Un domani dal volto transumano: in questi tempi di antiscienza, i geni folli che promuovono la crioconservazione dei corpi o il biotech più bizzarro ci restituiscono una fiducia un po’ vintage nelle virtù della tecnica

«Google per favore, risolvi il problema della morte», recita un cartello durante una protesta proprio nel campus di Google. Una frase che riassume la più arcaica delle paure e una fede, tutta contemporanea, nella benevolenza della tecnologia: nel mondo dei bit la morte smetterà di essere un mistero e diventerà un problema risolvibile. O almeno così crediamo, così credono i transumanisti. Chi sono i transumanisti? Dei cyborg? Che differenza c’è tra un gruppo di hacker e i manager egopatici della Silicon Valley? Mark O’Connell, giornalista irlandese con un dottorato in letteratura, lo racconta nel suo libro Essere una macchina appena uscito per Adelphi nella convincente traduzione di Gianni Pannofino. O’Connell è un infiltrato, un umanista che si mette in viaggio in un mondo in cui contano solo lo zero e l’uno, abitato da uomini (maschi) che credono nel potere della tecnica, visionari di un futuro avveniristico che non arriverà mai o forse è già qui. Ma questo non è un libro di fantascienza e nemmeno un manuale per nerd. Tutt’altro. Il fascino magnetico del racconto di O’Connell sta nella sua aura di suggestivo anacronismo, nel suo ottimismo fuori moda. In un mondo che corre a grandi passi verso la propria autodistruzione, dove i corpi invecchiano e la fiducia nel progresso è stata sostituita dalla fede nell’antiscienza, dove non ci vacciniamo, mangiamo semi e radici, recuperiamo le connessioni con l’animale che c’è in noi, con la pianta che c’è in noi… be’, ecco che il sogno transumanista di emanciparci dalla condizione umana grazie alla tecnica ha un fascino vintage.

O’Connell ci prende per mano e ci porta a dare una sbirciatina in un futuro in bilico tra assurdità e genialità, popolato di personalità fuori dal comune. Il giovane Anders Sandberg, per esempio, transumanista che tiene serissime conferenze sui metodi per l’incremento cognitivo del cervello perché, spiega, «il tempo e l’energia sprecati dalla popolazione britannica solo per cercare le chiavi di casa smarrite pesa sul Pil del Paese, ogni anno, per 250 milioni di sterline». Lo stesso Sandberg che porta al collo un medaglione in cui sono incise le istruzioni per la sospensione crionica delle sue spoglie umane in caso di morte. Un desiderio come un altro, farsi conservare nell’azoto liquido in attesa di tempi migliori. Un desiderio da 200mila dollari se vuoi congelarti intero o 80mila per salvarti la testa, realizzabile all’Alcor Life Extension Foundation in Arizona, un luogo costruito per accogliere i cadaveri degli ottimisti.

Ma il futuro di O’Connell non è solo il regno dei miliardari della Silicon Valley che investono in società biotech con un misto di narcisismo delirante e infantile paura della fine. È anche quello degli hacker che negli scantinati si innestano impianti tecnologici nelle braccia guidati da una fiducia postbellica nel miglioramento di sé. È un futuro che ci fa paura. Quando Randal Koene, fondatore di un’organizzazione non profit per lo sviluppo di neuroprotesi, lascia intuire che presto la coscienza sarà replicata da una macchina. Poco importa se non sappiamo ancora nulla di come funziona la coscienza, basta disporre di un database abbastanza capiente da contenere tutte le informazioni del nostro cervello. Un’ipotesi sensata, a patto di partire dall’idea che siamo – be’, computer. È un futuro che ci fa tenerezza. Come al DARPA Robotics Challenge, dove ingegneri si sfidano tramite le loro creature in prove di destrezza e umanità. Guardando un robot cadere o non riuscire a stringere una maniglia come dovrebbe, non possiamo trattenerci dal provare un qualche sentimento di pietà e affetto. Che sia tutta colpa di George Lucas?

O’Connell incontra transumanisti che ci mettono in guardia dall’Intelligenza Artificiale e candidati politici che girano con un camper a forma di bara, per sensibilizzare l’America sul tema della longevità. Un viaggio intimo tra un’umanità più simile a noi di quanto immaginiamo. In cosa credono questi uomini fiduciosi in un futuro perfettibile? Nella scienza? Nell’eterna giovinezza? Nel misterioso potere di un buon investimento? Forse credono semplicemente in se stessi, nel nostro essere in fondo nient’altro che dèi in rovina.

Mark O’Connell

Essere una macchina

Adelphi 2018
260 pagine, 19 euro
traduzione di Gianni Pannofino
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