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Il Buono, il Cattivo e l’Inghilterra: malinconie di un Paese in crisi

IL 107 30.11.2018

Pennie Smith

“Merrie Land”, il nuovo disco di The Good, the Bad & the Queen, è più di un album: è un elegante pellegrinaggio in tempi di Brexit

«E specialmente dalle più remote contee d’Inghilterra essi si recano in visita a quel santo martire benedetto che li soccorse quand’erano deboli e malati». Un disco che inizia con queste parole non può essere una semplice raccolta di canzoni. E difatti Merrie Land è qualcosa di più: è un pellegrinaggio. La frase che apre il secondo album di The Good, the Bad & the Queen è tratta da I racconti di Canterbury di Geoffrey Chaucer, nella versione recitata nel prologo del film del 1944 Un racconto di Canterbury. Anche Damon Albarn, Paul Simonon, Simon Tong e Tony Allen sono stati in pellegrinaggio. In Merrie Land viaggiano idealmente per il Paese interrogandosi sull’identità inglese, un po’ come hanno fatto in passato i Genesis in Selling England by the Pound, i Kinks in Village Green e Arthur, i Blur in Modern Life Is Rubbish. Sono tempi di Brexit e perciò il racconto di The Good, the Bad & the Queen è malinconico, a tratti struggente. I quattro mescolano punti di vista collettivi e privati, riempiono l’album di riferimenti storici e geografici, lasciano che presente e passato si sovrappongano, trasformano la psiche nazionale in una mappa sentimentale in cui è dolce smarrirsi.

Merrie Land è uno di quei dischi che cullano con la loro tristezza lieve. Se si deve uscire dall’Unione europea, ragiona Albarn, che almeno ci si avvicini alla propria storia e alle proprie radici. Ecco allora apparire nei testi riferimenti alla figura mostruosa dell’Ooser del Dorset, alla tradizione festiva dei pali ornati di nastri, all’Empire Windrush, la nave carica d’immigrati giamaicani approdata in Inghilterra nel 1948. Alcune canzoni somigliano a flussi di coscienza di un uomo ferito che s’interroga su chi manipola chi, nella conversazione pubblica. E chissà che sia questo il motivo che ha spinto il gruppo a mettere in copertina un’immagine dell’attore inglese Michael Redgrave sul set di Incubi notturni, dove interpretava la parte di un ventriloquo manovrato dal suo pupazzo.

Pennie Smith

Accantonato in parte il carattere multiculturale del disco di undici anni fa, Albarn (cantante di Blur e Gorillaz, e molto altro), Simonon (già bassista dei Clash), Tong (ex chitarrista dei Verve) e Allen (il più celebre batterista afrobeat al mondo) hanno reclutato il produttore Tony Visconti, quello di David Bowie. È venuto fuori un disco più elegante e complesso del precedente, meno legato ai suoni della strada e più vicino a una dimensione fantastica. L’organo elettronico intona un canto morbido, le canzoni somigliano a placide filastrocche da cui s’innalzano suoni di violini, oboe, flauti, fantasie di tastiera. Ci sono orchestrazioni ingegnose, riverberi, linee di basso corpose, incastri ritmici come non se ne sentono più nei dischi rock. Armonizzazioni che creano un meraviglioso senso d’instabilità si alternano a momenti di grande dolcezza. A un certo punto, un coro maschile intona in lingua gaelica le parole «Siamo con te». In un disco pieno di canzoni sul lasciarsi, quel coro suona come un caldo abbraccio.

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