Dall’annuncio di Kastellorizo a quello di Itaca. In mezzo, otto anni di crisi, tagli e sacrifici. I problemi sono tanti, ma il peggio sembra passato

Una è l’isoletta più remota del Paese, nell’estremo Sud-Est dell’Egeo, proprio dove finisce l’Europa, a soli due chilometri di mare dalla brulla costa montagnosa della Turchia asiatica. L’altra sta dalla parte esattamente opposta, nel mare Ionio. Kastellorizo e Itaca sono i due luoghi che compendiano la crisi della Grecia. Il 23 aprile 2010, l’allora premier George Papandreou annunciò l’inizio di un incubo destinato a durare oltre otto anni proprio dalla più lontana isola del Dodecanneso: l’ex Castelrosso della dominazione italiana, da noi riscoperta dopo il film Mediterraneo. Una Grecia da cartolina, tra casette dai colori pastello che facevano da sfondo troppo bello e delicato a un premier in giacca blu e scuro in volto, che non esitò a parlare dell’inizio di un’Odissea. Il 21 agosto 2018, il primo ministro Alexis Tsipras ha scelto Itaca per sancire, in camicia bianca su sfondo nature, l’uscita del Paese dal terzo Memorandum, ossia dal bailout dei creditori che ha imposto dure misure di austerità. La simbologia omerica intendeva inquadrare l’Odissea moderna non più nella categoria della tragedia (che finisce nella catastrofe), ma in quella di un’epica nazionale tanto spesso caratterizzata da grandi turbolenze da cui ci si può riscattare.

La fine del commissariamento delle politiche economiche è tanto più importante per un Paese umiliato, ma orgoglioso, che tra tre anni celebrerà i due secoli dall’avvio della guerra di indipendenza contro l’impero ottomano. Nel frattempo, è difficile dire che, dopo le tempeste, la Grecia sia approdata a un’oasi di tranquillità domestica: è uscita dal bailout ma non da un’austerità che sostanzialmente continua tra vincoli che molti ritengono insostenibili. Il paragone con l’Odissea, del resto, regge poco, non solo per il finale: dopotutto, Ulisse non dovrebbe essersela passata male nei sette anni vissuti con la bellissima ninfa Calipso e probabilmente neanche nell’anno trascorso con l’esperta maga Circe. Ma i segnali che il Paese possa riprendere a marciare non mancano, a partire dalla ripresa del 2,1 per cento del Prodotto interno lordo nel primo semestre.

In vista delle elezioni dell’anno prossimo, Tsipras cerca di recuperare i consensi perduti nella sua trasformazione genetica da contestatore ideologico dell’austerità a suo sottoscrittore pragmatico. L’economia ha ancora tante zavorre, ma il peggio sembra passato. E da Kastellorizo si capisce bene perché nessuno parli più di uscire dall’euro e si preferisca l’ancoraggio a una Europa che pure ha mostrato un volto poco benevolo: lì basta alzare lo sguardo e si vede incombere il Medio Oriente, con le sue involuzioni autoritarie, i suoi tribalismi e le sue crisi valutarie.

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