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Delitti e castighi dei telefilm russi

IL 105 12.10.2018

Ekaterina

Pellicole in costume, medical drama, romanzi criminali pietroburghesi. Ecco come all’ombra del Cremlino si è sviluppato un impero delle serie tv

Tutto iniziò con la schiava Isaura. Prima, i sovietici conoscevano lo sceneggiato televisivo o dai rari esemplari d’importazione (come la popolarissima Piovra con Michele Placido o, tra i classici, La saga dei Forsyte della Bbc) o da prodotti nazionali come 17 momenti della primavera, un capolavoro di attori e regia degli Anni 70, incentrato su una spia sovietica infiltrata tra i nazisti. Ma la droga della serie tv, la convivenza, mese dopo mese, con gli stessi personaggi tra colpi di scena, amori e crimini, era totalmente sconosciuta e generò dipendenza fin dal primo assaggio. In un pubblico che non aveva mai sentito parlare di Dallas, Charlie’s Angels e Dr. Kildare, la telenovela brasiliana La schiava Isaura, trasmessa dalla tv di Stato ancora comunista nel 1988, riscosse un successo trasversale, conquistando come guilty pleasure perfino l’intellighenzia, mentre i pensionati che zappano l’orto della loro dacia iniziarono a chiamarla scherzosamente – e tuttora lo fanno –“fazenda”.

Negli Anni 90, crollata la cortina di ferro, i russi iniziarono a vivere, almeno dal punto di vista del palinsesto televisivo, in sincronia con il resto del mondo. Twin Peaks, X-Files e ER raccoglievano audience vertiginose, ansiose non solo di seguire le vicissitudini dei personaggi, ma anche di scoprire, di puntata in puntata, la vita Oltreoceano: come ci si vestiva, che cosa si mangiava, come erano arredate le case, come si costruivano le relazioni. L’evasione in formato americano ha perso appeal insieme all’innamoramento per l’Occidente. Nel 1997 furono girate le prime puntate della Via dei lampioni rotti, ambientata in un distretto di polizia di Pietroburgo. Le scenografie erano poverissime, gli attori più caratteristi che star, ma la sceneggiatura era tratta dai gialli scritti da un vero poliziotto e le strade scalcinate della seconda capitale erano le stesse dove, contemporaneamente alle riprese, infuriavano guerre di mafia autentiche. Il successo fu clamoroso: 16 stagioni, la storyline più lunga della storia della televisione russa.

Brigada

Il maestro e margherita

L’epoca in cui gli attori della prima serie russa venivano pagati 30 euro a puntata – serie che i grandi canali rifiutavano di finanziare perché credevano impossibile scalfire il monopolio americano – è lontana quanto i tempi in cui il Cremlino voleva far parte dell’Europa. Oggi gli studi russi sfornano decine di titoli l’anno e le serie “made in Russia” sono un business, relegando i concorrenti americani ai canali minori e a un pubblico più di nicchia. Perfino Vladimir Putin guarda le fiction, anche se preferisce, a quanto pare, quelle anglosassoni: tra le sue preferite, House of Cards (che corrisponde abbastanza alla sua idea della politica americana) e l’ultima versione britannica di Guerra e pace, lodata dal presidente per la precisione con cui ha colto lo spirito del romanzo di Tolstoj. Eppure, i prodotti russi non hanno nulla da invidiare a quelli americani, per qualità e varietà. I budget continuano a lievitare: il record per ora spetta a La Grande, fiction biografica sull’imperatrice Caterina costata circa nove milioni di dollari; la nuova serie sulla stessa sovrana, Ekaterina, potrebbe andare ben oltre, se si decide di proseguire con le prossime stagioni, coprendo tutto l’arco cronologico del suo lungo regno sul modello di The Crown.

