Se la risposta è «non si può fare, nessuno c’è mai riuscito», allora vale la pena di provarci. Perché si è sulla buona strada per sperimentare qualcosa di nuovo. Comincia così il progetto di Aplomb e l’idea di tirar fuori luce dal cemento

«È possibile creare un prodotto a uso residenziale con un materiale povero?». Paolo Lucidi e Luca Pevere, dello studio omonimo, erano reduci da un’esperienza con i vasi da esterni. Avevano lavorato con argilla, ceramica, pietra. Erano curiosi di usare quel tipo di tecnologia in settori dove non era stata mai usata, come quello delle lampade. «E poi eravamo in pieno periodo Apple, in cui tutto era bianco, perfetto e sterile. Noi invece cercavamo qualcosa di materico, che rendesse prodotti diversi anche a livello seriale», ricordano. La loro idea è una lampada in cemento, pesante, così da tendere il filo di sospensione come se fosse un filo a piombo, «un segno architettonico. A prova di installatore», ridono oggi. Il risultato si chiama Aplomb e vede la luce nel 2010, con successive versioni, tra cui una da esterni lanciata quest’anno. Prima però, per realizzarla, i designer contattano la Crea di Bessimo Superiore (Brescia). La prima risposta è: «Non si può fare». «Tutti erano abituati a stampare formati di grandi dimensioni. Inoltre era una scelta antieconomica: i costi si calcolavano in base ai quintali non ai pezzi. Ma la crisi dell’edilizia li ha fatti cambiare», spiegano.

Naturale che la loro strada si incroci con quella di chi sul «non si può fare» ha fondato una filosofia: Foscarini, «azienda senza fabbrica» di Marcon (Venezia) che sullo stretto rapporto con designer e fornitori specializzati basa la sua ricerca. «Quando ci sentiamo dire così, vuol dire che non si è mai fatto e che siamo sulla buona strada per trovare qualcosa di nuovo», racconta il fondatore e presidente Carlo Urbinati: «Della Aplomb mi colpì l’idea del filo a piombo, un riferimento all’industria edilizia, capace di proporre una luce puntata, non diffusa. In un settore che lavora sulle trasparenze, una sfida».

«Uno dei grossi problemi che abbiamo affrontato è stata l’escursione termica: la luce scaldava le pareti della lampada che essendo così sottili poi si spezzavano», ricordano Lucidi Pevere. Il segreto sta nella miscela, un cemento con fibre di vetro, a cui vengono aggiunti ossidi per ottenere diversi colori. Ma anche nella maestria dell’artigiano che cola il materiale negli stampi, sta attento che non si creino bolle, li fa asciugare, estrae il pezzo, lo fa stagionare in forni, lo rifinisce e lo spruzza con un protettivo neutro per poi spedirlo a chi lavorerà sulla parte illuminotecnica. «Ogni lampada è fatta a mano, ognuna è diversa», precisa Urbinati. Questa volta, si è potuto fare.

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