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Milano ha cambiato taglia

di Mattia Carzaniga
fotografie di FABRIZIO ANNIBALI
IL 105 22.10.2018

La libreria Verso, in corso di Porta Ticinese, propone incontri e serate a tema

Cinemini e micropanifici, negozietti bio e piccole librerie di quartiere. Tra i grattacieli vista Navigli, le dimensioni non contano più. L’importante è l’esperienza selettiva. Per pochi. Anzi pochissimi

Milano, un negozio di scarpe della prima periferia, abbastanza vicina alla Fondazione Prada da potersi permettere una certa legittimazione socioculturale. La titolare è stata tra le prime tesserate del Cinemino, anzi no: ha tesserato suo figlio. «Gli piace il cinema, è il posto giusto per lui». La sala formato mignon è aperta solo da febbraio, ma è già nell’agenda dei milanesi. Oggi, con 75 posti interrati, più un baretto al livello della strada, il Cinemino conta quasi diecimila iscritti, propone un cartellone aggiornato ogni settimana tra nuovi titoli e recuperi cinéphile, e soprattutto ha rilanciato la vita di un quartiere (né Porta Romana né Cinque Giornate, un po’ lì in bilico) che sembrava condannato alla destinazione d’uso residenziale, con una predilezione per i parrucchieri. E poi, nel nome, c’è quell’«ino» che ha entusiasmato una città intera.

Le dimensioni, a Milano, non contano più. Conta l’esperienza del piccolo, tra pochi, anzi se ci si conta e ci si riconosce meglio ancora. La metropoli che si allarga e si innalza, con Porta Nuova a fare da battistrada, è ormai una certezza, un dato di fatto, non fa più impressione a nessuno. Passeggiare per CityLife, lo sguardo rivolto in alto verso i grattacieli assicurativi e in basso verso il centro commerciale che pare di essere nella caotica Siam Square di Bangkok, ti fa sentire in gita turistica. Tutto bellissimo, ma sono posti che si possono comprendere giusto nell’Instagram di Fedez e Ferragni, mica nella vita reale. Troppo grande, troppo tech, troppo tutto. E allora ci si rifugia nel micro, nella saletta, nel negozietto.

Champagne Socialist, in via Lecco, serve vini naturali prodotti da vignaioli indipendenti

Il biologico è stato il vero pioniere, ben prima che Eataly facesse del chilometro zero un supermercato di lusso, oggi difatti destinato ai turisti stranieri pure quello, sempre di più. Ci sono esempi gloriosi tra i baluardi dell’ortofrutta sostenibile in tutta la città: nell’hipsterissimo quartiere Isola, il MioBio fa anche le serate musicali, su sfondo di vini senza solfiti e conserve delle fattorie della Bassa; sui Navigli, per la precisione in via Gola, zona di integrazione non sempre liscia, il Soul Food fa anche un’operazione sociale. Nella città delle cascine cuccagne e delle tavolate multietniche, anche queste valgono come piccole casse di resistenza.

Negli anni, tutto si è rimpicciolito. Oggi c’è il «micro-panificio» (così si definisce Le Polveri, grani antichi e urgenze moderne), il minuscolo place-to-be per l’aperitivo (Champagne Socialist, dicono che serve prenotare perfino il posto in piedi), la pasticceria taglia XXS per le colazioni del weekend (Officine del Dolce, dietro piazzale Lodi, brioche gloriose e ora anche spin-off senza glutine). Va così veloce, questo rimpicciolimento, che Il Cinemino ha già un piccolo (ovviamente) concorrente, non troppo distante. È Wanted Clan, quartier generale del distributore omonimo in Porta Romana, i film sono proiettati nello spazio che dà su via Vannucci (con le cuffie) e contemporaneamente nella saletta sotterranea più intima, ci si siede sui cuscinoni in fila per terra. In pochi, come si conviene.

Nella piccola sala del Wanted Clan: film d'autore, su cuscini

Milano vive il suo downsizing, come il titolo dell’ultimo, sgangherato film di Alexander Payne. Lì però a diventare piccolo era, tra gli altri, Matt Damon: le risorse scarseggiano, gli esseri umani devono ridurre le loro dimensioni per consumare meno. In città invece si restringono i luoghi, gli spazi fisici e mentali, le sacche dell’immaginario. C’è di mezzo, naturalmente, pure l’eterno mito di Davide contro Golia. Gli alimentari organic, di cui si è detto poc’anzi, ma anche le librerie di quartiere, nuovo grande grimaldello bobo contro lo strapotere della grande distribuzione. Dunque ecco spuntare Gogol & Company, nientemeno che nell’operaio (una volta) quartiere del Giambellino: sta in piazza Enrico Berlinguer, è già uno statement. E Verso, in Porta Ticinese, con vocazione indie-chic e inevitabile banco per lo spritz. Cultora è a pochi passi da Crocetta e La scatola lilla oltre lo Scalo di Porta Romana. Fino al primo esperimento di negozio di riviste straniere, introvabili da noi: monografie giapponesi e patinature americane. Si chiama Reading Room e non è, come sarebbe accaduto una volta, in corso Garibaldi. Si affaccia su via Mincio, in quel quartiere di strade popolari rilanciate dal supermuseo della signora Miuccia.

Sull’onda lunga della nuova moda, riprendono vigore anche i grandi classici dell’«ino». Poporoya, il sushi più small e più buono che c’è, ci costringe da anni a lunghe code sul marciapiedi di via Eustachi, con la speranza di accaparrarci uno dei pochi tavoli disponibili. Ha aperto, esattamente di fronte, la versione allargata (Shiro), ma non è la stessa cosa: tutti vogliono sudarsi il loro posto al sole davanti al più bravo tagliatore di chirashi. Lo stesso vale per le uscite culturali. La gente ha riscoperto luoghi come la Casa Museo Boschi Di Stefano, dai due cognomi dei collezionisti che hanno lasciato al Fai un appartamento intatto (Porta Venezia) con i Carrà e i Casorati alle pareti. Ha ripreso vita, negli ultimi anni, pure Palazzo Morando, in pieno Quadrilatero della moda, poche sale per mostre che si sono via via specializzate nella storia milanese, dal Dopoguerra alla “mala” degli anni Settanta. Rimpicciolire gli spazi vuol dire anche rimpicciolire la prospettiva, ricominciare dal basso, come si dice nei comizi elettorali. La città più internazionale d’Italia ha fatto così: è ripartita da se stessa.

L’obiezione è facile, anche giusta: non sarà mica una spinta a un nuovo conservatorismo? Può darsi. O forse no. C’è più progressismo nel recupero delle farine di una volta dei micro-panifici che nell’importazione tardiva degli Starbucks (proprio quest’autunno, in piazza Cordusio). C’è più possibilità che i film si salvino grazie ai cinemini che nei multisala dove non va più nessuno. Come sarà il futuro, si vedrà. Forse sarà diventato tutto così piccolo che, alla fine, staremo tutti direttamente a casa.

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