Scenografie patinate, montaggio scattante, sceneggiature robuste e bravi attori: come in Occidente, le fiction non sono più un ghetto di seconda categoria e molte star del grande schermo, come Vladimir Maškov, Evgenij Mironov e Sergej Makoveckij, si sono tuffate anima e corpo nel mondo delle serie. Il primo ha interpretato il ruolo del protagonista nel cult Likvidazia, un romanzo criminale ambientato nell’Odessa del Dopoguerra, che segnò nel 2007 la svolta qualitativa della tv russa e anche un record di ascolti, con uno share del 42 per cento. Il secondo è stato il principe Myshkin ne L’Idiota, tratto dal romanzo di Dostoevsky e firmato dal regista Vladimir Bortko, che ha diretto anche uno sceneggiato derivato da Il Maestro e Margherita di Bulgakov, un raffinato esperimento girato metà a colori e metà in un bianco e nero seppiato, che ricorda i film d’epoca. Al terzo è andato il ruolo principale in Vita e destino, dal monumentale romanzo di Vasilij Grossman (anche se il regista Sergei Ursuliak, considerato dopo Likvidazia il maestro della fiction russa, ha dichiarato che «non è un film sui crimini dello stalinismo», perché il «compito del buon cinema è rendere le persone migliori»). Praticamente tutti i classici della letteratura russa sono stati saccheggiati con vario successo, da Solženicyn con Il primo cerchio al Placido Don di Michail Šolochov. La politica, ovviamente, invade anche le serie, generando, per esempio, un boom di fiction ambientate durante la Seconda guerra mondiale, o numerose produzioni ambientate in un’Urss splendidamente nostalgica, come Il disgelo di Valery Todorovsky, una storia di personaggi del cinema e di omosessualità ambientata negli Anni 60, che non nasconde di ispirarsi nell’estetica a Mad Men, riproducendo l’atmosfera vintage con l’uso di luci e suoni d’epoca, e costringendo le attrici a indossare la voluminosa lingerie delle mamme.

Sklifosovsky

Il disgelo

Likvidazia

Tra gli esperimenti storici più curiosi e recenti, ci sono Trotsky (biopic dedicato al leader dimenticato dei bolscevichi, trasmesso nel centesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre) e Svetlana, la storia della tormentata figlia di Stalin. Stalin è tra i personaggi preferiti degli sceneggiati storici, ma anche un leader meno carismatico (seppure ricordato con molta nostalgia, Breznev) si è guadagnato quattro puntate di una fiction molto popolare, replicata più volte, e un’altra serie è stata dedicata alla sua scapestrata figlia Galina.

Non mancano prodotti meno raffinati e più di attualità. Molti sono cloni delle serie americane, rivisitati e riambientati per piacere al pubblico locale. Metod ha per protagonista un maniaco che ricorda Dexter, e impreziosisce il plot con vicende di serial killer veri, come Mindhunter. Brigada, un altro cult, fin dal sottotitolo C’era una volta in Russia richiama Il Padrino e altre saghe mafiose nel raccontare la nascita di un’amicizia, e di una gang, nei sanguinosi Anni 90. Klinika, una commedia che ha per protagonisti medici alle prime armi, è la copia di Scrubs, anche se strizza l’occhio in varie puntate anche al Dr. House, mentre il popolarissimo Sklifosovsky, ambientato nell’omonimo ospedale di pronto soccorso di Mosca, assomiglia più a ER e segna involontariamente anche un progresso della sanità pubblica: negli Anni 90, infatti, anche un pronto soccorso di Chicago, per non parlare del luccicante Princeton-Plainsboro del Dr. House, agli occhi degli spettatori post sovietici apparivano come pura fantascienza. Lo Sherlock post-sovietico è però ucraino e riscuote notevole successo anche in Russia, nonostante la rottura quasi totale tra i due Paesi – ma Kirill Käro, il protagonista di L’annusatore (super detective dotato di un olfatto straordinario) sembra più Hugh Laurie giovane che Benedict Cumberbatch.

Insomma, serie per tutti i gusti e tutti i pubblici. Ricostruzioni storiche e pellicole in costume, tanti gialli e polizieschi, moltissimi romanzi criminali, melodrammi per un pubblico femminile, medical drama, sitcom popolari, telenovela strappalacrime, thriller, storie di oligarchi stile Dallas e serie mistico-fantascientifiche: ogni genere è stato esplorato e declinato in versioni raffinate e più pop. Le nuove uscite sono attese, il pubblico e i critici ne discutono appassionatamente.

In meno di vent’anni, la Russia è diventata un mini impero della fiction, puntando ormai non solamente al mercato post-sovietico che parla il russo. Mentre alcuni titoli hanno avuto l’onore di venire acquistati da Netflix e da Amazon (come L’annusatore, che si avvale dello stesso direttore della fotografia di Downton Abbey), la serie Con i miei occhi (un incrocio ardito tra Rashomon e The Blair Witch Project, una vicenda che si svolge all’ultimo ballo della scuola, raccontata a turno dai vari personaggi e girata con una telecamera Go Pro per mostrare l’accaduto dal loro punto di vista) ha recentemente registrato un nuovo primato: è stata acquistata da produttori americani come idea originale.

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