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Il mondo è bello perché è urbano

IL 105 05.10.2018

Le megalopoli del pianeta hanno ciascuna una propria identità e specializzazione, ma sono ormai più simili tra loro che ai rispettivi Paesi di appartenenza. Il caso dell’ultima arrivata nel club (Kuala Lumpur) e il rischio di diventare delle odiate torri d’avorio

New York, Londra, Tokyo, Shanghai, San Francisco: se queste cinque città fossero una nazione, sarebbero la quinta potenza economico-finanziaria del pianeta. Ecco, queste sono le città globali: centri finanziari internazionali a elevatissima concentrazione di ricchezza, costellati di hotel 5 stelle e business center da 50 e più piani, hub internazionali del trasporto e dei servizi con un’altissima specializzazione del terziario. Non a caso si dice «New York non è gli Stati Uniti» o «Parigi è ben altra cosa rispetto alla Francia». Basta conoscere queste grandi realtà metropolitane per capire come esse si differenzino dal resto del mondo urbano, per non parlare di quello rurale. Il fenomeno delle global cities ha preso piede negli anni Ottanta, con il boom dell’economia finanziaria e dei servizi, la Reaganomics e la rivoluzione delle telecomunicazioni. Ma solo oggi mostra la sua fase matura.

Sostenute dalla nascita delle società di consulenza iper-specializzate, le grandi corporation hanno concentrato i centri nevralgici di potere, scambio e accumulo di capitale nelle maglie di megalopoli come Tokyo, Shanghai, San Paolo o Londra, ammassando una ricchezza senza precedenti. Nel 2017, le prime dieci città globali hanno raggiunto un prodotto interno lordo di 8mila miliardi, superiore al Pil dell’intero Giappone, più di Francia, Germania e Italia messe insieme. I grandi poli del lusso prosperano nelle capitali del Capitale e i valori immobiliari raggiungono valori stellari (e pensare che nel 1970 New York era quasi in bancarotta…), mentre le élite della finanza e dell’industria culturale affollano i nuovi quartieri gentrificati condividendoli con lo star system e i power player dei giganti tecnologici.

È un’opulenza resa possibile dall’integrazione delle varie e molteplici funzioni offerte dalle città, esplose in una rete di relazioni economiche e sociali che le ha rese molto più interdipendenti tra loro di quanto non siano legate ai territori che le circondano. «Si sono creati blocchi di città mondiali distinti per le rispettive identità e funzioni», spiega a IL il geografo urbano Peter Taylor, ideatore del Centro di ricerca sulla globalizzazione e le città mondiali: «Le diverse metropoli hanno il proprio ruolo e il proprio mercato finanziario, ma rimangono fortemente interconnesse. E prosperano». Si può leggere bene questo fenomeno nella capitale malese Kuala Lumpur, l’ultima arrivata delle global cities. «KL, come la chiamiamo noi, non è la Malesia, ma un vero e proprio centro dell’economia globale», ci racconta Shan Lee, 39 anni, responsabile property asset di una grande azienda di Singapore, mentre ordina un gin tonic sulla terrazza del 51° piano dell’hotel The Face, punto d’incontro della classe dirigente urbana. Basta visitare il gioiello del Sud-est asiatico per notare la costellazione di nuovi grattacieli, cantieri e infrastrutture – come lo spettacolare Exchange 106, che supererà le iconiche Petronas Towers in altezza e maestosità, o il complesso di lusso formato dal JW Marriott e dal Ritz-Carlton, uniti da un mall di cinque piani dedicato unicamente agli orologi extralusso. L’affollatissimo centro commerciale Pavillon offre ai nuovi ricchi globali oltre 550 negozi; Armani, Gucci, Cartier, TAG Hauer mescolati a catene thai, nordamericane (come Starbucks) o italiane (come Illy). Solo nell’estate 2018 hanno inaugurato Four Seasons, Banyan Tree e W hotel. Tante anche le residenze di lusso aperte per ospitare i tecnici provenienti da Houston o Amsterdam per lavorare nel settore oil&gas, spina dorsale economica della città, e i tanti professionisti e consulenti attratti dalla crescita di KL. Ci spiega Bruno Bertella, presidente dell’associazione business Italia-Malesia (IMBA): «Kuala Lumpur sta emergendo grazie a migliori collegamenti aerei e trasporto merci, spazi residenziali e uffici di lusso, personale che parla correntemente inglese e una maggiore facilità nell’aprire business rispetto ad altri Paesi del Sud-est asiatico. È un portale per fare impresa in questa regione del mondo». Il 52 per cento del Pil malese consiste in servizi, la stragrande maggioranza dei quali è concentrata nella capitale.

