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Che fine ha fatto l’eros?

IL 107 10.12.2018

Il movimento #MeToo e le proteste Femen. I giochi di coppia dei pomeriggi in tv e le sexy chat. Se Ovidio scrivesse oggi l’Ars amandi, sarebbe citato per incitamento alle molestie

Che cosa resta di eros, del desiderio, nel XXI secolo? C’è chi dice che ormai siamo tutti liberati, anche troppo. Che l’eros ha perso la sua grandezza e la sua tragicità, si è ridotto a incidente frivolo, alle frasette scritte sulla carta dei cioccolatini. La seduzione è diventata spettacolo da talk show: i giochi delle coppie, i corteggiamenti e i tradimenti, non abitano più nella grande poesia, ma vanno in onda sulla tv del pomeriggio. Oppure scivolano lungo le strade della grande Rete, illuminati dalle luci delle chat. Anche il titolo di un recente libro di Diego Fusaro, filosofo prêt-à-penser e noto pensatore del tubo (catodico), parla di un “nuovo ordine erotico”, che ci spingerebbe tutti, per colpa di un’oscura trama neocapitalista, a vivere il sesso con spensieratezza, a essere libertini e libertari, ad anteporre le sfilate del gay pride ai valori tradizionali dell’amore coniugale. Anche se, in verità, di “new erotic order” parlava già Allan Carlson, paladino americano dei gruppi “pro family”.

Qualcun altro potrebbe invece dirci che oggi c’è fin troppo puritanesimo, che la rivoluzione sessuale vagheggiata dagli hippy e dai sessantottini, ammesso che ci sia mai stata, si è arenata in una secca di nuovo perbenismo, come testimoniano gli eccessi dell’hollywoodiano “Me Too”. Siamo proprio sicuri che, rispetto agli anni Settanta, o forse anche rispetto agli anni Venti, l’eros sia vissuto con maggiore libertà? Se oggi un Ovidio scrivesse un Ars Amandi, magari lo accuserebbero di avere composto, con il suo irriverente manuale di seduzione galante, un incitamento alle molestie. Ma, a pensarci meglio, Ovidio non era stato mandato in esilio già da Augusto proprio per la sua impertinenza e il suo libertinismo? Noi, ogni tanto, coltiviamo la leggenda della grande libertà sessuale degli antichi, che sarebbe poi stata compressa dal cristianesimo.

Ma forse la verità è che la celebrazione e la repressione di eros, il libertinismo e il tradizionalismo, convivono e si alternano da sempre. Per capirci qualcosa di più, conviene tornare alle origini. Alla definizione stessa di quell’eros che, comunque la si voglia pensare, è tornato a essere oggetto di riflessione nella cultura contemporanea. Ci siamo rimessi a cercare di ricomporre i Frammenti di un discorso amoroso, per citare il titolo di un noto saggio di Roland Barthes (anno 1977). Eros è tornato a essere tema filosofico. Com’è giusto che sia, e com’era ai tempi dei greci. Platone ha dedicato alla riflessione su eros alcuni dei suoi capolavori, primo fra tutti il Simposio. E i trattati De amore (o, alla greca, Peri Erotos) erano in età antica diffusissimi. Nella consapevolezza che la riflessione sul tema amoroso è importante quanto, e forse più, di qualsiasi metafisica. Quella forza oscura che chiamiamo “eros” racchiude e illustra il senso più profondo dell’esperienza umana.

Per capire quanto erotici, o poco erotici, siano i nostri anni, la prima cosa da fare è appunto indagare il senso vero della parola “eros”. Il nostro discorso quotidiano si nutre di parole greche (democrazia, eroe, teatro, idolo…), ma non sempre, anzi quasi mai, usiamo quelle parole nel senso in cui le usavano i greci. Ce lo ricorda L’abisso di Eros, che Matteo Nucci ha appena pubblicato per l’editore Ponte alle Grazie. Nucci è romanziere di successo, finalista al Premio Strega, ma anche studioso della filosofia antica (curatore, tra l’altro, di un’edizione del Simposio di Platone). È, insomma, la guida ideale per accompagnarci, con magnifico ritmo narrativo e con appassionata competenza, nel multiverso dell’eros antico. Per i greci, ci ricorda Nucci, eros non è un sentimento né un semplice istinto. È una forza cosmica, una potenza divina che emerge dal Caos, dalla voragine primordiale. I greci, del resto, mai, o quasi mai, usavano la frase: «Ti amo». Dicevano: «Eros mi possiede», «Eros mi sconvolge». L’uomo era l’oggetto, non il soggetto. Era la vittima inerme di un potere che lo sovrastava: l’albero squassato dal vento, la nave sballottata dalla tempesta, il soldato minacciato da un nemico, secondo le metafore della poesia erotica greca.

Eros «scioglie le membra», come si leggeva nelle auliche traduzioni di una volta: una frase che in Omero troviamo riferita anche alla morte. Ma in questa tragicità della dimensione di eros, in questa disperazione dell’uomo alle prese con la forza cosmica di amore, avverte Nucci, c’è anche l’apertura a un nuovo orizzonte. Quando eros decide di «aprirci il petto», scrive Nucci, «l’antica vita si spegne, tanto che solo in sogno o abbandonandoci all’illusione riusciamo a immaginare che un giorno sarà possibile tornare indietro. E invece no. Non stanno così le cose. Non c’è nulla che si possa fare. Quando si viene sedotti, nulla sarà mai più come prima». È la prospettiva del Simposio platonico, l’idea di eros come un demone (daimon) che spinge a superare se stessi. Ma è anche la prospettiva, per esempio, di un uomo politico come Pericle, con il quale (a sorpresa) Nucci apre il suo libro: proprio Pericle diceva ai suoi concittadini che dovevano farsi amanti (erastai) di Atene. E anche in quest’idea di un eros che attraversa la politica traspare la differenza della mentalità antica rispetto alla nostra.

Gli amori degli antichi, insomma, erano davvero altri amori (e proprio Gli amori degli altri s’intitola un altro recente libro che Eva Cantarella ha dedicato all’eros dei greci e dei romani, per le edizioni della Nave di Teseo). Possiamo anche cercare i punti di contatto tra noi e loro. Possiamo definire Zeus, come fa la Cantarella, un “molestatore seriale”, quasi un Harvey Weinstein dell’Olimpo. Alla fine, però, sono soprattutto le differenze tra “noi” e “loro” a insegnarci qualcosa. Saffo e Platone ci sono, certo, più vicini di quanto immaginiamo, e sono senza dubbio più nuovi e meno polverosi di un Fusaro. Ma sono anche una sfida: un invito a guardare la nostra vita, e i nostri amori, con occhi diversi.

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