progetto della casa editrice Centro Di. La collana, spiegano da Firenze, punta a «costruire un percorso di esplorazione e conoscenza alternativo agli itinerari turistici tradizionali, pensato come un atto di responsabilità verso i territori protagonisti dei singoli racconti». Il piano dell’opera prevede la pubblicazione (a cadenza semestrale) di venti libri, ciascuno dedicato a una regione d’Italia, ciascuno curato da un artista che, di quelle province, racconterà una geografia sconosciuta o dimenticata. Verrà poi pubblicato un ultimo volume (il ventunesimo, da qui il titolo della collana), che li accoglierà tutti in una sorta di summa ideale. Prima uscita – si diceva – la Toscana. Il volume è firmato da Giacomo Zaganelli (nato a Firenze nel 1983, ideatore e curatore dell’intera collana) e prende le mosse dall’ampia mappatura digitale realizzata nel corso degli anni scorsi dall’autore, tramite Google Maps, dei luoghi toscani in disuso. Per Zaganelli, il colpo di fulmine è scattato a Berlino, città d’adozione, che inizia a frequentare dagli inizi degli anni Duemila. Racconta nell’introduzione:

«I primi mesi furono una scoperta continua. C’erano mostre e feste a qualunque ora e nei luoghi più improbabili. […] Con il passare del tempo iniziai a interessarmi in maniera sempre maggiore al modo in cui vecchi edifici venivano riattivati dai cittadini per sviluppare le proprie idee e attività. Ovunque andassi trovavo spazi mezzi abbandonati e mezzi riattivati. […] Con il senno di poi posso dire che, se oggi Berlino è la capitale europea delle culture, e una delle città dove si fa maggiore sperimentazione sociale, lo si deve anche alla presenza (e alla successiva conversione) di tutti quegli spazi vuoti di cui la città abbondava in ragione della sua storia recente. Una situazione di stallo in cui aree bombardate erano rimaste tali per decenni, zone centrali – oggi identificabili come il cuore finanziario della città – giacevano completamente deserte fino agli inizi degli anni Duemila»

Il sanatorio Banti, a Vaglia. Costruito nel 1939 e dismesso nel 1997

Giacomo Zaganelli

La fornace Brunelleschi, a Sieci. Costruita verso il 1774 e dismessa nel 2012

Giacomo Zaganelli

Il borgo di Villa Saletta, Palaia. Dismesso negli anni Trenta

Giacomo Zaganelli

L’illuminante esperienza tedesca spinge l’autore a interessarsi agli edifici abbandonati anche nel suo luogo d’origine. Inizia a girovagare, da solo. All’inizio nella piana fiorentina, poi sempre più in là:

«Ero talmente entusiasta che, ogni volta che rientravo in Toscana, dedicavo la maggior parte del tempo alla scoperta del territorio, girando in macchina, perdendomi in paesaggi mai visti e addentrandomi in territori di cui non conoscevo l’esistenza»

Il disegno della mappa inizia così a prendere forma, diventando il primo passo di una ricerca più ampia (sul tema della memoria storica, dell’archeologia contemporanea, del consumo di suolo e delle strategie di riuso) che cattura l’attenzione di urbanisti, architetti, ricercatori e autorità pubbliche. Toscana. la Mappa dell’Abbandono riavvolge il nastro. Nato per tradurre quel progetto digitale in un libro d’artista, è un po’ guida e un po’ diario di viaggio: raccoglie in sei itinerari una selezione di 40 luoghi tra quelli mappati da Zaganelli, li racconta in schede tecniche e storiche, li integra con gli appunti dell’autore, scritti a mano e stampati su una pagina leggera, in carta trasparente, per essere letteralmente sovrapposti alle note introduttive, in un continuo oscillare tra realtà e interpretazione personale. Scrive Zaganelli alla fine:

«In questi anni alcuni degli edifici inseriti nella mappa sono stati abbattuti, altri sono crollati e altri ancora sono stati in parte recuperati, ma la maggior parte di essi rimane vuota e in attesa: rovine contemporanee testimonianza del mutare della società e occasione per indagare le proprie radici»

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