Nell'ottobre 2008 nasceva Spotify, e nulla sarebbe stato come prima... Già, ma chi paga? E la qualità del suono? E siamo sicuri che quello che ci troviamo di fronte sia davvero "tutto”, e non invece una grande illusione? Considerazioni varie e attuali su una rivoluzione culturale e i suoi derivati

Dieci anni fa Spotify entrava nelle nostre vite. Ma sarebbe più corretto dire che dieci anni fa Spotify nasceva e basta, nelle nostre vite ci sarebbe entrato solo qualche anno dopo. Com’era la nostra vita dieci anni fa, in tema di musica? Dischi già non se ne vendevano più da un pezzo, il revival da interior design del vinile non era ancora esploso, tra Torrent e altro chi ne era capace tentava di piratare e scaricare l’impossibile audio/video, tutti stavano su MySpace, si ascoltava musica su oggetti bianchi e rettangolari pesanti quanto una mattonella 20×20 – gli iPod. Poi arrivò questa cosa molto americana nella sostanza, ma svedese di estrazione che prometteva a tutti cosa? Sostanzialmente un accesso illimitato alla musica, a una banca dati che contenesse tutto e tutte le musiche del mondo. Come? Così, esatto, bastava corrispondere un abbonamento fisso e si sarebbe aperto un all you can eat planetario della musica. All you can hear.

All’epoca sembrava la solita americanata (parola in disuso, oggi: quanto il cambiamento della lingua e delle parole usate dice del nostro quotidiano); bella, sì, in potenza, ma quando mai si realizzerà? E invece, piano piano tutto accade: la gente fa la coda in Piazza Cordusio a Milano alle 11 del mattina e alle 6 del pomeriggio per andare da Starbucks. Uniqlo sta per aprire un megastore lì vicino. E negli anni ci siamo abituati a sostituire un pantheon di firme con i vari H&M, Zara, Pull & Bear e compagnia che una volta facevano tanto Oxford Street e da lì sembrava non avrebbero mai cambiato domicilio.

Spotify, quindi. In linea di principio, strumento in grado di produrre la massima eccitazione per un appassionato di musica. Solo che, come tutti i grandi prodotti di successo, non si rivolge solo a chi è appassionato di musica, ma a tutti. Porta la musica direttamente dentro la vita e la quotidianità. Dentro agli schermi dei computer che ci imprigionano dandoci lavoro e distrazioni tutti i giorni, dentro ai telefoni, radiografie della nostra vita. Spotify è a portata di mano, quindi troppo comodo e tentatore per starne lontano. Aprii un account quanto prima. Da non credersi, una vertigine la quantità di musica disponibile. Tutto quello che vuoi, lì dentro c’è, sempre. Sempre, anche nella tua vita spiccia: in metro, quando corri su un tapis roulant controllando quanto manca alla fine della corsa e della canzone. Seduto a casa davanti a un computer, o in ufficio, se l’azienda non ti ha disattivato la possibilità di raggiungerlo. Ma che importa, tanto c’è il telefono. Basta digitare e trovi tutto, come fosse un buffet per le orecchie, continuare all’infinito, senza dire mai basta. E ai buffet, si sa, molti ironizzano, ma tutti accorrono.

Tuttavia, Spotify non condiziona solo la nostra vita quanto a costumi e consumi, ma anche nella modalità d’ascolto. Pur cercando di stare lontano dal momento senilità audiofilo: siccome ormai tutti ascoltano i dischi lì, i dischi vengono mixati e prodotti secondo la ricezione audio di chi ne usufruisce da lì, spesso con cuffiette per smartphone di qualità media. Cambia perciò anche la grana della musica, questo senza giungere allo scadimento dei tempi (una volta era meglio!) Spotify ci dice che l’epoca degli album è finita. Si torna ai singoli, il successo di un artista si può basare su un solo singolo o sull’inclusione in una delle molte playlist che ormai di Spotify sono l’anima. Di questo non bisogna scandalizzarsi: gli album furono una invenzione dei discografici per vendere lo stesso prodotto a un prezzo più alto: più canzoni dentro il formato, più paghi. Solo che questa norma non vale più per Spotify. Dove non si paga (so bene che esiste qualche eroe che afferma: preferisco pagare il mio account mensile per skippare la pubblicità tra una canzone e l’altra, che m’innervosisce). Di base su Spotify puoi accedere a tutto, sempre, senza pagare nulla. Ma siccome nulla è gratis conviene chiedersi chi paga tutto ciò.

