Non c’è più, nei Paesi che furono i campioni del liberalismo, quell'ottimismo verso il mercato globale di una volta. Se da una parte (a Washington) c'è un uomo forte che promette di chiudere i confini a persone e merci, dall'altra (a Londra) c’è una leadership debole il cui unico obiettivo è la Brexit

È passato il tempo delle grandi icone della destra britannica, da Lord Salisbury fino a David Cameron. Oggi quel mondo è caratterizzato da due aspetti: la Brexit e la mancanza di una guida forte. La vittoria del Leave al referendum del 23 giugno 2016 ha fatto emergere tutte le divisioni interne e, nel tentativo di evitare uno scontro fratricida, è emersa una leadership tutt’altro che carismatica e incisiva, quella di Theresa May. E per giunta, la «figlia del vicario» non ha conquistato la guida del Partito conservatore attraverso classiche primarie, ma è stata l’ultimo candidato sopravvissuto alla battaglia scoppiata all’indomani delle dimissioni dell’allora premier David Cameron.

Da quando si è insediata al numero 10 di Downing Street a Londra, la cautela ha guidato ogni sua mossa – tranne l’azzardo perso delle elezioni generali dello scorso anno. Ha risolto tutte le crisi di governo, più o meno piccole, con semplici spostamenti e promozioni, cercando di fare il minor rumore possibile e scegliendo per ogni ministro dimissionario un sostituto dagli orientamenti simili. Così, in questo vuoto di leadership nel bel mezzo del caos della Brexit, il mondo conservatore ripensa a due simboli: Winston Churchill e Margaret Thatcher. Anche perché, prima e dopo il referendum, sono stati entrambi utilizzati dagli euroscettici quanto dagli europeisti per sostenere le loro rispettive cause.

Attribuire un pensiero sull’attuale Unione europea al “Bulldog” appare una forzatura, visto che lui riuscì soltanto a vedere per pochi anni prima di morire la Comunità economica europea, che è ben lontana dalle forme attuale dell’organizzazione. Diverso è invece il discorso che riguarda la Lady di ferro. Fu lei ad aprire il Regno Unito al mercato e alla globalizzazione. Il suo triplo «no» pronunciato alla Camera dei Comuni all’indirizzo della Commissione europea viene spesso portato dagli euroscettici come esempio della contrarietà a questa Unione europea da parte di un’icona del pensiero conservatore del Novecento. Ma, come ha raccontato Caroline Slocock, che fu per alcuni mesi a Downing Street al fianco della Lady di ferro, la Thatcher riteneva il mercato unico uno dei suoi più grandi successi. Sarebbe stata certamente fiera oppositrice di un tale burocratizzazione dell’Ue e della sua distanza dai cittadini, ma non avrebbe mai votato “Leave”. E se fosse stato per lei, i negoziati tra Regno Unito e Unione europea precedenti al referendum, quelli portati avanti da David Cameron, sarebbero stati un successo tal da evitare la consultazione. Ne è convinta la Slocock, che tra il 1989 e il 1991 è stata la prima donna private secretary al numero 10 (si occupava di home affairs) durante i mandati di Margaret Thatcher e John Major. Oggi, dopo essersi occupata dai pari opportunità, dirige il think tank Civil Exchange e da pochi mesi ha dato alle stampe People like us: Margaret Thatcher and me (Biteback Publishing). Questo libro molto intimo ripercorre il suo anno e mezzo al fianco della Lady di ferro, che aveva trasformato il numero 10 nella sua casa: trattava i suoi consiglieri come famigliari e li proteggeva dagli attacchi esterni. Per lei erano più importanti dei ministri del suo gabinetto e molti la seguirono anche nei momenti più bui. La sua sconfitta, quando il partito la rimpiazzò con Major, fu anche la loro.

Donald Trump (1946)

Theresa May (1956)

Caroline Slocock è convinta che in ogni donna britannica ci sia un po’ di Margaret Thatcher. Di certo in Theresa May c’è una certa testardaggine tipica della Lady di ferro. Alla fine della prefazione a People like us, la Slocock spiega perché ha scelto di scrivere questo libro ricordando la Thatcher come una donna ammirata per la sua determinazione nel portare a termine un lavoro difficile ma malvista per il suo pugno di ferro e l’incapacità di ascoltare. In breve, una donna dipinta come prepotente, sconsiderata e assetata di potere. Una «donna maledettamente difficile», così come Ken Clarke (ex ministro thatcheriano) ha definito Theresa May quando puntava a diventare primo ministro, paragonandola a Margaret Thatcher.

È arrivata la nuova “Iron Lady”?, si chiedevano i giornali – sognanti quelli conservatori – nel luglio 2016 mentre Theresa May stava entrando a Downing Street. A distanza di due anni ormai sembrano aver tutti risposto che no, la May non è una nuova Thatcher. Anche perché è stata lei stessa a prendere le distanze della Lady di ferro e dal suo approccio liberale, preferendo un conservatorismo cosiddetto compassionevole che non disdegna l’intervento dello Stato nell’economia. E come ha scritto qualche tempo Martin Wolf sul Financial Times, il conservatorismo di oggi ha dimenticato la Thatcher tanto quanto Reagan. Anzi, li ha proprio seppelliti. E questo vale anche per la destra statunitense. Basti pensare al discorso inaugurale di Donald Trump incentrato sull’«American carnage», ben distante della «città sulla collina» di Reagan. O ancora: «il protezionismo porterà grande ricchezza e forza», diceva Trump nel gennaio 2017. Un messaggio praticamente opposto all’ideale del libero mercato professato dall’ex divo di Hollywood.

Per Wolf quest’inversione di tendenza nel pensiero conservatore nasce dalla crisi finanziaria del 2007-2009 e dall’ostilità all’immigrazione. L’esito è un ritorno al passato, al paternalismo del conservatorismo nel Regno Unito e il populismo jacksoniano degli Stati Uniti. Non c’è più, nei Paesi che furono i campioni del liberalismo, quella fiducia e quell’ottimismo verso il mercato globale. Ora, se da una parte c’è una leadership debole il cui unico obiettivo è la Brexit, dall’altra c’è un uomo forte al comando che promette di chiudere i confini a persone e merci.
Se poi ci aggiungiamo che la Thatcher, da scienziata (si laureò in chimica), ripudierebbe simboli del trumpismo come gli «alternative facts», e ancora la sua estrema fiducia verso la Nato, risulta assai complicato credere a Steve Bannon, l’uomo nero del trumpismo, quando dice che la Lady di ferro è stata un’ispirazione per l’attuale inquilino della Casa Bianca.

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