È necessario essere meno esterofili. La tradizione va rispettata. Il teatro senza memoria è solo una moda. Intervista a Carmelo Rifici, direttore della Scuola del Piccolo di Milano e responsabile artistico di LuganoInScena

La direzione artistica di Carmelo Rifici, regista quarantacinquenne – un ragazzino, vista la media italiana – tra i più amati e apprezzati nel nostro Paese, ha portato aria nuova anche in Canton Ticino, facendo di LuganoInScena, in quattro anni, una delle realtà impossibili da escludere dalla mappa europea dello spettacolo dal vivo: 78 spettacoli tra teatro, danza e musica per un totale di 52mila spettatori, con una media di quasi 700 presenze a singolo spettacolo; a questo si aggiunga il lavoro di produzione, con una previsione per le tournée di questa stagione che supera abbondantemente le 45mila presenze. Già allievo di Luca Ronconi e dal 2015 direttore della Scuola del Piccolo Teatro di Milano, Premio Eti Olimpici del Teatro come miglior regista dell’anno nel 2009, abbiamo incontrato Rifici ai tavoli del caffè vista lago del LAC (Lugano Arte e Cultura), nuovo e ipermoderno centro culturale della città svizzera, nonché sede principale delle attività di LuganoInScena.

Sei nato in Italia, hai fatto il liceo in Svizzera, sei tornato a Milano per l’università: un percorso obbligato o una tua scelta?
«Sono nato a Pioltello, alle porte di Milano. Nel 1973 non era che un paese dormitorio per molta gente del Sud in cerca di lavoro. Mio padre non voleva far crescere me e mio fratello in quell’ambiente e, lavorando per le Ferrovie dello Stato, chiese e ottenne il trasferimento in Svizzera. Avevo 5 anni. Mio padre di Messina e mia madre di Napoli si erano conosciuti e innamorati lì, a Pioltello. Erano i tipici migranti in cerca di una vita migliore, vita che la Svizzera ci ha dato, nonostante le difficoltà.  È molto difficile per me parlare delle mie origini, non ho vere radici, sono un misto di Messina, Napoli, Milano, Ticino. Questo mio non sentirmi mai veramente a casa ha reso il mio carattere abbastanza malinconico. Milano mi ha profondamente cambiato. Milano è stata per me la vera esperienza. Lì ho iniziato a studiare teatro. Mi sono sentito a casa per la prima volta. Per me la casa è il teatro, sono le sale teatrali. La mia famiglia l’ho costruita lì, e questo non ha nulla di romantico,: come tutte le famiglie, è fatta di amore e di profonde incomprensioni. Ma ho capito molto presto che la mia vita non era stata che un’attesa di quel momento. Mio padre spesso mi raccontava di come mio nonno fosse per lui un estraneo. Era carpentiere, non stava mai a casa, e durante la bella stagione lasciava la famiglia per girovagare tra la Sicilia e la Calabria con la sua compagnia di teatro. Forse tutto deriva da lui. È come se il percorso obbligato che ho dovuto affrontare fosse già segnato nel mio DNA».

“Ifigenia, liberata” nato dalla collaborazione fra LuganoInScena, il LAC e il Piccolo Teatro

M.Pasquali

Sei considerato uno dei più importanti registi del teatro italiano, ma sei partito da studi di economia: di fronte al peso sempre crescente, nel nostro mondo, delle logiche di mercato, quale ruolo pensi che possa giocare il teatro e l’arte in generale?
«Difficile rispondere. La risposta ideale sarebbe che l’arte può fare molto, che uno spettacolo teatrale o un quartetto d’archi sono un prodotto a basso costo con un profitto elevato, in termini non solo economici ma soprattutto umanistici. In realtà non è così. L’arte è dentro le logiche dell’economia globalizzata e spesso si muove attraverso queste logiche. Parlo soprattutto di un certo teatro contemporaneo, che ha creato un vero mercato dell’arte quotato all’interno dei Festival internazionali. Non è solo un dato negativo, anzi, spesso è proprio nei festival che si possono scorgere le tendenze più interessanti e le ricerche più radicali. Il rischio è che un certo tipo di arte, inserita profondamente in queste dinamiche, spostando ingenti quantità di denaro crei marchi ed estetiche di tendenza. Bisogna chiedersi se quest’arte riuscirà a mantenere un profondo legame con quella necessità di cultura che si è sempre mossa fuori dal mercato. Qualche mese prima di morire, Luca Ronconi mi disse questa cosa che mi emozionò molto: “Vedi, la crisi ci ha almeno ridato la libertà di stare fuori dal mercato”. In questo caso non è stato un buon profeta. Jung ci ricorda che gli aspetti più importanti della vita dell’uomo si trovano e lavorano a lato, nei margini. Penso che l’arte libera non debba rispondere a regole economiche, ma per sopravvivere l’arte deve comunque farsi un mercato: non si può stare fuori dai giochi, anche se questi possono essere illogici e disumani. Le scuole economiche che ho frequentato mi hanno prima di tutto spinto a un ritorno agli studi umanistici, a un recupero del linguaggio complesso; ne sentivo una forte necessità. Detto questo, mi sono anche servite molto a dirigere il settore teatrale del Lac. Ho una grande dimestichezza con i numeri e con i budget, i miei consuntivi sono sempre migliori rispetto ai preventivi, e questo mi inorgoglisce. L’economia senza cultura, però, è ragionamento vuoto. È il disastro al quale assistiamo. L’arte nel mercato fa cultura? Il mercato tenderà sempre a trasformare l’arte in un prodotto oppure arriverà il momento in cui riuscirà a capire che il profitto non è solo denaro, ma anche pensiero e anima? Non so rispondere». 

