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Fare canzoni di notte, quando si è ubriachi

28.11.2018

Sara Pellegrino

Il ragazzino che nascondeva il proprio viso al pubblico torna con un disco intitolato, sfacciatamente, “Punk”. Intervista a Gazzelle, che non è rap, né trap, ma ha fatto un botto pazzesco

Sono le 7 di sera. Flavio è chiuso in una stanza a ricevere i giornalisti dalle 2. Ha l’aria esausta ma sorride cortese. Tra un’intervista e l’altra, ascolta gli audio su WhatsApp e controlla i social. A guardarlo, nella sua felpa con cappuccio, sembra un ragazzo normale. Invece è Gazzelle, il fenomeno della musica indie esploso due anni fa come una mina. Dopo il primo disco e il primo tour di 97 date, Flavio Pardini è tornato a Roma (dove è nato nel 1989), ha scritto nuove canzoni e le ha messe dentro al nuovo album, Punk. Ma che c’entra il punk con l’indie? «Chiamare il disco Punk è un atto punk. Perché è un disco punk, nel senso che segue regole sue».

Dopo 5 ore di interviste, Flavio ha ancora voglia di parlarne. «È un disco scritto come si dovrebbero scrivere i dischi: ubriachi, di notte», racconta. Sono lontani i tempi in cui, sui social, Gazzelle era un’immagine sfocata, un ragazzo dai lineamenti irriconoscibili e due stelline al posto degli occhi. «Ho iniziato a metterci la faccia e anche a prendermi i meriti, ma non metto online la mia vita privata, solo quella da artista». Se gli è costato rinunciare a un po’ della sua privacy non lo dice, ma ha lo sguardo di uno che ha fatto i suoi conti: la musica è anche questa cosa qui e la sua gli sta dando così tante soddisfazioni che vale la pena scendere a compromessi con il mondo dello show business.

Dopo il successo di Superbattito, l’album d’esordio del 2017, tutti stavano lì a vedere se Gazzelle fosse una metafora o un fenomeno vera, ma lui non si è fatto prendere dall’ansia da prestazione del secondo disco e ha messo insieme 9 canzoni fedeli: «Ho fatto semplicemente me stesso», dice adesso che l’album è in uscita, il 30 novembre. Dentro ci ha messo una «bocca che sa di Roma centro» ma anche «un bacio congelato, sapeva di Milano», un sacco di sigarette e di bottiglie, le contraddizioni di chi pensa «che sto male anche da solo, che da solo non mi trovo», ma anche che «noi stiamo bene anche soli», e però poi «in fin dei conti sto bene, puoi dormire tranquilla, che non mi taglio le vene che non parto per l’India». Ma, soprattutto: «Tuo padre ha rotto il cazzo di guardarmi male», una verità detta senza girarci attorno, come lui sa fare benissimo.

A funzionare non sono solo i testi, ma anche la voce, graffiante e unica. Quando glielo dicono, lui abbassa gli occhi e la testa, forse arrossisce un po’, ringrazia e dice che «è un dono» e che alla fine le voci particolari hanno qualcosa di speciale: «Vasco Rossi potrebbe leggere l’elenco del telefono ed emozionarti lo stesso». Poi racconta: «La canzone del disco a cui sono più affezionato è Coprimi le spalle, perché l’ho scritta 6-7 anni fa, è una canzone a cui voglio bene, quasi fosse una persona. È la preferita di mia madre». Ad ascoltarla adesso, quella canzone sembra quasi una profezia: «In fondo non conta dov’è che tira il vento ma ciò che porta, che se porta bene ti porta lontano come una canzone». E a Gazzelle le canzoni lo stanno davvero portando lontano: l’anno prossimo partirà il nuovo tour tra palazzetti (al Forum di Assago il primo marzo e al PalaLottomatica di Roma il 3 marzo) e club.

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