KL vuole diventare il cardine dell’Asean, l’organizzazione politica, economica e culturale delle nazioni del Sud-est asiatico. La capitale malese «punta tantissimo anche a essere un centro dell’economia digitale», continua Bertella, «con l’apertura di una Digital Free Trade Zone, un centro logistico regionale rivolto alle imprese dell’e-commerce, voluto fortemente da Jack Ma, fondatore di Alibaba, che servirà da hub per Lazada, il più grande e-store della regione». «L’afflusso in città sia per turismo sia per business è crescente», spiega Emir Cherif, direttore del tour operator Asian Trails. KL «ha superato Bangkok e ha maggiore attrattività di Giacarta, ma non ha ancora i prezzi di Singapore».

Le città globali vincono perché sono un sistema. Ram Mudambi, professore della Temple University di Filadelfia, sostiene che più una città è collegata a livello internazionale con altre città globali, più facilmente potrà prosperare, anche se questo lentamente eroderà le connessioni con il proprio hinterland, il cui tasso di occupazione e la cui sicurezza economica possono essere messi a rischio non tanto dal le “ondate migratorie” quanto dalla concorrenza impossibile da battere delle global cities specializzate. A favorire questo sistema di centri planetari sono stati molteplici fenomeni: la digitalizzazione e la diffusione dell’inglese, che hanno favorito le comunicazioni e lo scambio d’informazioni; una classe internazionale di manager e creativi; hub aeroportuali e collegamenti ad alta velocità. Tornando all’esempio di KL, la città sta prosperando anche grazie all’ottima connettività dell’aeroporto metropolitano (KLIA) e alla nascita della potentissima low-cost malese AirAsia, che collega la città con cento destinazioni, in particolare in Cina, rafforzando gli scambi che vedono protagonista la minoranza sino-malese.

Anche i trasporti locali giocano un ruolo rilevante, per allargare le armature urbane e cercare di mantenere le connessioni con le periferie e le città satelliti. «I collegamenti di KL sono destinati a migliorare con linee ferroviarie aggiuntive per un totale di 130 chilometri, un fattore che continuerà a richiamare l’interesse di locali e multinazionali», spiega Judy Ong, direttore esecutivo di Knight Frank Malaysia. Ma inevitabilmente molte aree periurbane, non raggiunte da queste infrastrutture e congestionate dal traffico, rimarranno tagliate fuori. «La nuova geografia urbana ha accelerato i processi di allontanamento di tanti cittadini, che oggi vivono queste realtà come torri di avorio lontane dalla loro esistenza», continua Peter Taylor. È un fenomeno che ha ripercussioni anche politiche, basti considerare l’esito delle ultime elezioni negli Stati Uniti, in Gran Bretagna (Brexit) e anche in Italia. Nei centri urbani più grandi, come Londra o Los Angeles o Milano, hanno tenuto partiti vicini a istanze progressiste e mondialiste; altrove, a vincere è stato invece un mix di sovranismo e di rabbia contro le élite.

Le città globali hanno concentrato il potere (intellettuale, finanziario e politico) tagliando fuori non solo i territori che le circondano, ma anche parte dei propri cittadini. Per ogni ufficio di lusso, per ogni hotel a 5 stelle, per ogni incubatore creativo o centro di design, serve manovalanza, spesso sottopagata, che alimenta sobborghi e città satellite, con lavoratori costretti a viaggi pendolari infiniti e salari minimi. Le città globali decidono dove aprire aziende, dove rilocalizzare, quali settori sviluppare, mentre i centri minori hanno un peso sempre meno significativo nell’influenzare lo sviluppo, raccogliendo spesso le briciole. Per riequilibrare, servirebbe una redistribuzione della ricchezza e del potere concentrato. Il XXI secolo sarà un secolo urbano. Contrastare quest’ineguaglianza – il gap fra centro e periferia – sarà decisamente complesso.

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