Per Kareem Abdul-Jabbar scrivere di Harlem, di jazz e di libri è scrivere del suo basket senza scrivere (o quasi) di basket. Che meraviglia

Sì, è vero, spesso i gialli sventolano ancora la loro bandierina in vetta alle classifiche di vendita. E, sì, è vero, il famolo strano non ha valore di per sé, e la narrativa “tradizionale”, inclusa quella di genere, ha ancora molto da esprimere, e così anche la saggistica “all’uso antico”. E, sì, è vero, non sono ormai una gran novità i libri che vanno per forza descritti usando un trattino, per il loro modo altro di raccontare, perché sono “cross-qualcosa”, perché sono fiction ma anche no (o viceversa), perché hanno un tasso di biografismo o di autobiografismo così variabile da non poter essere incapsulati in una qualche casella tassonomica semplificatoria. Eppure il mare sempre più magnum delle narrazioni ibride rimane il più pescoso, anche se si lancia la lenza un po’ più indietro, come ha fatto l’editore add pubblicando la prima traduzione italiana di Sulle spalle dei giganti di Kareem Abdul-Jabbar, uscito in America nel 2007.

Liquidati rapidamente il punto interrogativo sull’identità dell’autore – per i due o tre che non lo sapessero, Kareem Abdul-Jabbar è stato uno dei più straordinari giocatori di basket di sempre (tiro-marchio: il gancio cielo) – e l’eventuale sospetto riguardo a questo repêchage editoriale – Sulle spalle dei giganti è davvero un libro bellissimo – proviamo a spiegare che oggetto sia questa storia di Harlem scritta da uno degli indimenticabili della pallacanestro mondiale. Innanzitutto non è uno di quei libri che da ultimo, dopo almeno un secolo di convivenza forzata e (salvo eccezioni) molto scontrosa, hanno riconciliato per sempre la parola “scrittura” e la parola “sport”. O perlomeno non è soltanto questo. E non è neanche un’autobiografia dell’uomo che sta dentro allo sportivo. O perlomeno non è soltanto questo. E non è neppure il tentativo di raccontare qualcosa di completamente diverso da parte di qualcuno che sia stato qualcuno in un altro campo in una vita precedente. O perlomeno non è soltanto questo.

Library of Congress

Sulle spalle dei giganti parla di basket per una cinquantina di pagine, raccontando la nascita delle prime squadre nere, e parla pochissimo del basket di Kareem Abdul-Jabbar e dei suoi contemporanei. Parla invece per centinaia di pagine di jazz e dei libri dei grandi autori afroamericani – indimenticabili i ritratti di Zora Neal Hurston e di Langston Hughes. Parla delle distinzioni linguistiche tra black, colored, negro, Negro e nigger, dei locali da ballo e degli speakeasy, delle speculazioni edilizie che hanno ridisegnato la mappa etnica di New York, parla dei linciaggi e del punteruolo del cotone, che spinsero a ricollocarsi up north molti discendenti degli schiavi stufi della loro vita negli Stati meridionali più poveri e razzisti, della borghesia nera di Strivers’ Row e Sugar Hill e di chi la sfangava nelle vie di una Harlem lontana da ogni romanticismo, delle contrapposizioni ideologiche tra i leader della comunità nera più accomodanti nei confronti dei bianchi e quelli più muscolari.

Benché la Harlem Renaissance, intorno a cui ruota il libro con ammirevole completezza didattica (chi non ne sapesse niente poi ne saprà tutto, quasi senza accorgesene), abbia avuto la sua fiammata negli anni Venti e si sia esaurita ben prima della nascita di Abdul-Jabbar (1947), si intende bene come l’epicentro creativo della comunità black newyorchese e americana abbia avuto un’onda lunga, almeno per chi fosse sensibile alla storia della propria gente. E tra questi c’è l’autore di Sulle spalle dei giganti che ha voluto farsi scrittore – «Un tempo giocavo a pallacanestro», comincia irresistibilmente il capitolo sull’influenza che alcuni romanzieri e poeti hanno avuto sulla sua vita. Avete presente la massima dell’historia magistra vitae che viene ammannita da duemila anni alle nuove generazioni e che è ormai indigeribile da almeno millenovecentonovantanove? Beh, dopo aver letto il libro di Abdul-Jabbar sarà difficile trafiggere e stracciare con il consueto scherno da persone di mondo questa ciceronata sentenziosa – e lo stesso vale per la sentenza di Bernardo di Chartres, anch’essa ormai altrettanto indigeribile per le troppe somministrazioni che dà il titolo al libro, ma a cui si applica un’indulgenza speciale dovuta alla taglia, appunto gigantesca, dell’autore: due metri e diciotto. La frase dell’historia magistra vitae non compare mai esplicitamente nel libro, peraltro per nulla sentenzioso, di Abdul-Jabbar: eppure, la sua genuina e trabordante passione nel raccontare la storia collettiva dei neri d’America come un moltiplicatore del talento di chi la conosca e si collochi consapevolmente nel suo flusso trasuda dalla pagina, e questa storia si trasfigura nella storia individuale di Kareem. Per questo, se nel libro non c’è neppure una riga sul Kareem in movimento sul campo da gioco, in realtà tutto il libro è una radiografia del Kareem cestista, una scomposizione in molecole della storia di una comunità che lo ha reso tale («Miles Davis mi ha insegnato a essere disinvolto, o almeno a credere di esserlo, quando ero un adolescente lungo e goffo. Lo stile esuberante di Thelonious Monk mi ha infuso la stessa esuberanza sul campo da basket»). A qualcuno parrà forse un atteggiamento un po’ naïf questo fervore abduljabbariano nello scalare le schiene dei grandi del passato per poi far salire sulla propria groppa le generazioni future, ma solo un senzacuore potrebbe rimanere insensibile al racconto di quell’estate del 1964 in cui il diciassettenne Kareem (che era allora ancora il Ferdinand Lewis Alcindor jr. pre conversione) si iscrisse all’Harlem Youth Action Project e con la sua sagoma oversize varcò per la prima volta la porta della biblioteca dell’Arthur Schomberg Center for Research in Black Culture. Quella stessa estate in cui, giocando al giornalista, «il registratore stretto nella mano che tremava», il ragazzino si fece coraggio tra i reporter dei giornali nazionali e azzardò anche lui una domanda al dottor King. Sì, Martin Luther.

Kareem Abdul-Jabbar

Sulle spalle dei giganti. La mia Harlem: basket, jazz, letteratura

add editore, 2018
350 pagine, 19 euro
scritto con Raymond Obstfeld,
traduzione di Alessandra Maestrini
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