Riprodurre sul metallo le sfumature che l’acqua crea sulle fondamenta dei palazzi. Nasce così una serie di mobili che sembrano specchiati nella laguna veneziana

«Marea richiama quell’atmosfera sfumata, leggermente nebbiosa, che sale dalla laguna di Venezia la sera, in autunno». Così Albino Celato, fondatore e anima dell’azienda di Crocetta del Montello (Treviso), racconta una delle novità presentate all’ultimo Salone del Mobile.

Marea è il nome della serie di mobili, contenitori, cassettiere in metallo disegnati dallo studio Zanellato/Bortotto e realizzati da De Castelli: un brand nato nel 2003, ma erede di un’esperienza di fabbri, abili nella lavorazione del ferro in tutte le sue evoluzioni, che arriva alla quarta generazione con Albino Celato. «Alla fine degli Anni 80, lavoravamo in gran parte per conto terzi, principalmente per alcune importanti aziende italiane di componenti di arredo. Ma presto sono nati desiderio e volontà di creare un nostro marchio, De Castelli, per mettere a disposizione di designer e architetti la nostra storia». Gli anni di esperienza sono tornati utili quando Giorgia Zanellato e Daniele Bortotto (la cui prima collezione, esposta al Salone Satellite di Milano nel 2013, si chiamava “Acqua Alta”) hanno deciso di lavorare a un progetto per ricreare sul metallo effetti quasi acquerellati. «Fin dal primo incontro, forse per il fatto che anche loro sono veneti, ci siamo subito allineati sul nome Marea, ispirandoci all’erosione dell’acqua sui metalli. Lo scoglio era tuttavia un altro. Marea era una sfida soprattutto per la difficoltà di un’applicazione molto graduale dell’ossidazione. Come si può vedere dal risultato finale, si parte con un’ossidazione importante, che va, via via, scomparendo, lasciando visibile il materiale naturale. Chi abbia avuto modo di osservare le fondamenta dei palazzi veneziani, affacciati sui canali, lo ha ben presente: a seconda dell’intensità con cui vi batte l’acqua, si producono negli anni effetti cromatici completamente diversi uno dall’altro. Sono questi che volevamo ricreare».

Da qui la scelta di produrre un oggetto semplice, a forma di parallelepipedo, che valorizzasse al massimo l’ossidazione molto scura alla base, che degrada verso l’alto. Evocare le amate foschie lagunari è stato complesso: «Abbiamo provato e riprovato, usando tempi di esposizione diversi. Finché è arrivata la giusta intuizione, che ha permesso di ottenere il risultato che stavamo cercando: così lo abbiamo messo in produzione. Come materiali di base, usiamo il ferro, l’ottone e il rame, che lavoriamo con ossidazioni sovrapposte, in tempi diversi, ottenendo questo particolare effetto, che perde intensità in altezza». Una volta ottenuta la sfumatura desiderata, il secondo scoglio per Marea è stato ripetere l’effetto in modo che, affiancando le lamiere, queste degradassero con la stessa intensità e più o meno alla stessa altezza: «Con una sola lamiera, non si sbaglia mai. Ma avendo mobili con ante, abbiamo dovuto trovare il modo di gestire con precisione il gioco delle sfumature: abbiamo perso ore di lavoro e materiali in sperimentazioni, ma alla fine ci siamo riusciti».

 

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