Agenda

La rivolta di Judy Chicago tra fumogeni colorati

IL 104 19.09.2018

Judy Chicago, “Purple Atmosphere #4”, 1969. Fireworks, Santa Barbara, California

DVD 30’, Courtesy of the artist and Salon 94 Gallery, New York

Nell’attuale sistema dell’arte il femminismo è riuscito a farsi accettare e adorare da molti. E la femminilità?

Accade che i notiziari divulghino fotografie di esecuzioni o cadaveri, suscitando nel pubblico reazioni attive, esplicite, e infervorati dibattiti; ma è nel passivo, nell’implicito, che si giocano alcune delle realtà più problematiche a livello visivo. Si pensi alle fotografie dei summit politici, alle scene di raduno di piazza nei Paesi mediorientali, alle interviste ai membri dei più svariati consigli direttivi; pulsa in quelle immagini una scarsità di volti femminili che è spesso l’unica percezione restituita da queste scene che di altro intenderebbero parlare. La presenza e la mancanza della donna e della femminilità sono fattori visivi; il femminismo è anche un determinato modo di esperire la percezione ed esistere visivamente.

Nell’arte, alla fine degli anni Sessanta, Judy Chicago (1939, Chicago) realizzò che molte delle opere a lei coeve, firmate dai grandi artisti della Land Art e del Minimalismo, erano impositive, chiuse e, in definitiva, contrarie a una sensibilità femminile. Quando, nel 1970, per realizzare uno show, Richard Serra abbatté numerosi alberi e ne ammassò i tronchi in un museo, Judy Chicago rimase inorridita: non occorre essere ecologisti per percepire la sensazione d’ingiustizia, morte, asfissia, che l’abbattimento di un albero sano comporta, ma certo per percepirla è necessario l’esercizio di quella sensibilità innata che lega l’umano alla natura, sensibilità spesso atrofizzata. La risposta di Judy Chicago ai monoliti, alle lastre, agli alberi abbattuti, alle rocce estratte, alle tonnellate di troppo che gravavano sull’arte della California meridionale, fu la pirotecnica, ovvero il ciclo denominato Atmosfere: fumi colorati che intervenivano nello spazio senza il bisogno di devastarlo, né di contraddirlo o negarlo. Il fumo giocava con l’idea di una scultura espansa, ma anche con la matrice pittorica del colore che, come in un dipinto di paesaggio, si spandeva sul mare, tra gli alberi e tra le rocce. Le Atmosfere rievocano gli antichi riti di preghiera verso la dea madre e, in opere successive che facevano uso di performer, i riti di immolazione della donna nel fuoco. Già negli anni Settanta i fumogeni femministi di Judy Chicago furono riconosciuti come un capitolo femminile della Land Art e vennero esposti in mostre museali.

Ancor più del numero di donne rappresentate da gallerie e collezionate da musei, ancor più dei costi di mercato di queste artiste, la battaglia femminista nell’arte è di tipo estetico. Se negli Anni 60 Judy Chicago si sentiva rivolgere il complimento: «Dipingi come un uomo», è vero che, ancora oggi, una sensibilità smaccatamente femminile è accettata solamente come alternativa a quella canonica, maschile. Judy Chicago e altre artiste prima di lei hanno aperto una strada maestra, non una laterale. Nell’attuale sistema dell’arte il femminismo è riuscito a farsi accettare e da molti adorare. E la femminilità?

 

Atmospheres #4 è parte della mostra Los Angeles, les années cool. Judy Chicago avec Marcia Hafif, John McCracken, Robert Morris, Bruce Nauman, Pat O’Neill et DeWain Valentine a Villa Arson, Nizza. A cura di Géraldine Gourbe. Fino al 4 novembre 2018

Chiudi