Appendice

Il sovietico Holden

IL 106 29.10.2018

Un libro (d’Oltrecortina) da riscoprire: “Il biglietto stellato”. Aksënov è meglio di Salinger e Kerouac? Beh, sicuramente è meno ovvio per un lettore occidentale

12 aprile 1961. Chissà cosa avrà pensato, quel pomeriggio, il presidente sovietico Nikita Chrušcëv nell’augurare buon viaggio alla rockstar Jurij Gagarin che stava volando nello spazio a bordo della navicella Vostok 1. Avrà pensato al viaggio diplomatico di due anni prima, quando aveva chiesto (e non ottenuto) di visitare Disneyland? E l’America, intanto, cos’era? Ancora un mondo irraggiungibile e alieno? Nella vecchia Russia stava nascendo una nuova Russia, un Paese speranzoso in quel miglioramento che proprio Chrušcëv aveva annunciato: istituite le regioni industriali autonome, varata la riforma delle fattorie collettive, in pieno svolgimento il piano settennale di sviluppo per incentivare la produzione di beni di consumo. Una generazione di giovani immaginava di abbandonare presto le topaie in coabitazione e gremiva i cortili dei deprimenti caseggiati della capitale ascoltando jazz, oppure partiva zaino in spalla per aderire alle campagne di dissodamento delle terre siberiane, non intonando più le viete marcette staliniane, ma le rime incandescenti di Vladimir Vysockij, attore e poeta, splendido disadattato.

Anche la letteratura cercava una nuova voce che raccontasse le trepidazioni di chi aveva vent’anni: Vasilij Aksënov fu quella voce e Il biglietto stellato, romanzo a puntate uscito sulla rivista Junost’ proprio nel 1961, il simbolo di quel conato libertario. Successo senza precedenti e primo best seller della storia della letteratura sovietica, file di giovani si iscrivevano alle lunghe liste d’attesa delle biblioteche per leggerne i nuovi capitoli.

Il diciassettenne Dimka e la sua camicia cecoslovacca diventarono in breve tempo un riferimento filosofico e un ispiratore gergale al punto di far invecchiare di colpo ogni romanzo scritto fino a quel momento e di assestare un colpo mortale alla figura dell’eroe di cui rigurgitavano le opere di regime. Il viaggio di Dimka a Occidente – l’Occidente dell’Unione sovietica, i Paesi baltici – pose per la prima volta al centro di un’opera narrativa gli amori, le aspirazioni frustrate e il bisogno di evasione di una gioventù in fremito.

Un po’ Sulla strada e un po’ Il giovane Holden (ma migliore di entrambi, di certo per un lettore italiano meno ovvio di entrambi) il romanzo schizza via a ritmo frenetico, cavalca dialoghi introdotti solo dal nome di chi-dice-cosa, e vola grazie a botta e risposta lunghi intere pagine, copione della vita così com’è, mentre l’Asia non è più quella sonnolenta di Sergej Esenin, la vita brucia ma chissà se si potrà bruciare fino in fondo, e Dimka-Gagarin viaggia lungo il Baltico di se stesso con due punti fermi: non assomigliare ai «quarantenni falliti» e far saltare in aria «tutti i buchi maledetti» in cui vivono i cittadini sovietici. Poi guarda Galija amata e pensa «sfreccerei con lei in moto attraverso Tallinn e Tartu», guarda Galija e dice «l’amore è come una fontana», mentre siede all’americana in tutti i bar. Mangia cartocci di albicocche e interroga la propria vita: «Ragazzi, siamo davvero adatti al comunismo?». Alla fine troverà il coraggio di crescere, di prendere quel treno che non porta né a Disneyland né nello spazio. Perché ci sono verità – proprio come Mosca – che non cambiano mai.

Vasilij Aksënov

Il biglietto stellato

Mondadori 2009
198 pagine
traduzione di Claudio Masetti
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