Un libro da riscoprire: “La casa vuota” di Willem Frederik Hermans. Lascia senza fiato, ed è una formidabile introduzione a un autore di cui in Italia non si sa quasi nulla

Nel 2000 gli artisti britannici Jake e Dinos Chapman crearono Hell, un’opera strepitosa che quattro anni dopo bruciò in un incendio. Nel 2008 i due fratelli presentarono Fucking Hell, una replica accresciuta del precedente lavoro: è un gigantesco plastico disposto in nove teche di vetro, che mette in scena un grandguignol infernale in cui torme di nazisti vengono dilaniati con orrende torture. Per realizzare questa spettacolare rappresentazione di ultraviolenza, in cui si consuma una sorta di olocausto invertito, i Chapman hanno utilizzato, e modificato alla bisogna, sessantamila soldatini. L’effetto è straordinario e quasi impossibile da raccontare a parole. Molti anni prima, in una scala ridotta, “da camera”, e utilizzando soltanto sessanta pagine invece di sessantamila soldatini, lo scrittore olandese Willem Frederik Hermans (1921-1995) ottenne un effetto simile con il suo romanzo breve La casa vuota.
La vicenda è ambientata nel 1944. Su un fronte non definito dell’Europa orientale, un olandese si allontana dalla banda partigiana con cui combatte. Intorno, il panorama è allucinatorio («Due cani mi vennero intorno, io allungai la mano, ma loro si rincorrevano a vicenda e non si curarono di me. Mi diedero la sensazione di essere morto, come se io potessi vederli, ma loro non vedessero me. Non riuscivo a togliermi il pensiero che mi avessero letteralmente attraversato, anziché passarmi accanto») e quasi infernale («C’era un prato verde intenso in discesa, con un grosso platano molto spostato rispetto al centro. La chioma era stata potata ripetutamente, tanto che l’albero sembrava una forca per una famiglia intera»). Poi il protagonista trova una casa intatta. Entra. Tappeti, un pianoforte, acqua bollente dai rubinetti. Non c’è nessuno. L’uomo, distrutto da anni di combattimento, si installa nella casa. Ma la quiete è breve. La guerra, il caos e la disumanità varcheranno anche la soglia di quell’edificio, convogliandosi verso un finale di violenza parossistica, mentre i nazisti sono in fuga.
La casa vuota lascia senza fiato. Quando si legge la data della prima edizione del romanzo, 1951, si pensa a un errore: sembra incredibile che, a soli sei anni dalla sua conclusione, Hermans sia riuscito a raccontare il conflitto che distrusse l’Europa con uno sguardo così antiretorico, pur senza alcun revisionismo. D’altronde, fin dalle prime righe della postfazione di Cees Nooteboom all’unica traduzione italiana del libro (Bur, 2005), si capiva quanto il suo connazionale Hermans fosse un fuoriquota, un imprendibile, un irregolare di genio. Celebratissimo nei Paesi Bassi, e anche controversissimo (forse non proprio un Thomas Bernhard olandese, ma quasi), Hermans è quasi sconosciuto all’estero. La casa vuota è una formidabile introduzione a un autore di cui in Italia non si sa quasi nulla. Ma ogni desiderio di conoscere meglio Hermans è rimasto inappagabile per chi non legga l’olandese (anche in altre lingue, infatti, è stato tradotto ben poco). Nel 2014, la comparsa nel catalogo di Adelphi di Alla fine del sonno – un altro romanzo di Hermans, altrettanto sorprendente e altrettanto spiazzante – invece di chiarire ai lettori italiani la figura di questo scrittore, l’ha resa ancora più inafferrabile. E si acuisce la curiosità di saperne di più.

Willem Frederik Hermans

La casa vuota

Bur 2005
traduzione di Laura Pignatti
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