Agenda

Il festival dalle Mille e una notte

13.12.2018

Il cast di “Euforia” di Valeria Golino al Marrakech International Film Festival

Federica Polidoro

Ostriche, tende beduine, neve sintetica, ballerine arabe, muffin con il volto del "Padrino” e una passerella infinita di divi del cinema. Cronaca fantasmagorica della rassegna internazionale di Marrakech

L’Ottava Meraviglia del Mondo. Sua Maestà il Re Mohammed VI del Marocco l’aveva forse concepito così, il suo festival, quando – all’ombra e come contraltare dei tragici eventi del settembre 2001 – decise di lanciare un evento nuovo di zecca nel calendario internazionale del cinema che fosse tanto prestigioso quanto più interculturale possibile. Marrakech, capitale della grande dinastia dei berberi Almoravidi, con la sua apertura verso l’Andalusia, la sua posizione geografica (perfetto spotlight per il Nord Africa) e le infrastrutture adatte per ospitare un evento di proporzioni colossali, risultò essere la sede più adatta come scenario della kermesse. Allora, il produttore Daniel Toscan Du Plantier – amico e sodale del Regno e del Re – fu invitato a partecipare nella concezione del grande evento. Nel frattempo, una fondazione non-profit dall’omonima sigla (la Marrakech International Film Festival Foundation) presieduta da Sua Altezza Reale il Principe Moulay Rachid, veniva creata come garanzia e protezione per tutte le attività del maestoso festival.

L’editto reale
Quando, agli inizi del novembre di quest’anno, alcuni rappresentanti della stampa internazionale si sono ritrovati una mail con l’invito alla 17ma edizione del Marrakech Film Festival (dal 30 novembre all’8 dicembre), non tutti avevano chiaro esattamente di che cosa si trattasse. In prima battuta, una certa diffidenza aveva serpeggiato tra i giornalisti, con il sospetto che si trattasse di scam, phishing, attività troll, o, meglio, dell’ultimo trend in fatto di virus telematici. L’invito, d’altronde, includeva una lista stellare di nomi che sarebbero intervenuti alla festa: Martin Scorsese, Robert De Niro, Guillermo Del Toro, Dakota Johnson, Robin Wright, Agnes Vardà, Viggo Mortensen, Laurence Fishburne, giusto per nominarne alcuni, catalogo che avrebbe fatto impallidire anche Cannes e Venezia. L’anno precedente, peraltro, il festival marocchino aveva del tutto saltato l’edizione per prendersi un anno sabbatico «di riflessione e introspezione», come dichiarava in prima battuta il catalogo dell’edizione alle porte. A questo punto entrava nello scacchiere il nome del mitico Richard Lormand, chiamato come international press comunication consultant e garante dell’invito.

Thierry Fremaux

Federica Polidoro

Laurent Cantet

Federica Polidoro

L’Indiana Jones del cinema internazionale
Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Lormand è stato una leggenda: un personaggio con lo spirito di Indiana Jones e la classe di Fred Astaire, il più grande ufficio stampa indipendente del cinema, un raffinato cinefilo, un abile diplomatico, brillante e laconico commentatore dallo spiccato senso dell’humor. Poliglotta, figlio di madre giapponese e padre americano Cajun, di Lormand non si sapeva mai da dove arrivasse, né dove fosse diretto. Discreto sui social, rispettato dal jet set e amato dai giornalisti di tutto il mondo, negli ultimi 25 anni aveva rappresentato nei più prestigiosi concorsi internazionali (soprattutto europei), attraverso la sua misteriosa e aristocratica presenza, il migliore cinema d’autore. La carriera di Lormand è stata un profluvio di premi e riconoscimenti, Leoni, Orsi e Palme d’Oro a cinematografie coraggiose, esotiche ed estreme: Hana-Bi, Fiori di Fuoco di Takeshi Kitano, Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasetakul, Il Cerchio di Jafar Panahi, In The Fade di Fatih Akin, Cesare deve morire dei fratelli Taviani, il Faust di Alexander Sokurov, The Woman Who Left di Lav Diaz, 13 Assassins di Takashi Miike, Toni Erdmann di Maren Ade sono solo alcuni dei titoli selezionati e rappresentati da lui.

