Appendice

Dio salvi il club dei 53 amici

08.11.2018

Le ex colonie britanniche: una cinquantina di Paesi, un terzo della popolazione mondiale, le metropoli più emergenti del Pianeta. È il Commonwealth. Una sponda molto utile in caso di Brexit

Quante volte avete sentito la regina Elisabetta parlare in pubblico di politica? Zero. Il suo regno, complice anche la trasformazione della politica e della democrazia di questi decenni, rappresenta uno spartiacque: di politica lei non parla mai, almeno non pubblicamente. Infatti, quando il tabloid euroscettico Sun a marzo 2016, tre mesi prima del referendum, titolò Queen backs Brexit (la regina sostiene la Brexit) si aprì una lunghissima discussione sui giornali e nel Paese circa la veridicità di quella che secondo alcuni era un’ingerenza reale. Il Sun allora fu costretto alla smentita e alle scuse. Ma a distanza di oltre due anni da quel voto, Elisabetta ha rotto il protocollo e ha parlato – e l’ha fatto nel bel mezzo della fase più complessa dei negoziati tra Londra e Bruxelles – di Brexit.

È successo in occasione di un banchetto a Buckingham Palace in onore dei reali dei Paesi Bassi. Rivolgendosi a re Guglielmo Alessandro, ha ricordato la visita a Londra di sua nonna, la regina Beatrice, e del principe consorte Bernardo nel 1972, alla vigilia della nascita della Comunità economica europea, in cui il Regno Unito entrò pochi anni dopo alla luce del risultato di un altro referendum, quello del 1975. «Mentre oggi guardiamo a una nuova partnership con l’Europa, i comuni valori e gli impegni reciproci sono il nostro bene più grande, e dimostrano che, anche in una fase di cambiamento, la nostra durevole alleanza rimane forte», ha spiegato la sovrana. «Come innovatori, commercianti e internazionalisti guardiamo al futuro con fiducia».

Elisabetta II, regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord e dei Reami del Commonwealth

E subito si è scatenata la corsa all’interpretazione autentica. Protagonisti due giornali che in passato sono stati entrambi pro Brexit ma che ora si sono divisi durante il lento cammino d’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Per il Daily Mail, oggi su posizioni più europeiste dopo essere stato probabilmente la voce più forte e influente a favore del Leave, quello della regina era un appello alla soft Brexit per rimanere, cioè, vicini. Una lettura diversa l’ha fornita il Sun, che ci ha visto un meassaggio di ottimismo: il Regno Unito è in grado di cavarsela perché nonostante la Brexit, grazie soprattutto ai legami con i partner internazionali extra Ue.

Ma a mostrare grande interesse verso il ruolo dei reali per costruire il Regno Unito della Brexit pare essere il governo britannico, in particolare il dipartimento per gli Affari esteri (il Foreign Office). Se i principi William e Kate hanno fatto un tour in Europa l’anno scorso, ora è il turno di Harry e Meghan. Tocca a loro in questi giorni viaggiare per i Paesi dell’Oceania che sono membri del Commonwealth e ancora monarchie sotto la corona britannica. La Corona è politicamente neutrale ma gli uomini del premier Theresa May conoscono bene sia il fascino che esercita all’estero sia i grandi rapporti di amicizia e collaborazione che ha in tutto il mondo.

William e Kate, duca e duchessa di Cambridge

Con l’accordo di libero scambio con gli Usa e quello con la Cina che non sembrano troppo lontani visti gli interessi più volte espressi dalle parti, diverso è il discorso che riguarda l’Oceania. La presenza di Harry e Meghan in quelle terre rafforza l’idea di un Regno Unito post Brexit che per stringere nuovi accordi con Paesi extraeuropei punta anche – perché da solo non può bastare – sul suo Commonwealth. Dicono i critici: la riscoperta sa un po’ di imperialismo ed è un piccolo mercato che rappresenta soltanto il 9% delle esportazioni di beni e servizi del Regno Unito. Poca roba rispetto al 43% dell’Unione europea, dicono. Tuttavia, il Commonwealth, composto da 53 Paesi in maggioranza ex colonie britanniche, racchiude un terzo della popolazione mondiale e il 40% delle persone di età inferiore ai 30 anni. Il «G53», inoltre, ha una lingua condivisa, sistema amministrativi e giudiziari basati sullo stesso principio (la common law britannica) oltre che la metà delle prime 20 città emergenti del mondo. Paesi affini, a differenza degli Stati dell’Unione europea, la cui incredibile diversità è sia la principale ricchezza ma il primo freno alle riforme.

