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Giovani che raccontano vecchi

04.12.2018

"Visite”, al Franco Parenti di Milano fino al 9 dicembre

Ci voleva la nuova generazione per allestire uno spettacolo teatrale che racconta la vita in tutta la sua crudezza. “Visite” ci invita a guardare la nostra esistenza (e quello che ci aspetta) per quello che è, senza illusioni. Un inno alla depressione, quindi? Ma va’, nemmeno un po’

È uno spettacolo che scardina gli stereotipi sulle nuove generazioni, accusate di essere restìe al sapere, disinteressate a una visione complessa dell’esistenza e, soprattutto, vittime della rivoluzione tecnologica con la sua banalizzazione del reale. Curato dalla compagnia Teatro dei Gordi (formata da attori della Civica scuola Paolo Grassi, la migliore di Milano insieme a quella del Piccolo Teatro) e dal regista emergente Riccardo Pippa, Visite è un ottimo esempio del nuovo “teatro filosofico”, con un linguaggio che punta a rinnovare attraverso sensibilità attuali le istanze del teatro esistenzialista del Novecento. Recuperando Ovidio, Cesare Pavese, Edward Hopper e altri capisaldi culturali, Visite dà forma a un pastiche originale e potente con cui affronta un tema oltre modo tabù: la vecchiaia. D’altronde, lo sguardo dell’artista dovrebbe fare proprio questo, guardare la vita in tutta la sua crudezza, disinnescando le trappole del consenso come quelle del new marketing che vorrebbe gli ormai ex baby boomers – i sessantenni/settantenni di oggi – sempre splendidi e sempre pieni di energie al limite dell’iperattività, ma anche sempre saggi, buoni e così via. In una parola: irreali. Una vulgata che nega quella che è la loro realtà primaria – e anche, senza finzioni, drammatica – di persone in difficoltà e prossime all’uscita di scena.

Un inno alla depressione, quindi? Nemmeno un po’. Ci volevano proprio alcuni giovani e bravi teatranti per affrontare la vecchiaia e renderla, nonostante la sua asprezza, una condizione con cui si può convivere senza uscirne schiacciati; e, perché no, anche riderne. Al riguardo, Pippa sostiene di essere attratto dalle situazioni-limite (Karl Jaspers) e dalla metamorfosi (Ovidio): per lui la vecchiaia in quanto tale è un fronte poco battuto, e quindi attraente, perché in essa i cambiamenti delle persone si mostrano nella loro brutale ”datità”, nella loro essenza. Grazie ai suoi sgraditi cambiamenti, la vecchiaia – dice il regista, confessando di essersi approciato al tema con un filo di timore – ci ricorda che non siamo noi i veri padroni dell’esistenza: viceversa, in quanto viventi e mortali, siamo agiti dal Tempo che ci rende diversi e alieni a noi stessi, giorno dopo giorno. Saperlo e accettarlo significa liberarsi dalle illusioni, e la verità anche se fa male aiuta a vivere meglio.

Compagnia Teatro dei Gordi, regia di Riccardo Pippa

Lo spettacolo si apre su una piccola stanza da letto “hopperiana”. Un’anziana signora arriva, spegne la radio, raccoglie le sue cose e se ne va; intanto, si spalancano i ricordi della giovinezza. Parte una mezz’ora costellata da brevi sketch anarchici e sfrenati, tra il teatro e la danza un po’ in stile Grotowski, con gli attori che danno vita a innumerevoli scenette di vita: corteggiamenti, feste, tradimenti, separazioni, lotte, incontri, amicizie… Poi, la stanza da letto svanisce, la scena si dilata e ci troviamo in una casa di riposo popolata da anziani.

Sono gli stessi interpreti, ma ora indossano maschere iperrealistiche (marchio di fabbrica dei Gordi: ogni attore ha perfezionato la propria durante un laboratorio con Ilaria Ariemme, l’artigiana che le ha create) che li invecchiano orrendamente. Lenti come lumache, ascoltano musica classica alla radio, si scambiano caramelle e regalini, cazzeggiano; si rendono visita da una stanza all’altra con il tempo che pare sospeso e sotto scacco; fino alla morte di un ospite, che avviene in modo quasi indifferente. Non dura poco, questo “balletto della vecchiaia”, cosa che ci costringe a viverlo anche noi; pian piano, ci sentiamo meno minacciati e riusciamo a cogliere l’ironia, nelle azioni all’apparenza vuote degli anziani, e poi l’intensa dolcezza che sprigiona dalla loro condizione ammalorata; fino al finale, un piccolo capolavoro che ovviamente non sveliamo.

Certo, non usciamo dalla sala pensando che la vecchiaia sia cosa bella, ma con un pensiero di conforto che si possa viverla per com’è veramente, e che questo, in fondo, sia il vero atto d’amore per l’esistenza. In scena al Franco Parenti di Milano fino al 9 dicembre (altre date della tournée nazionale 2019 sono in via di definizione), Visite è un inno alla vita e al coraggio di affrontarla senza veli sugli occhi e senza ghiaccio sul cuore.

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