Il Settimo Sigillo
Sebbene pochi lo sapessero (anche perché nulla trapelava dal suo impeccabile portamento), l’ammaliante Lormand giocava da un anno la sua partita con la Nera Mietitrice, che all’improvviso se l’è portato via appena due settimane prima che il Festival di Marrakech aprisse le sue danze. Il più grande talent scout del cinema contemporaneo, figlio, forse, di un’altra epoca, quella dei cavalieri, dei gentiluomini fin de siècle, sospeso nel tempo e nello spazio, con il dono dell’ubiquità e una passione incommensurabile per il cinema e per le storie: la sua prematura scomparsa è stata devastante per chi abbia avuto la fortuna di conoscerlo, ma anche per i colleghi che ne avevano potuto apprezzare spessore culturale e professionalità assoluta. I membri della stampa internazionale contattati direttamente da lui, consapevoli che sarebbe stato il suo “ultimo” festival, sapevano che qualcosa di “magico” poteva accadere, il gran finale che avrebbe sublimato l’attività di una vita.

Michel Franco

Federica Polidoro

Julian Schnabel

Federica Polidoro

Come vincere alla lotteria
Per i giornalisti chiamati da Lormand, selezionati con la cura e la precisione di un alchimista (solo autentici “film lovers”, come amava definirli lui stesso), è stato come avere in mano il biglietto dorato delle tavolette di cioccolato Wonka. Con viaggio, vitto e alloggio offerti generosamente dal Re, l’avventura è cominciata il 29 novembre a bordo di un volo della Royal Moroccan Air. All’aeroporto, un team di accoglienza ha prelevato ogni singolo membro della stampa al gate per il trasferimento in limousine, mezzo previsto per ogni spostamento da e per i luoghi dove erano previste proiezioni, conferenze, interviste e conversazioni con i talent. Il Re Muhammad VI e il Principe Moulay Rachid, per mezzo dell’ambasciatore, il vice-presidente delegato Sarim Fassi Fihri, si erano premurati di garantire un invito ufficiale con tanto di sigillo reale per tutti coloro cui fosse stato necessaria una richiesta speciale di Visa.

Technicolor
Al Sofitel di Marrakech, tinteggiato da un fiabesco congegno illuminotecnico, con tanto di fuochi e fontane, un lacchè in livrea da impero ottomano accompagnava gli ospiti nella raffinata lobby dell’albergo, inebriato di aroma di fiori d’arancio, cannella e cardamomo. Un team logistico avrebbe assicurato la precisione di ogni spostamento, la più confortevole permanenza in camere di extralusso con vista su piscina e terrazza privata, e benefit di ogni tipo: cosmetici Lanvin, bon bon, dolcetti e spuntini delicati all’ora del thè. Frastornati dalla bellezza, inebriati dai profumi, ancora increduli, gli invitati, rigorosamente in abito da sera come secondo severo protocollo, lasciavano l’Hotel diretti verso l’omaggio a Robert De Niro, introdotto dall’amico e collega di una vita Martin Scorsese nel possente Palais des Congrès, appena 10 minuti distante.

James Bond, dei ex machina e capsule del tempo
Sarebbe pleonastico parlare di opulenza. All’uscita dal Sofitel, colori delle pareti e struttura interna erano di un modo; al rientro – appena tre ore dopo – il posto era completamente differente, le mura avevano cambiato nuance, sparite porte e fontane per fare spazio a nuove strutture costruite per il party d’apertura. Accesso riservato solo agli invitati che, come nei racconti orientali, dovevano superare e porte e controlli per arrivare infine a guardie come dervisci col mantello che avrebbero dischiuso il sipario sul più esotico spettacolo mai visto.

