Bel remake, la colonna sonora in testa alle classifiche, applausi. Ma qualcosa, del film con Bradley Cooper e Lady Gaga, non torna. Sarà tutto questo narcisismo esibito a lasciarci l'amaro in bocca?

Avrete forse sentito dire che A Star is Born, nelle sale italiane dalla scorsa settimana, già campione d’incassi e accolto mediamente bene, scompiglia i ruoli all’interno di quello che è ormai un classico del cinema americano: siamo al terzo remake di questo titolo, l’ultimo era stato quello del 1976 con Barbra Streisand nei panni della cantante di talento che viene scoperta e lanciata nello star system da Kris Kristofferson. Naturalmente, chi sostiene questa idea lo fa per sottolineare un pregio – una nuova interpretazione del tema –, ma la verità è che lo scombussolamento al quale assistiamo, che rende molto più ingombrante la presenza del protagonista maschile fino a soffocare cinematograficamente l’ascesa della stella nascente, deriva da un fatto semplicissimo: Bradley Cooper, oltre a essere il protagonista del film, ne è anche il regista, alla sua prima prova in questo ruolo. Miss Germanotta sprizza carisma e presenza scenica da tutti i pori, anche senza il corredo classico dei suoi camuffamenti? E noi le teniamo testa con il nostro invincibile sorriso. Canta straordinariamente? Mr. Cooper ci tiene a ricordarci che ha una bella voce pure lui. Quanto alla gara di recitazione, si tratta di un testa a testa senza vincitori tra due interpreti che hanno una sola espressione e che riescono a essere credibili quando si amano, un po’ meno quando si disperano. Per capirci: la Germanotta, quando deve piangere, ha bisogno di un bello stacco della camera, che torna a regalarle il primo piano quando la glicerina ha già fatto il suo effetto inducendo le lacrime.

Certo, la testarda invadenza di Bradley Cooper evita al film di trasformarsi in un semplice supervideoclippone del nuovo album di Lady Gaga, inframezzato da un po’ di love story. Il disco, per la cronaca, ha debuttato in testa alla classifica americana Billboard 200, un fatto abituale per la popstar, al quinto album consecutivo in testa alle hit, un po’ meno per una colonna sonora, che non vendeva così tanto al debutto dai tempi di Frozen (2014) e che già si candida come favorita per gli Oscar nelle categorie colonna sonora, appunto, e miglior canzone originale (quanto agli altri, non c’è limite alla provvidenza). Certo, il film è impacchettato con grande maestria e non saranno pochi coloro i quali si lasceranno commuovere fino alle lacrime dal suo melò perfettamente dosato e – perché no? – irretire dalla critica allo star system che ti trasforma e non ti permette di essere quello che sei veramente – messaggio furbamente affidato al simbolo perfetto Germanotta in pellicola-Lady Gaga superstar. Alla fine, però, tutto questo narcisismo esibito rischia di dare un po’ alla testa e di lasciare un po’ stordito lo spettatore. Un effetto che alcuni scambieranno per fascinazione.

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