Ha un Pil in crescita da 37 anni consecutivi e gli indicatori sociali non sono da meno: i frutti di una spiccata capacità di adattamento alle svolte della storia

Quando Charles Darwin sbarcò alle Isole Galapagos, l’osservazione delle specie autoctone gli fornì elementi preziosi per formulare la teoria della selezione naturale. Un economista altrettanto curioso che sbarcasse oggi a Mauritius si troverebbe di fronte materiale sufficiente per sviluppare una tesi simile da applicare alle società postcoloniali. Il piccolo arcipelago dell’Oceano Indiano è uno degli esempi più riusciti di come certi tratti “genetici” ereditati dai propri ex dominatori europei (buona governance, Stato di diritto, politiche fiscali responsabili), uniti a una spiccata capacità di adattamento alle cangianti condizioni dell’economia globale, siano cruciali per coniugare crescita e inclusività.

Gli indicatori di sviluppo sono formidabili. Quelli economici dicono: 37 anni consecutivi senza una recessione; oltre il 5% di crescita media annua tra il 1977 e il 2009; Pil pro capite passato da meno di mille a quasi 7mila dollari in poco più di un trentennio mentre l’indice di Gini calava, segno che i benefici non sono stati concentrati nelle mani dei soliti happy few di certe plutocrazie africane. Quelli sociali mostrano che tra il 1970 e il 2008 l’aspettativa di vita è salita da 62 a 73 anni e la mortalità infantile scesa da 64 a 15 decessi ogni mille nascite; che più del 90% dei bambini si iscrive a scuola; che la povertà assoluta è sotto il 2%.
«La impressionante performance economica di Mauritius», spiega in un paper il senior economist della World Bank, Ali Zafar, «non è casuale, ma il risultato di politiche attente», senza le quali l’arcipelago africano non sarebbe riuscito a cambiare pelle così tante volte. Ai tempi dell’indipendenza (1968), l’economia locale ruotava sulla canna da zucchero, che negli Anni 70 era arrivata a “valere” un terzo dei posti di lavoro, un terzo dell’export e un quarto del Pil. Poi sarebbe arrivata l’industria tessile, quindi il turismo e infine la finanza, grazie a un regime tributario piuttosto “paradisiaco”.

Tempo di riposare sugli allori, però, non ce n’è. La fine del Multi Fibre Arrangement nel 2004 ha minato l’industria tessile, l’Ocse sta ottenendo il ridimensionamento di certi trattamenti fiscali e l’innalzamento del livello del mare eroderà le belle spiagge dell’arcipelago. Di converso, ricorda l’Fmi, le casse statali sono piene di valuta estera e il Paese è al 25esimo posto mondiale della classifica Doing Business (l’Italia è 46esima). Senza contare che i cinque decenni in cui questo minuscolo ingranaggio dell’economia mondiale ha ricalibrato, giorno per giorno, il suo ruolo sui mercati internazionali sono un buon viatico per guardare al futuro senza paura.

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