Appendice

Niente al mondo è come Pyongyang

20.11.2018

La megalomania di Kim jong-Un sta trasformando la capitale della Nord Corea in una fantasia urbanistica dai tratti sinistri che mischia architetture eccentriche, suggestioni retro-futuriste e influenze asiatiche, innestandole su un persistente fondo di “grandeur” sovietica. Il tutto affogato in una melassa di tinte color pastello

Gli estimatori dell’architettura brutalista sanno che Londra e Belgrado hanno molto da offrire. Per gli amanti del neo-classicismo stalinista Mosca è the place to be. Mentre per chi ha un debole per le tinte pastello dell’art deco è difficile trovare un posto migliore di Miami. Ma se sono tutte e tre le cose a interessarvi (più contaminazioni asiatiche, spruzzate di retro-futurismo e coreografici monumenti al totalitarismo) probabilmente oggi non c’è città al mondo in grado di battere Pyongyang. Tanto più che la capitale nordcoreana sta vivendo un insospettabile boom immobiliare e il suo eclettico mix di architetture cresce e si evolve a una velocità impensabile fino a pochi anni fa.

A farne una storia per immagini, con un occhio di riguardo anche per gli interni degli edifici pubblici, c’è un libro fotografico che, per simmetrie e palette di colori, sembra uscito dalla fantasia di Wes Anderson. Lo firma, per la parte fotografica e testuale (in inglese, francese e tedesco), il critico di design e architettura del Guardian Oliver Wainwright e s’intitola Inside North Korea, volume edito da Taschen di cui qui sotto potete sfogliare una gallery. Dentro, in un susseguirsi di maestosità e squallore, kitsch e rigore ci sono alveari di appartamenti e teatri, spianate di cemento e cascate di marmo, grattacieli incompiuti e stazioni della metropolitana di grandeur moscovita. Il tutto accompagnato da un’introduzione che, pur nella sua brevità, tratteggia con efficacia le tappe della ricostruzione post-bellica e le influenze su un’architettura che, pur volendo incarnare gli ideali di autosufficienza che hanno puntellato per decenni l’isolazionismo nordcoreano, ha debiti evidenti con il canone sovietico.

Il merito del recente boom immobiliare è della politica di byungjin – traducibile con il duplice imperativo di “rafforzare l’economia a fianco dell’arsenale nucleare” – promossa da Kim jong-Un, il 35enne “leader supremo” ed erede della spietata dinastia che governa il Paese dal 1948, anno della sua fondazione. Salito al potere nel 2011, il nipote del “presidente eterno” Kim il-Sung e figlio del “leader eterno” Kim jong-Il (entrambi defunti), sta promuovendo una graduale apertura all’economia di mercato. Il risultato è il ceto emergente dei donju – letteralmente “padroni del denaro” o “capitalisti rossi” come vengono chiamati a Sud del confine – una classe di imprenditori che, con il beneplacito del governo e grazie a canali privilegiati con politici, militari e alti burocrati, opera in una zona grigia dell’economia, accumulando ricchezze non di rado reinvestite nel settore immobiliare, sia in proprio che in partnership con il settore pubblico.

Non stupisce quindi che, dal 2011 a oggi, il “presidente costruttore” – come è stato ribattezzato il giovane Kim – abbia inaugurato personalmente un complesso residenziale all’anno. Opere prive degli standard qualitativi di quanto viene eretto ormai da decenni in quasi tutto il resto dell’Asia, ma che non hanno nulla da invidiare in quanto a scala. Il complesso di Changjon Street è composto da 18 torri cilindriche, le più alte delle quali hanno 18 piani; a Mirae Scientists Street ci sono 2.500 appartamenti espressamente pensati per ospitare scienziati (le aperture al mercato non hanno dissipato la tendenza alla pianificazione); a Ryomyong New Town le unità abitative sono addirittura 5mila, i palazzi più alti misurano 70 piani e la scala del progetto, inaugurato lo scorso anno, è stata considerata adeguata a far sì che il complesso fosse uno dei fulcri delle celebrazioni per il 105esimo anniversario della nascita del padre della patria Kim il-Sung.

La febbrile attività del settore immobiliare è sotto gli occhi di chiunque veda trasformarsi lo skyline della capitale, ma è difficile da quantificare in maniera certa per via di quell’opacità che, in decenni di isolamento dal resto del mondo, è diventata uno dei tratti più distintivi del Paese. E che, nel caso specifico delle apertura all’economia di mercato, è ancora maggiore che in altri ambiti, perché se l’attuale presidente fosse visto rinnegare l’eredità ideologica della propria famiglia probabilmente pure la sua stessa legittimità potrebbe venire messa in dubbio.

Accade così, per esempio, che la Bank of Korea di Seul stimi che nel 2015 il Pil procapite dei nordcoreani si sia contratto dell’1 per cento, un’opinione autorevole, ma non certo condivisa dagli economisti dello Hyundai research institute secondo i quali in quegli stessi 12 mesi la crescita del medesimo indicatore è stata addirittura del 9 per cento. Altre fonti parlano di un 40 per cento della popolazione che ormai riceve una qualche forma di retribuzione da un datore di lavoro privato; di un 85 per cento della popolazione che non si nutre più con le razioni statali preferendo fare acquisti nei jangmadang (i mercati, ufficiali e non); di un incremento di 10 volte del prezzo delle case in meno di 20 anni. Stime da prendere con prudenza: nel caso delle quotazioni immobiliari, per esempio, bisogna tenere conto che i complessi residenziali vengono di norma assegnati per professione, quindi il mercato che fa passare di mano gli appartamenti non si svolge alla luce del sole.

In mezzo a cifre così sorprendenti e discordanti, ai Korea watchers spesso non resta che affidarsi all’osservazione delle trasformazioni del sempre meno grigio tessuto urbano della capitale che, scrive Wainwright, visto dall’alto dà l’impressione che «qualcuno abbia svuotato un sacchetto di caramelle sulla città, con confetti di zucchero mischiati a gelatine a forma di astronave». L’esempio più vistoso di quest’ultima categoria – e del fatto che nel settore immobiliare coreano non tutto funziona sempre al meglio – è sicuramente del Ryugyong Hotel, una specie di piramide neo-futurista di 105 piani con proporzioni che la collocano a metà strada il Luxor Resort & Casino di Las Vegas e lo Shard di Renzo Piano. I previsti 330 metri d’altezza dell’edificio sono stati raggiunti ormai nel lontano 1992, ma l’inaugurazione ancora non c’è stata.

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