Ora, visto l’avvicinarsi della Brexit, Londra ha deciso di impegnarsi con i suoi partner storici. Questo perché il Regno Unito è affetto da diversi problemi comuni alle altre economie occidentali. Ma uno in particolare: invecchia rapidamente e allo stesso tempo perde forza sui mercati globali. Al contrario, per fare un’esempio interno al Commonwealth, l’economia indiana – che cresce del 7% a differenza del 2% del Regno Unito – è ormai vicina alle dimensioni di quella britannica e i suoi giovani sono sempre sempre più qualificati. Ma l’India è soltanto un esempio. Tanto che Londra, grazie anche alla Brexit, è decisa a scegliere chi far entrare nel Paese e chi, invece, lasciare fuori per rivitalizzare il suo mercato. Tuttavia, questa linea non è priva di insidie. Prendiamo ancora l’India come esempio: perché non c’è ancora un accordo commerciale tra i due Paesi? La risposta è in una sola parola: visti. L’India, infatti, non è disposta a firmare alcuna intensa con il Regno Unito fino a quando non si riterrà soddisfatta sulla questione dei diritti di lavoratori e turisti. Non deve stupire: è lo stesso paletto posto da Bruxelles per i negoziati della Brexit o dall’Australia durante le trattative per l’accordo di libero scambio con gli Stati Uniti.

Il Regno Unito sa di dover coltivare il suo Commonwealth ma sa anche che, per le ragioni appena illustrate, gli equilibri sono cambiati. Non è più la «Madre Patria» con istinti colonialistici: è una nazione sorella che deve essere grata alle altre per l’immigrazione. E le altre non sono, oggi più che mai, mercati da sfruttare: sono fatte di persone con parenti e amici nel Regno Unito. Brexit non può significare guardare al Commonwealth come una possibilità di «tornare ai bei vecchi tempi», ha scritto Andrew MacLeod, visiting professor al King’s College di Londra, su CapX. Nessuna nazione del Commonwealth, grande o piccola che sia, pare disposta a rinunciare alla propria indipendenza e diventare di nuovo una colonia britannica.

Harry e Meghan, duca e duchessa del Sussex

Allora che cosa fare? MacLeod propone di copiare ciò che l’Australia ha fatto in Asia. Nel 1989 il premier australiano Bob Hawke fondò l’Apec (Cooperazione economica asiatico-pacifica), organizzazione che ha sì intenti politici ma che si è affermata soprattutto nella promozione del commercio grazie alle sue politiche migratorie che prevedono una linea morbida per gli uomini d’affari. I dirigenti di grandi aziende in economie Apec (ci sono Stati Uniti, Cina, Giappone, Russia, Filippine) possono ottenere un visto d’affari, chiamato Apec Business Traveler’s Card, che offre un trattamento alla frontiera simile a quello riservato ai diplomatici evitando le attese. MacLeod, da entusiasta detentore della carta, è convinto che possa essere la vera arma del Commonwealth. Nuova Zelanda, Singapore, Malesia, Papua Nuova Guinea e Australia sono Paesi del Commonwealth che hanno già aderito alla carta dell’Apec e che per questo sosterranno quasi sicuramente un’iniziativa simile. Lo stesso farebbero molto probabilmente le nazioni africane aderenti al Commonwealth, che stanno da anni cercando la strada per un «passaporto per tutta l’Africa» al fine di sostenere il loro commercio. A benedire il rafforzamento dell’organizzazione ci potrebbero essere anche Stati Uniti di Donald Trump, disposto a tutto pur di frena la Cina, in grande avanzamento in Africa. Ed è proprio Pechino riconoscere a suon di scambi commerciali il potenziale del Commonwealth: infatti, tra il 2006 e il 2016, gli affari con le 53 nazioni sono cresciuti di 8,4 volte raggiungendo i 200 miliardi di sterline.

MacLeod, da europeista, racconta la sua delusione rispetto l’esito del referendum britannico del 2016 ma vede un po’ di luce in fondo al tunnel anche in ragione del ruolo del Regno Unito nel mercato europeo e globale dei servizi: «La Singapore dell’Europa e la cerniera tra il Commonwealth e il continente – questo è un Regno Unito post Brexit degno di essere vissuto», scrive. Un progetto interessante, non c’è dubbio. Ma per portarlo a termine, il Regno Unito avrà probabilmente bisogno di un ambiente un po’ meno ostile verso l’immigrazione.

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