Laurence Fishburne

Federica Polidoro

Viggo Mortensen

Federica Polidoro

La festa di benvenuto
Ogni festival che si rispetti ha i suoi party, coi vip, le star, i ricchi del mondo, la musica e tutti gli accessori. Da Cannes a Venezia, lusso e abbondanza si celebrano sugli yacht dei vari magnati russi e degli sceicchi, sempre in pole position nelle situazioni più glamour. A volte, sono le mega produzioni hollywoodiane a farsi carico di show spropositati (fu il caso de Il Grande Gatsby di Baz Luhrman a Cannes nel 2013, quando la notte s’illuminò a giorno con uno spettacolo pirotecnico degno di un faraone). Ma l’opening party del Marrakech Film Festival è stato imprevedibile sotto tutti gli aspetti. L’esotismo, a volte surreale, non sempre di buon gusto, il potpourri di usi, costumi e tradizioni, con la globalizzazione da cappello, ha fatto spazio allo stupore misto a un curioso, irrefrenabile coinvolgimento. Fiumi – ma veri – di champagne, montagne di ostriche, neve sintetica a pioggia dal soffitto, ballerine di danza del ventre, una versione giovane e carnosa di Umm Kulthum che intratteneva la folla con un noto repertorio erano appena all’ingresso di un lungo percorso col catalogo di ogni umanità immaginabile. Oud, quanun, rabab, tabla, darbouka, dohalla e cimbali pizzicati, battuti e accarezzati dalle abili dita di musici della tradizione, su palchi moderni o sotto originali tende beduine. Jam session al violino elettronico, improvvisazioni di danza sirtaki, maschere del kabuki, spazio per dj-set funky con voluttuose bellezze arabe fluttuanti in abiti fascianti, strascichi chilometrici, strati pomposi di tulle e organza e accecanti scintillì di paillettes, strass e lustrini haute couture, prodotti appositamente per i mercati orientali. Tavole imbandite con cura ed eccentricità tra cocktail offerti come flaconcini di essenze preziose, dolcetti a forma di bouquet, finger food tecnologici di ultima generazione, salse, spezie e una cartella di pigmenti per il cibo da fare invidia a Pantone. Zuppe variopinte, pesce vivo cucinato al momento, verdure sconosciute, succulento barbecue di agnello, bovino e pollo, frutta intagliata e dolci di qualsiasi forma e consistenza, presentati in pittoresche composizioni con la cura per i minimi dettagli. Chicca sui muffin col volto di Vito Corleone, aka Robert De Niro neI Padrino parte II, sulla cima di ogni ciuffetto di crema. Insomma: cose così.

Il Sofitel Marrakech Lounge & Spa

Federica Polidoro

Tra i mosaici de La Mamounia
Finita la festa (la prima, perché di fatto s’è continuato a bisbocciare allegramente ogni giorno e ogni notte, e fino alla chiusura del festival, incluso uno speciale pranzo nello spettacolare complesso del Fairmont Royal Palm) è partita l’intensa attività stampa con i divi hollywoodiani ben disposti e generosi – pure loro – sulla scia dell’atmosfera prolifica, del tepore del dicembre africano e delle belle giornate che si sono susseguite una dopo l’altra, senza un soffio di vento, una nuvola, un’intemperia. Anche gli dei sono stati benevolenti per la riuscita del festival e, allora, tra i ricchi, eleganti mosaici de La Mamounia – secondo Conde Nast Traveler USA e UK il più bell’albergo del mondo – ecco susseguirsi, serrati i junket. Seduti al tavolo con Robert De Niro, lieto di rispondere a tutte le domande, eccetto quelle personali; di fronte a Guillermo Del Toro, pieno di storie incredibili come i suoi film; tra riflessioni sull’eternità in compagnia dell’eccentrico Julian Schnabel; tra le braccia dell’affettuoso Laurence Fishburne, aka Morpheus di Matrix; con gli “aneddoti italiani” dell’americano Presidente di Giuria James Gray. Con la Palma D’Oro Cristian Mungiu e la sua nuova attività di mentore per giovani registi; tra i ricordi di Laurent Cantet nel suo periodo d’apprendistato con Marcel Ophuls; sull’onda messicana col giovane Michel Franco, insieme a Thierry Fremaux, direttore artistico del Festival di Cannes, che ha rivendicato la supremazia del suo festival e anticipato alcune succulente novità sulla prossima edizione, e così via fino al siparietto slang con Viggo Mortensen, appena candidato come miglior protagonista ai Golden Globe con il divertentissimo The Green Book.

Bilancio
Armonia incredibile tra stampa e star, disponibilità tra gli stessi giornalisti, che in un contesto normale per una domanda sarebbero disposti al linciaggio, tutti stregati dall’incantesimo marocchino, tra risate, sorrisi, inviti e biglietti da visita. Celebrità e reporter rilassati tra i rigogliosi giardini pensili, seri e impegnati sui temi caldi della politica e dell’attualità. In definitiva: una fantasmagorica operazione di rilancio, per il festival. Come presentare contesti minimamente paragonabili a quelli orchestrati in questa sublime cornice? Al proposito, qualcuno ha giurato di aver visto Lormand sorridere nell’orchestra del teatro, altri hanno avuto l’impressione di averlo salutato; addirittura un giornalista ha giurato di avergli stretto la mano prima di una proiezione… Ma qui dal festival si entra nella favola. Forse, proprio quello che aveva in mente il mitico ufficio stampa.

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