Appendice

Uomini e topi all’osteria, per non parlar della scimmia

IL 104 20.09.2018

Bibo ergo sum. L’attrazione per l’alcol è antica (già i sumeri avevano i microbirrifici) e non è un’esclusiva umana: anche i ratti amano farsi qualche cicchetto, ma sono più responsabili di noi

Tra tutti i vizi che ottundono la capacità di giudizio dell’uomo, l’alcol è sicuramente il più antico. Se provassimo a seguire il corso della Storia utilizzandolo come parametro, immaginandoci un grafico che all’ascisse dei secoli contrapponesse un’ordinata di consumo alcolico nelle varie civiltà, otterremmo una sorta di sinusoide singhiozzata, dove a graduali impennate nell’assunzione di distillati e fermentati seguono bruschi rallentamenti, spesso dettati da divieti governativi volti a rendere gestibile la cittadinanza. O almeno è quanto emerge dalla lettura di Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth (pubblicato dal Saggiatore, nella traduzione di Francesca Crescentini) in cui il linguista britannico abbandona il suo solito campo e si concentra sulle sbornie più leggendarie dell’antichità. Lasciando da parte l’annosa diatriba su quanto le bevande alcoliche possano fare bene o male, e con essa il coacervo di studi che attribuiscono al vino e alla birra un contraddittorio connubio di proprietà miracolose e letali, Forsyth si concentra su un dato di fatto: l’essere umano ha sempre bevuto alcol; non solo, ha sempre bevuto al punto da stordirsi.

I sumeri, ad esempio, avevano taverne che erano veri e propri microbirrifici: le birre venivano servite dentro grossi vasi e i clienti le bevevano servendosi di lunghe cannucce. Nell’antico Egitto si facevano solenni bevute in onore della dea Hathor, che puntualmente si trasformavano in sfrenate orge dove tutti bevevano compulsivamente, fornicavano a casaccio e finivano per addormentarsi nel proprio vomito. I greci si ubriacavano metodicamente sorbendo vino annacquato; i romani invitavano ospiti di basso rango solo per negare loro il vino più pregiato; e se i goti si ubriacavano per prendere decisioni politiche, i vichinghi erano costretti a mantenere qualsiasi promessa fatta con un calice in mano.

Ma l’alcol non è solo il vizio più antico, è anche quello che più fa leva sulle nostre origini evolutive. Pierre de Beaumarchais diceva che «bere senza sete e far l’amore in ogni tempo, sono le uniche cose che ci distinguono dagli altri animali». Il che però non è del tutto vero. È cosa nota che un ampio ventaglio di specie animali abbia la tendenza a indulgere nel consumo di alcol; o meglio, nella ricerca di frutta marcita e fermentata: vale per i roditori, come per gli elefanti e i primati. In un capitoletto intitolato L’ipotesi della scimmia ubriaca, Forsyth scrive: «Ci siamo evoluti per bere. Dieci milioni di anni fa i nostri antenati sono scesi dagli alberi […] è perfettamente plausibile che fossero alla ricerca della frutta stramatura che si può trovare a terra nella foresta». Una lettura volutamente calcata, ma non così lontana dal vero: in sostanza, dice Forsyth, siamo attratti dall’alcol perché dove c’era alcol c’era cibo; la differenza rispetto alla maggior parte degli altri animali è che noi abbiamo sviluppato un arsenale enzimatico che ci consente di berne in quantità ciclopiche.

Oggi l’alcol è ancora una costante nell’equazione sociale globale, ma il modo in cui lo consumiamo (e ne abusiamo) sta cambiando: secondo l’Istat, negli ultimi quattro anni il consumo di alcolici tra i più giovani è calato (la quota di minorenni che bevono è passata da poco meno del 30 per cento a poco più del 20), in compenso è aumentata la quota dei cosiddetti binge-drinker, ossia di chi beve alcol lontano dai pasti e in grandi quantità. Una tendenza che trova risonanza anche nella popolazione adulta: mentre da un lato aumentano gli astemi (o teetotalist per dirla all’americana) e diminuisce il numero di persone che bevono abitualmente, dall’altro chi beve lo fa in modo sempre più irregolare e smodato.

All’inizio del libro, Forsyth cita uno studio, condotto sui ratti, da cui emerge che superati i primi episodi di sbornie sregolate, i roditori tendono ad assestarsi su un consumo medio di due cicchetti al giorno: uno prima di pranzare e uno prima di dormire. Ogni tanto si verificano dei picchi di consumo, ma in genere l’introduzione dell’alcol nella vita di un ratto non assume risvolti catastrofici. A quanto pare, insomma, i topi sono bevitori più responsabili di quanto mai lo saranno gli esseri umani.

Mark Forsyth

Breve storia dell’ubriachezza

il Saggiatore 2018
292 pagine, 17 euro
traduzione di Francesca Crescentini
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