Appendice

Dove vai se il muro non ce l’hai?

26.11.2018

Il muro americano: Stati Uniti da una parte, il Messico dall'altra

Le barriere fisiche che sorgono sempre più numerose tra Stati e regioni del mondo. Il ritorno di fiamma per le bandiere e i vessilli. L'ossessione geografica per i confini e le aree di influenza. Viviamo nella globalizzazione, ci dicono, ma si moltiplicano i segnali di un potente salto all'indietro. L'analisi dello scrittore e saggista inglese Tim Marshall

Trent’anni passati in giro per il mondo, a raccontare i confitti nei Balcani e in Medioriente per la BBC e Skynews, su diversi giornali inglesi come il Times, il Guardian e l’Independent. Poi, a 55 anni, Tim Marshall ha deciso di dedicarsi ai libri. Nel 2014 ha pubblicato Dirty Northern B*st*rds, uno studio approfondito sulla tradizione dei cori negli stadi inglesi. Ma è il volume dell’anno successivo a segnare l’attuale fase della sua carriera, caratterizzata da mappe, bandiere e una buona dose di determinismo: Prisoners of Geography (tradotto in italiano da Garzanti nel 2017 con il titolo Le 10 mappe che spiegano il mondo) racconta la rinascita della geografia come elemento fondamentale della politica e dell’identità di uno Stato. Per l’autore, soltanto questa disciplina può spiegare le preoccupazioni russe davanti alla vasta pianura polacca, che si estende per quasi 500 chilometri ed è percepita come un potenziale campo di battaglia ideale sia per gli eserciti che arrivano da Est sia per quelli che arrivano da Ovest. Siamo prigionieri della geografia, sosteneva Marshall forse un po’ sopravvalutando il suo lavoro, perché è lei a dettare la geopolitica, non l’ideologia; e lo farà sempre: la Cina avrà sempre mire sul Tibet, così come la Russia sulla Crimea, solo per fare due esempi.

Da quel libro, da cui emerge anche un elemento che nel 2015 poteva non apparirci così attuale come la difficoltà dell’Europa (causata, per l’autore, dalla frammentazione disegnata dai corsi dei fiumi), Marshall è passato a scrivere del ritorno dei simboli, in particolare delle bandiere, con Worth dying for, un volume non tradotto in italiano uscito a settembre 2016, due mesi dopo la vittoria del Leave nel referendum per la Brexit e due mesi prima della vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Sono questi i due eventi che hanno spianato la strada al ritorno dei vari nazionalismi, anche in Europa, per cui patria e bandiera sono tutto. Lealtà, potere e idee sono elementi che una bandiera può trasmettere, scriveva Marshall portando a esempi i vessilli neri degli uomini dello Stato islamico o la decisione di Saddam Hussein nel 1991 di cambiare la bandiera dell’Iraq per sostenere la leadership del suo Paese nel mondo islamico, aggiungendo tre stelle a rappresentare i tre cardini del motto baathista «unità, libertà, socialismo» e le parole “Allah Akbar” scritte con la sua calligrafia. Probabilmente, Worth dying for è il libro meno riuscito della trilogia. L’autore ha però avuto il merito di anticipare il tema del simbolismo delle bandiere, oggi più che mai attuale. Basti pensare al gran sfoggio che se ne fa su Twitter – il social network di quelli impegnati politicamente – per dimostrare già dal nickname la lealtà al proprio Paese.

Londra al tempo della Brexit: fantoccio di Theresa May davanti al Parlamento

Marshall chiude però il discorso aperto con Prisoners of Geography lo scorso marzo, quando decide di passare dai confini e dai simboli delle ai muri. Divided (pubblicato in italiano da Garzanti con il titolo I muri che dividono il mondo) parte da un’evidenza: gli uomini hanno ripreso a erigere muri a difesa dei confini e delle identità. Basti pensare che nel mondo, negli ultimi dieci anni, sono stati costruiti oltre 6mila chilometri di barriere. Facile pensare al progetto di Trump al confine tra Stati Uniti e Messico. Ma non è l’unico, perché agli scontri causati da questioni prevalentemente economiche o religiose, cioè a muro, si risponde con altro muro.

Emerge però, in conclusione di questa trilogia, un problema nella lettura deterministica di Marshall, che sembra essersi fatto prendere un po’ la mano, magari ripensando a quando raccontava le crisi nei Paesi dei Balcani o nel Medioriente, e quindi senza il distacco richiesto a un analista. Se davvero è la natura umana che ci fa disegnare e difendere i confini, come scrive Marshall nella conclusione, come si spiega che nonostante i nazionalismi viviamo ancora nel periodo più aperto nella storia dell’umanità? Ricondurre molti aspetti dell’attualità alla geografia è un suo merito, convincersi che l’unica protezione che i dimenticati dalla globalizzazione stanno chiedendo alla politica sia quella fisica, tralasciando quella economica, è una sua grave colpa.

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