La sensazione è che a pagare sia la musica stessa, di tasca sua. Come nei talent show. I talent show sono macchine diaboliche che permettono a tutto l’indotto di guadagnare (e bene): autori tv, registi, montatori, redattori, light designer, fonici, giurati, produttori etc. La musica, chi la interpreta – quella che dello show rappresenterebbe il cuore – tranne le solite eccezioni che finiscono con le dita di una mano, passa e va. Oblio più totale. Su Spotify, come su altri player mondiali tipi YouTube, chi gestisce il servizio detiene il potere. Non chi crea il contenuto. I musicisti vengono esautorati da qualsiasi forma di ricavo (a meno che milioni di streaming bla bla bla). I ricavi un tempo coincidenti con la vendita di un prodotto sono scomparsi, con la smaterializzazione lenta ma inevitabile del mondo. Eppure la realizzazione della musica ha un costo. Non è un caso che John Pareles del New York Times abbia definito molto del suono contemporaneo low budget music. Il budget risicato sarà anche bello, ma genera potenzialità espressive limitate e musica tutta uguale (dai neo cantautori del tedio alla vapor wave tutta identica a se stessa, sino al rapper con i beat senza inventiva). Less is more, ma mica sempre. Pensiamoci solo un attimo: ormai ci suona normale paragonare la vendita di un tempo (tot copie smerciate) con i clic di accesso a un prodotto gratuito (milioni di ascolti!)

La musica è diventata del tutto gratuita, fruibile, quotidianamente, h24. In un qualsiasi bar sentirete in sottofondo una playlist di Spotify, con tanto di pubblicità in mezzo fra un brano e l’altro. Nel frattempo il barista allestisce tavole calde e colazioni. E incassa, con senza scontrino. Poi mi passa, ma di tanto in tanto, in maniera iperbolica e retorica, chiedo a me e all’utente medio di Spotify: ma se ti togliessero tutti i diritti su quello che fai, come ti sentiresti? Se non venissi pagato per il tuo lavoro? Se non gli venisse attributo un valore? Tutti usiamo la banca online, nessuno fa più la coda agli sportelli, ma le banche esistono ancora. Troppo tardi ormai, comunque. Diamo per scontato che la musica non debba avere un prezzo, mentre tutto il resto sì.

In questo la musica ha mostrato di avere scarsi anticorpi. Il sistema attorno – sul tema consiglio la visione del docufilm R.I.P. A Remix Manifesto! – ha scelto di sfruttare e umiliare chi le dà vita, i musicisti e i compositori. Tenendo vivo il comparto attorno, chi alloca servizi. Spotify sarebbe il Bengodi, in teoria. Ma, come per tutto, dipende l’uso che se ne fa. Invece di una gigantesca library, abbiamo di fronte un catalogo che neanche sfruttiamo: fatto perlopiù di hit istantanee. Cito l’amico Carlo Bordone e Music Industry Blog: il 70 per cento della musica di catalogo (uscita cioè prima del 2016) ascoltata su Spotify è prodotta comunque dopo il 2000. Gli Anni 60 – giusto o sbagliato che sia, genesi della musica pop occidentale – ammontano appena al 3.6 per cento degli ascolti totali. Cifre da sforamento del deficit audio. La libertà offerta all’ascolto è solo apparente, giacché creata da rimbalzi continui interni, da playlist a playlist, da tema a tema. Si tratta di una nuova modalità di consumo, certo. E con questa bisogna fare i conti. Ma su Spotify non c’è tutto, bensì la sua illusione. Ascoltiamo ciò che ci viene concesso, salvo rari casi di feroce determinazione. Come nei social media, una timeline personale che si genera spesso per pigrizia e cazzeggio.

Nel frattempo, nel mondo: il vinile è tornato di moda, gli iPod non hanno perso un dollaro del loro valore commerciale (stay hungry, stay foolish). Simon Reynolds (il più autorevole critico musicale al mondo, per chi ancora lo ignora) ascolta solo musica su internet perché più veloce e perché il suo archivio discografico è lontano da dove abita. La mia amica Silvia – eccellente ufficio stampa di una multinazionale del disco – mentre apre l’armadio per darmi una copia dell’ultimo di LCD Soundsystem mi dice: ma tu ascolti ancora i dischi? Io solo su Spotify, mi fa. Io, invece, in effetti non uso più da anni il mio account, che è finito nelle orecchie di mia figlia: ci ascolta Shade, Imagine Dragons, Benji & Fede. E, infine (grazie di nuovo, Carlo, per la dritta): se su Spotify digiti J Mascis, prima spunta fuori J-Ax.

L’autore di questo articolo

Rossano Lo Mele è direttore editoriale di Rumore, mensile di musica e cultura fondato nel 1992. Qui accanto, la copertina dell’ultimo numero in edicola
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