Appendice

Ossa rotte e timpani perforati

05.12.2018

La locandina dell'incontro, il 17 aprile 1909

Nell'aprile del 1909, a Parigi, andò in scena uno dei più cruenti incontri di boxe che la storia ricordi: quello tra Joe Jeannette e Sam McVey, protagonisti di una mitologica rivalità. Il racconto di come andò quella sanguinosa sfida

Negli sbalorditivi incontri tra Joe Jeannette e Sam McVey credo di vedere, alla luce delle mie laboriose ricerche animate da una passione ultratrentennale, una delle più grandi rivalità nella storia della boxe. Il 17 aprile 1909, nell’arena concentrica del Circo di Parigi, colma in ogni ordine di posto, si disputò il terzo dei loro cinque match. Il primo, disputato nei dintorni di New York, era stato vinto da Jeannette con una decisione presa dai giornalisti presenti, come si usava all’epoca, mentre il secondo, combattuto due mesi prima nella stessa cornice parigina, aveva visto trionfare McVey al termine di venti riprese.

L’incontro di bella era un fight to the finish, e non prevedeva quindi un numero massimo di riprese. In palio c’era il campionato del mondo riservato ai pesi massimi di colore, una definizione che ben evidenzia le restrizioni razziste cui erano soggetti i pugili di pelle non bianca. In una fredda primavera tardiva, andò in scena uno dei più avvincenti, emozionanti e cruenti incontri di cui si abbia traccia.

Sam McVey entrò prepotentemente nel match, forte di una preparazione fisica straordinaria. Nei primi diciannove round Jeanette saggiò il tappeto per ben ventuno volte: alla fine della diciassettesima ripresa poté raggiungere il proprio angolo solo con l’ausilio dei secondi. Com’è logico che sia, al giorno d’oggi un incontro di tale durezza sarebbe stato prontamente interrotto. Quelli, però, erano anni di sfida totale e noncuranza delle conseguenze: i pugili salivano sul ring con una fame torcibudella ed erano mossi da una determinazione ormai estinta. Inoltre, le regole del tempo contemplavano l’interruzione del match solo se uno dei pugili fosse stato contato al tappeto per dieci secondi.

Joe Jeannette resistette alla punizione, rialzandosi sempre per tempo, e continuando a martellare il corpo di McVey superò il dolore immenso di ossa rotte, timpani perforati, carni maciullate, gettando il cuore oltre i pugni micidiali dell’avversario. Il ring era un lago di sangue. Sorpreso dalla monumentale volontà di Jeanette, McVey cominci. ad accusare la fatica e a subire qualche colpo di troppo. Joe Jeannette, sfiorato dalla morte mentre ancora si trovava sui propri piedi, sentì le forze tornare a rinvigorirgli il corpo e Sam McVey toccò il tappeto, per la prima volta nel match, alla fine della trentanovesima ripresa. Scoraggiato, senza più energie, McVey non rispose al richiamo della cinquantesima campana, consegnando all’avversario un match che aveva praticamente già vinto. A quel punto dell’incontro, McVey era andato al tappeto per sette volte, mentre Jeannette, il vincitore, addirittura ventisette!

Un momento dell'incontro

I due pugili si sarebbero incontrati per altre due volte, sempre pareggiando, senza pi. tornare, fortunatamente, a fornire uno spettacolo di tale sanguinosa crudezza. La carriera di Jeannette toccher. vette di grande valore, decretandone l’appartenenza al gotha del pugilato mondiale. A carriera terminata sarà oculato nell’investire i propri guadagni, terminando dignitosamente la propria esistenza a settantotto anni d’età. Sam McVey morirà da strepitoso pugile ancora in attività, a trentasette anni, per una polmonite fulminante: la tomba e il funerale furono silenziosamente pagati dal grande Jack Johnson, primo campione del mondo di colore dei pesi massimi.

Sam e Joe, riuniti dalla morte in un mondo che ancora non conosciamo, avranno accolto il recente nuovo arrivato Muhammad Alì nel lodge riservato ai grandi pugili della storia; sicuramente si saranno dati di gomito, sorridendo dei suoi incontri di Kinshasa e Manila, molto meno impegnativi rispetto al loro di Parigi. Allora Alì, con un sorriso bonario, avrà fatto notare il fatto di essere molto più alto e grosso di entrambi e di aver smesso di tremare, lì in Paradiso, dopo quarant’anni di Parkinson.
«Però di certo non hai il mio destro», avrebbe detto un uomo bianco dalla poltrona sotto la tivù.
«E tu chi sei?», gli avranno chiesto i tre.
«Sono Jack Dempsey, il pugile più potente della storia».
«Il più potente di quale storia?», avrà sorriso un italoamericano di nome Rocco Marcheggiano.
Fuori da quella stanza, la scena sarà stata osservata da due amici di nome Joe Louis e Ray Robinson, che si saranno guardati negli occhi per poi sorridere indulgenti avviandosi a salutare i vecchi amici. Forse. Sicuramente non sarà così. Il mondo dei morti è un posto così strano e misterioso: ma cosa ci costa provare a immaginarlo?

Questo testo è tratto da Storie di pugili di Marco Nicolini (Piano B edizioni, 180 pp., 14 euro), in libreria dal 6 dicembre. L’autore cura su Facebook la pagina Nicolini racconta di pugili, un’antologia con le biografie e le imprese dei più grandi boxeur della storia: con i suoi 60mila contatti, è la pagina di racconti sportivi più letta in Italia. Storie di pugili raccoglie in un solo volume queste storie: gran parte sono inedite, altre sono già state pubblicate online e ampliate per l’occasione.

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