Appendice

Il lupus è uscito dalla fabula ed è tornato in tutta Europa

di RICCARDO RAO
IL 105 01.10.2018

La paura degli animali selvatici è dovuta spesso ad antiche fake news. D’altra parte, come diceva Nabokov, la letteratura è nata quando qualcuno gridò: «Al lupo! Al lupo!». In anteprima su “IL” alcune pagine del nuovo libro di Riccardo Rao

I lupi stanno tornando. Nell’ultimo quarantennio, la loro popolazione in tutta Europa si è moltiplicata. In Italia è più che decuplicata, giungendo a più di duemila esemplari. Addirittura tremila vivono nella Penisola iberica.

All’indomani del terremoto di Amatrice, un articolo uscito su La Stampa racconta «l’angoscia dei pastori per le greggi da raggiungere e accudire nelle frazioni lontane e da preservare dalla voracità dei lupi che – come conclude un ottuagenario intervistato dal giornale – la modernità ci ha portato sull’uscio». Queste parole sono davvero efficaci, poiché colgono l’avanzata dei lupi fino ai centri abitati, quasi come faceva il mitologico lupo di Gubbio addomesticato da san Francesco, ma anche, in fin dei conti, alcune tendenze caratteristiche dei paesaggi contemporanei. Sono infatti nuove le dinamiche che hanno portato via via gli uomini a rinchiudersi dentro gli spazi urbanizzati, magari ampliandoli a dismisura, ma lasciando che la natura s’impossessasse di tutto quanto sta attorno. Il ritorno del lupo è in stretta correlazione con l’avanzata del bosco.
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Un recente studio di Richard Fuchs dimostra come in poco meno di un secolo, dal Secondo Dopoguerra, le foreste siano cresciute in tutta Europa: soprattutto in Italia, Francia e Spagna, per via dello spopolamento delle aree montane, ma anche nell’Est, a causa del collasso di molte aziende agricole dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, in Scandinavia, dove fiorisce l’industria del legname, e ovunque siano stati attuati piani di riforestazione, particolarmente efficaci in Inghilterra e Olanda.

La natura ha creato attorno ai villaggi di montagna e delle aree meno popolate, ma anche a ridosso di molte città, il suo “terzo paesaggio”, dove regna incontrastata: un paesaggio dell’abbandono, da cui l’uomo si è ritirato. Sembra insomma che oggi gli uomini sappiano affrontare il tema dell’incolto soltanto in bianco e nero: dove c’è il bosco, la natura impone le sue leggi e non c’è l’uomo. E dove c’è l’uomo, con le sue case di cemento, non c’è il bosco. Questo carattere naturale e incontaminato del bosco non è però un ritorno al passato, ma una connotazione propria del presente. La storia racconta una versione differente, dove gli spazi naturali erano segnati dalla presenza umana e dove le popolazioni addomesticavano le aree forestali. Tornare a riflettere sui lupi e sul loro ruolo ecologico – e quindi anche sui boschi – nel corso della storia è un modo per rinsaldare e riscoprire il nostro rapporto con la natura.
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Ma, soprattutto, puntare l’attenzione sulla storia del lupo serve per scoprire i motivi di una paura antica, che abbiamo imparato ad avere fin da piccoli. Non c’è fiaba senza un lupo cattivo (lupus in fabula): pensiamo soltanto a I tre porcellini e il lupo cattivo o a Pierino e il lupo. Anche se visto con gli occhi della contemporaneità, per i più questo animale rimane spaventoso. Quando nel 1992, dopo anni di assenza, fu avvistato sul massiccio del Mercantour, in Francia, la stampa evocò il ritorno di una stagione di paure, iniziando a contemplare il pericolo che i branchi potessero attaccare gli uomini.

L’ombra del lupo e il topos della bestia feroce che uccide chi si avventura nelle campagne rivivono nelle pagine di L’uomo a rovescio di Fred Vargas, ispirato dal caso del Mercantour. Del resto proprio la Francia è il Paese europeo dove le apparizioni di bestie antropofaghe sono diventate un mito vivo nella cultura folclorica, tanto da continuare per tutto il XX secolo, anche quando i lupi non c’erano più. E questo almeno a partire dalla celebre bestia del Gévaudan, un lupo che condusse molteplici attacchi mortali contro la popolazione della Linguadoca nella seconda metà del Settecento, divenendo ben presto un animale leggendario, dotato di poteri magici, nella percezione collettiva.

Galoppa selvaggia, insomma, la paura del lupo per noi, che siamo legati al mondo della natura da un filo ormai esile. Eppure, basta sfogliare poche pagine dei bei libri recenti scritti da chi con i lupi effettivamente vive – biologi ambientali, etologi e faunisti – sulla ricomparsa in Europa di questi animali tradizionalmente ritenuti feroci, per rendersi conto che il terrore è ingiustificato.
Nel continente i lupi non attaccano l’uomo da oltre cento anni. I rischi maggiori riguardano il bestiame, che però – anche se il dato è complessivo e cambia nelle aree a più marcata vocazione pastorale – riveste meno del 10 per cento della loro alimentazione complessiva, sicché con una serie di accorgimenti si può anche pensare a una pacifica coesistenza.
Perché, allora, non possiamo fare a meno di avere paura? Dobbiamo forse concludere che questo sentimento ci accompagni da sempre, quasi come una componente biologica, o almeno da quando i nostri antenati cacciatori accendevano fuochi nelle caverne? Ma in questo caso perché i lupi si sono attirati un’immagine molto più negativa degli orsi, che a differenza dei primi non temono l’uomo e sono ben più pericolosi? È nella storia che occorre cercare le risposte e conoscerle è l’antidoto più efficace contro la paura.
Per anni i lupi sono rimasti confinati nelle fiabe per i bambini. Il loro ritorno ci spinge oggi a creare nuovi quadri mentali entro cui organizzare la presenza della natura nella nostra vita.
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Sono i testi prodotti nei secoli passati, il cui fascino e la cui chiarezza non sono stati intaccati dallo scorrere del tempo, a raccontare direttamente, con le loro parole, i lupi e a offrire le chiavi di lettura necessarie per un cambiamento di prospettiva. Fino a che punto dobbiamo però credere a queste fonti?
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Se da un lato in alcune epoche le aggressioni antropofaghe dei lupi sono una realtà, molte di queste storie sono vere e proprie fandonie, luoghi letterari che nulla hanno a che vedere con la verità. Secondo Vladimir Nabokov, che allude alla favola di Esopo, «la letteratura è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo e non c’erano lupi dietro di lui». Di certo, gli scrittori di ogni epoca hanno largamente attinto all’immaginario generato da quel grido di terrore per raccontare il lupo con i tratti della finzione. E quella del lupo è anche la storia di una grande paura collettiva costruita su quelle che oggi definiremmo, per usare il lessico giornalistico, fake news.

Riccardo Rao

Il tempo dei lupi. Storia e luoghi di un animale favoloso

Utet 2018
256 pagine, 18 euro

 

In libreria dal 2 ottobre
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