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IL 107 07.12.2018

Quel che resta di una biblioteca: l’opera di Claudio Parmiggiani “Senza Titolo” del 2016, fumo e fuliggine su tavola, 150 x 200 cm

Tweet polemici, faccine, sms notturni e mail irte di refusi: che cosa se ne faranno i posteri dei nostri archivi?

Il 28 dicembre 1937 lo scrittore Friedrich Glauser è sul treno tra Marsiglia e Collioure. Il clima è sovraeccitato: molti dei viaggiatori sono diretti in Spagna, per combattere nella Guerra civile. Glauser ha con sé il dattiloscritto del romanzo Il Cinese. Deve solo rifinirlo, poi lo manderà a un concorso al quale tiene molto. Durante il tragitto, il dattiloscritto si perde. Forse qualcuno pensava si trattasse di carte di rilievo militare e se n’è impossessato. La scadenza per la consegna è strettissima. Glauser ottiene una breve proroga e, dettando frasi per otto ore al giorno alla sua compagna Berthe, ricostruisce a braccio il romanzo. Vincerà il premio.

Il libro non è forse il suo migliore: c’è qualche sfilacciatura, qualche svista. Non avendo stesure precedenti per poter indagare tra varianti e ripensamenti, il filologo non sa se le imprecisioni fossero già presenti nel testo o se siano dovute alla furia ricostruttiva. Ma questa falla ci dice di più su Glauser di quanto non farebbe un faldone gonfio di versioni intermedie inventariate. Tossico, tormentato, sradicato, nomade tra cliniche psichiatriche, istituti correzionali e caserme della Legione straniera, scrittore di polizieschi “negati” perché travolti dall’empatia verso ogni loser, svizzero anti-stereotipico alla massima potenza: l’opera sghemba del meraviglioso Glauser non può sgorgare che dal confuso pasticcio di quel maledetto dattiloscritto smarrito nell’ora decisiva.

Dio salvi gli archivi, gli archivisti, i ricercatori, i papirologi, i lasciti degli scrittori, i loro epistolari, le carte d’artista, gli spartiti musicali manoscritti, la contabilità degli atelier con le cifre corrisposte dai committenti, le date e i luoghi. Dio salvi il foglio su cui Louis-Ferdinand Céline scrive, il 27 ottobre 1951, a Gaston Gallimard: «Caro signore, editore, e, così spero, amico». E il foglio in cui lo stesso Céline scrive allo stesso Gallimard, cinque anni dopo: «Lei li sfrutta da magnaccia i miei sogni, non ne dica male! Senza i miei sogni, lei non sarebbe nulla! Né lei, né la sua tribù di minorati abbrutiti! Lei, non sogna! Non è il suo mestiere! Non ci capisce nulla! Il suo mestiere è di far valere i sogni! Disastroso droghiere!» (ma senza rinunciare a un «Caro Amico» in esergo).

Eppure, purtroppo, non tutto si conserva. Guerre, incendi, alluvioni hanno scavato buchi nei materiali d’archivio. La muffa, i topi, gli eredi disattenti hanno creato altri ammanchi. E qualche volta sono stati gli stessi artisti a distruggere i loro making of, quando non direttamente le opere finite. Da ultimo, più pacifico di un’invasione degli Unni e meno catastrofico di un terremoto, il nuovo tarlo d’archivio è il digitale. Da anni ormai ci si interroga su come salvare gli epistolari d’artista fatti di mail e di sms. E c’è già un’ampia letteratura che indaga su come mettere in salvo carte salvate nel 1991 su un floppy disk, o sommerse in una casella mail dismessa da anni, o gassosamente galleggianti tra cloud di cui nessuno, tranne l’autore, conosce la password. E, anche in Italia, ci sono strutture come PAD (Pavia Archivi Digitali) che se ne occupano. Benissimo.

Ora, anche senza indulgere in languori postromantici da “capriccio con rovine”; anche senza avvitarsi nella retorica, forse solo apparentemente controretorica, del “non finito”, dell’imperfetto, del frammentario; anche senza ricordare che, giusto per dirne una, il neoclassicismo mai sarebbe nato se delle vecchie pietre greche non si fosse persa, oltre a qualche braccio e a qualche mezza colonna, anche la policromia (evviva!): vogliamo davvero che, nella nostra epoca di ipertrofia comunicativa, ancorché perlopiù digitale, tutti ma proprio tutti i prodotti secondari degli artisti – fino all’ultima mail con cui discutono con l’uffico stampa del lancio su Instagram della loro mostra a Baranzate di Bollate, fino all’ultimo whastApp in cui dicono all’agente «Ma perché devo tagliare? E allora Tolstoj?!?», fino all’ultimo tweet scritto dopo la sesta birra, fino all’ultimo selfie mentre rileggono Joyce sullo scoglio – siano conservati per gli studiosi del futuro in una specie di spaventoso, totalizzante e quasi totalitario archivio in cui non manca neanche un foglio (o un file digitale)? Ma… come? Quindi non sarebbe stupendo se ricomparisse il dattiloscritto perduto di Glauser? Sì, quello sì. Anche perché finora a quella storia là – il dattiloscritto perduto quasi allo scadere della consegna! – non ha ancora creduto quasi nessuno.

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