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Tadao Ando: «Cerco il bianco. Ma in architettura non esiste»

IL 104 11.09.2018

Una mostra al Pompidou, il progetto della Borsa a Parigi. Per l'archistar giapponese «qualsiasi cantiere si inserisce in un contesto culturale preciso, con un’eredità di storia. Bisogna capire la potenzialità del sito e costruire un nuovo mondo partendo da lì»

Tadao, o dell’eleganza. È la prima parola che viene in mente, o forse la prima sensazione che proviamo, entrando nelle creazioni dell’architetto giapponese. Perché Tadao Ando, nato a Osaka nel 1941, Premio Pritzker (che è un po’ il Nobel dell’architettura) nel 1995, è questo: armonia ed eleganza, cemento e leggerezza, e luce, soprattutto luce. Lo vedremo nell’omaggio che gli tributa Parigi, con una grande mostra che lo celebra in autunno, al Pompidou (Tadao Ando, le défi, dal 10 ottobre al 31 dicembre). Ma anche nel progetto più atteso in questo momento nella capitale francese: la Bourse de Commerce, il nuovo museo commissionato da François Pinault, che ospiterà la sua collezione d’arte, nell’ex Borsa di commercio e che dovrebbe aprire nel 2019.Anche qui, armonia e luce. «La nostra priorità è portare la storia di Parigi alle nuove generazioni. Come a Punta della Dogana a Venezia, l’obiettivo è restaurare un edificio antico (la Borsa è stata fondata già nel ’700, la cupola è dell’800, ndr), ma soprattutto di rivitalizzarlo, trasformandolo in un museo di arte contemporanea. A Punta della Dogana l’abbiamo fatto inserendo un cubo di cemento al centro dell’edificio dell’antica dogana veneziana. A Parigi introduciamo nello spazio un grande cilindro. Inserendo un elemento completamente nuovo in un sito di storia e tradizione, è possibile, credo, creare un luogo che permetta un dialogo tra passato e contemporaneo». Luce e cemento, quindi. Non a caso uno dei suoi progetti più famosi è la Chiesa della Luce a Ibaraki, in Giappone, con una croce stilizzata e incisa nel cemento, che fa passare spiritualità e raggi. «Ricordo ancora la prima volta che ho messo piede nel Pantheon, a Roma. La luce che arriva da un’apertura di 8,3 metri nella cupola, che ha 43 metri di diametro. La luce che abbraccia e include la vita. Un momento che mi ha ispirato e segnato per sempre». Una cupola e una circolarità che è anche quella della Bourse de Commerce. Forme primarie, semplici… «Ma in architettura sono necessarie sia semplicità che ricchezza. Senza usare decorazioni eccessive, quando riusciamo a integrare la natura, quindi il vento e la luce, negli edifici, è possibile progettare degli spazi intriganti, che sottolineano ed esprimono il passare del tempo. Poiché l’architettura rimane nel cuore delle persone, io cerco sempre di creare spazi che abbiano in sé complessità e semplicità». Anche in quelli più remoti e sofisticati, come l’isola-museo a Naoshima, in Giappone. Un vero museo a cielo aperto, con la sua direzione artistica e la sua ispirazione.
Tadao Ando e la moda. Armani, innanzitutto, come nel teatro che ha fatto da quinta per il servizio fotografico nelle pagine precedenti. Ma la moda è anche quella che Ando sceglie per sé. Possiamo chiederle il suo colore preferito? Blu, black? Ci spiazza: bianco. «A vent’anni ho incontrato il Gruppo Gutai. Un gruppo di artisti davvero radicali; iniziavano sempre con una tela bianca. Ma cos’è possibile disegnare in un mondo assolutamente bianco?». Il Gruppo Gutai, negli Anni 50, ha cercato di dare una risposta. «È questa whiteness, questa “candidezza” che mi interessa, anche perché in architettura non esiste. Quando si costruisce è impossibile in realtà cominciare