Com’è lavorare in Svizzera? C’è qualcosa che vorresti poter “rubare” agli svizzeri ed esportare in Italia?
«Le dinamiche culturali sono le stesse, ma l’attenzione da parte della federazione, dei cantoni e delle città è molto diversa. La politica partecipa attivamente alle attività culturali e le difende attraverso un investimento economico considerevole; si occupa in maniera molto trasparente di proteggere economicamente i centri di cultura, senza mai interferire sulle scelte artistiche. La meritocrazia rispetto ai risultati dei bandi ne è una sana testimonianza. Anche in Svizzera i soldi tendono a scarseggiare, ma sono meglio utilizzati. Si evitano i grossi sprechi, le amministrazioni sono attente e vigili. Il ruolo della cultura in Svizzera è fondamentale, e questo ha permesso ai loro registi svizzeri di imporsi nel panorama mondiale. Grazie al forte sostegno di un organo federale come Prohelvetia, registi del calibro di Marthaler, Milo Rau, Stefan Kaegy, Tom Luz, Simon Stone sono tra i più richiesti. E non parliamo della danza e della performance: livelli stratosferici. Il pubblico è serio e preparato, grazie alla quantità di festival e rassegne dove è possibile scoprire, proprio grazie a quel sistema di mercato di cui parlavo, le ricerche più innovative. In Italia io sono stato e resto un privilegiato: lavoro per un teatro serissimo come il Piccolo di Milano, come direttore di una scuola di vera eccellenza. Una gioia. Per il resto, è avvilente vedere come vengono trattati gli artisti nel nostro Paese».

“Purgatorio” di Ariel Dorfman

Attilio Marasco

Loro come ci giudicano?
«Da un punto di vista culturale, l’Italia esiste solo grazie al suo patrimonio artistico e architettonico. Teatralmente per loro siamo trasparenti e poco interessanti: a parte due/tre compagnie che hanno rilievo internazionale, il resto conta poco. Voglio però dire una cosa: dovremmo essere comunque meno esterofili, non è detto che abbiano ragione loro. È fortemente demonizzato soprattutto il nostro legame con la tradizione e con il teatro di regia. I grandi festival e i direttori più à la page detestano la tradizione e considerano il Novecento un argomento chiuso, sul quale non ritornare. Non sono d’accordo. Partecipo a molte tavole rotonde, formate da autorevoli esperti del settore. Il LAC è inserito in una piattaforma di direttori svizzeri molto influenti. Spesso non mi trovo d’accordo con le loro politiche culturali. La tradizione non è un male di per sé. Io penso che se il teatro italiano trovasse il coraggio di alzare la testa e di riproporre il valore dell’intelligenza e della profondità di analisi, nato all’interno del grande teatro di regia, non saremmo a questo punto. Abbiamo paura di non essere contemporanei come il resto del Nord europa. Io sono certo che la tradizione vada tradita, ma dal suo interno e non demonizzata come male di per sé. Il teatro senza memoria e trasmigrazione di conoscenza non può che essere una moda, prima o poi sarà vecchia e sostituita».

Le produzioni LuganoInScena di questa stagione sono 12: qualche consiglio?
«Non potrei, sarebbe come dire che lo sforzo di farne 12 non valeva la pena. Sono tutti artisti che sto seguendo e, a parte gli autorevoli Jan Fabre e DeFlorian/Tagliarini, sono tutti giovani. Penso che la vocazione del LAC sia questa: inutile allinearsi ai grandi teatri nazionali o ai più importanti teatri svizzeri come Vidy o Schauspielhaus. La vocazione del LAC è quella di dare la possibilità ai giovani artisti, attraverso produzioni, residenze e master di specializzazione, di avere una casa dove sperimentare le proprie visioni. Una casa dove muovere i primi passi». 

Carmelo Rifici, 45 anni

LAC Lugano Arte e Cultura

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