Un mix corrosivo di humor nero, colpi di scena, bizzarrìe assortite e attori caricaturali. Il grande ritorno dei fratelli Coen, solo su Netflix dal 16 novembre. La nostra intervista

Speroni, cowboy, carovane, indiani e pistoleri. Tutto l’armamentario western al soldo dei fratelli del Minnesota che – è proprio il caso di dirlo – ne sanno una più del diavolo. E se Bergman giocava a scacchi con il Tristo Mietitore, i fratelli Coen, papà di cult come Fargo, Il grande Lebowski o A Serious Man, provano a ingannare il tempo del film (e quello della vita) in una declinazione tutta buffa e originale.

Su Netflix dal 16 novembre, The Ballad of Buster Scruggs è un’antologia in sei episodi, distanti fra loro per luogo e stato d’animo, che racconta dello spietato, brutale West delle origini. Nessuna aspettativa potrà essere delusa, dal momento che non esistono termini di paragone: se le suggestioni non mancano, i Coen (che IL ha incontrato alla Mostra del cinema di Venezia) non sono epigoni di nessuno. «La sensazione che ci siamo ispirati a qualche titolo che ti sta balenando in mente è molto più vaga di quello che pensi», parte Ethan. «Siamo andati a intuito e abbiamo giocato. Come quando da bambini facevamo gli indiani: le variazioni sui ruoli sono state l’impulso per ogni storia». Sia ben chiaro, non si tratta di una reinterpretazione del genere: «Non l’abbiamo mai considerato un western in senso stretto, e infatti ha caratteristiche che non c’entrano nulla. Direi invece che si può leggere da varie prospettive, come uno specchio della nostra storia e della nostra società».

Violenza, insensibilità, ineluttabilità in un mix corrosivo dallo humor nero, dove si susseguono colpi di scena e situazioni bizzarre con attori caricaturali, morbosi o mefistofelici. E se il pastiche postmoderno non era intenzionale, la volontà di dargli una forma antologica è stata chiara quasi da principio: «Questi episodi sono stati scritti nel corso di 25 anni, con lunghi intervalli tra loro», spiega Ethan. «In prima battuta abbiamo pensato a farne dei film individuali, però a noi piacciono tutti i formati: i corti, le pubblicità…», aggiunge subito Joel. «Negli anni Sessanta, soprattutto in Italia, si facevano molti più film a episodi o collettivi. Ricordo esattamente la sensazione che ebbi quando trasmisero in tv Boccaccio ’70…». Quindi, messo insieme tutto il materiale, il salto è stato istintivo. «Nessuno fa più film antologici, noi ci tenevamo a rinnovare questo genere caduto nell’oblio», continua Ethan. «A proposito di questa cultura “a episodi”: Visconti era proprio fuori luogo in quella commedia sexy», conclude Joel ridendosela.

Scelto il formato, ecco il problema: in quale ordine presentare le storie? Ovvero, come passare dal gonzo pistolero in stile Roy Rogers all’impiccagione spaghetti-western con James Franco; dissolvere tra il mini-circo Barnum di Liam Neeson e la vallata incontaminata del cercatore d’oro (Tom Waits); confluire dal romanzo d’amore della carovana al viaggio finale verso l’ignoto. «Iniziamo con toni da commedia per poi diventare sempre più cupi. Se pensi che partiamo con Tim (Blake Nelson) che attraversa la Monument Valley strimpellando la chitarra e ballando il tip tap nei saloon, e finiamo con due psicopompi in una diligenza, è chiaro di che cosa parlo», spiega Ethan. «Ci sembrava una successione razionale, ma è stato un processo intuitivo», chiude Joel.

Se gli accostamenti tra le storie sono emotivi, la sensazione di uniformità arriva tramite accumulo. Per cementare i vari capitoli, l’espediente narrativo è quello di incastonarli in un libro di fiabe, aperto all’inizio dalla mano di un narratore invisibile che sfoglia le pagine a ogni intermezzo. «Ce lo siamo inventato in post-produzione», spiega Joel. «Abbiamo pensato subito a uno di quei tomi rivestiti di stoffa che c’erano in biblioteca quando eravamo piccoli, con quelle cartelle illustrate solo ogni 20 o 30 pagine… E ci siamo rivolti, con tutte le nostre referenze, ad Alex Lemke e Michael Huber, che hanno ricreato le atmosfere di quei disegni».

Se all’assurdità delle storie e all’artificio del pamphlet si aggiungono la fotografia strepitosa di Bruno Delbonnel (mai viste così le Montagne Rocciose o il torrido New Mexico), le scenografie di Jess Gonchor (solo il palco dell’episodio Mail Ticket vale una candidatura all’Oscar) e la colonna sonora dell’eclettico Carter Burwell (che crea atmosfere eccentriche con accostamenti improbabili), diventa impossibile non lasciarsi tentare da questo film, magari la prima volta al cinema e poi di nuovo in streaming… Ecco, il tema caldo Netflix. I Coen non si risparmiano. Per i maligni e i polemici che hanno sospettato un’ingerenza della piattaforma nelle loro scelte artistiche, la risposta è lapidaria: «Come tutto quel che facciamo, il film è venuto come lo volevamo noi, le decisioni estetiche e l’approccio sono stati presi a monte», inizia Ethan, per cedere subito la parola a Joel: «Ci teniamo alla distribuzione nelle sale, perché siamo gente di cinema, ma per noi la questione della fruizione non è un problema». Come dire: prima ancora di dove, è importante che sia possibile vederlo. «Netflix o altre società che finanziano film non “mainstream” hanno una funzione importante», riprende Ethan. «Questo sistema permette la sopravvivenza del cinema come forma d’arte. Anzi: diverse società, diversi modelli di business e differenti modalità di sfruttamento del prodotto sono garanzia di salute per tutta l’industria e per tutti noi».

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