da zero, da una tela bianca. Qualsiasi cantiere si inserisce in un contesto culturale preciso, con un’eredità di storia. Quello che dobbiamo fare è capire il potere, la potenzialità del sito, e costruire un nuovo mondo partendo da lì. Quindi possiamo dire che bianco è il colore che desidero». Lei vede la moda, soprattutto quella maschile, quasi come un’architettura? «Le rispondo con la storia di un’amicizia, quella tra me e lo stilista Issey Miyake. Siamo amici da più di cinquant’anni (hanno realizzato insieme il nuovo centro di mostre e design 21_21 a Tokyo, ndr), e mi colpisce molto la sua capacità di creare senza compromessi, con un vivido senso di lucidità e prontezza. Issey riesce a creare sempre qualcosa di nuovo, partendo da ciò che è basic. Io cerco di seguire il suo esempio, cerco di pensare all’architettura sempre da nuove prospettive». E quindi l’eleganza per lei è basic? «Questa è l’eleganza: saper esprimere se stessi, senza dipendere o essere condizionati dagli altri». Ma lei ha qualcosa, nel suo armadio, che non butterà mai via? Ci risponde non con una camicia o una giacca, ma con un pensiero sull’inaspettato che accade. «Ho visto molte cose nella mia vita. Ero a Parigi nel maggio ’68, barricate e rivoluzione. Poi il primo progetto su cui abbiamo lavorato insieme con Pinault, quello per un museo di arte contemporanea sull’Île Seguin, progetto mai realizzato. Ma questo ha portato prima a Punta della Dogana, e ora alla Bourse de Commerce. Un sogno che è, dunque, ritornato a Parigi. Perché se lavori, immagini, crei senza mai perderti d’animo, l’inaspettato accade. Questo è quello che ho imparato nella vita, e questa è la cosa più preziosa del mio armadio dei pensieri». Un ritorno a Parigi, anche con la mostra al Pompidou. «Ne sono molto onorato. Anche perché è a 36 anni esatti dalla mia prima mostra nella capitale francese, che si tenne all’Ifa, Institut Français d’Architecture». Parigi adesso la celebra. Ma il suo luogo del cuore nel mondo, qual è? «Osaka, dove sono nato. E dove continuo a vivere e lavorare. Lì ho capito che volevo diventare un architetto: lo devo anche a un maestro, e a un falegname. Il maestro era quello di matematica: entusiasta, appassionato, mi ha fatto scoprire il mondo dei numeri e della geometria. Il falegname era quello che lavorò alla ristrutturazione della nostra vecchia casa di famiglia. Ricordo come rimasi colpito dai raggi di luce che entravano in camere sempre in ombra, illuminandole, mentre il tetto veniva rifatto. Ma non fu solo il gioco di luce e ombre ad affascinarmi; era il falegname che lavorava sul tetto. Guardandolo, pensai per la prima volta che poter creare, saper creare, fosse un lavoro meraviglioso». Lei è prodigiosamente autodidatta. «E negli Anni 60, una sfida personale: ho viaggiato da solo dal Giappone all’Europa, passando per la Siberia; e poi ancora avanti, fino a Cape Town, tornando per l’India e la Thailandia. Per vedere tutti gli edifici di cui avevo letto. È stato questo che mi ha formato, insieme ai viaggi nei siti storici del Giappone, Nara e Kyoto». Un architetto che è stato per lei fonte di ispirazione? «Le Corbusier. Avevo vent’anni quando trovai per caso, in un negozio di libri usati a Osaka, un volume sulle sue opere. Foto e disegni che mi hanno subito affascinato. E un’immagine della sua cappella di Ronchamp, Notre-Dame du Haut. Lì ho capito per la prima volta che l’architettura è questo: creare spazi dove le persone si possono incontrare, riunire, dialogare». In una chiesa. Ma anche in un teatro, in un museo. Ovunque si possa portare la luce.

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