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Il passato rivive. Anzi, urla

IL 107 01.12.2018

Marcello Maloberti, “Marmellate”, 2017

Courtesy dell’artista e della Galleria Raffaella Cortese, Milano

Marcello Maloberti ha preso una “Sbandata” per l’arte dal Quattrocento al Settecento. Ma anche questa mostra assomiglia a un party (con residui punkettari)

Le mostre e le performance di Marcello Maloberti (Codogno, 1966, vive a Milano) assomigliano ai party. Non quelli compassati del mondo dell’arte, piuttosto le feste pomeridiane di scolastica memoria, senza la tensione che si provava nella speranza di essere accettati: qui vige un egualitarismo assoluto, tra visitatore e performer, tra cultura alta e bassa, tra immagini di provenienza disparata… Uno spazio anarchico e alternativo, immune all’utilitarismo del mondo esterno. L’ultima “festa” di Maloberti è stata il 29 novembre a Milano, quando la galleria Raffaella Cortese ha inaugurato la sua nuova personale, curata da Pierre Bal Blanc. L’artista ce l’aveva anticipata nel suo studio in Porta Romana, un’oasi di purezza e creatività. I ritagli che caratterizzano molte sue opere sono già pronti, disposti in buste di plastica. Ma i soggetti sono diversi dal solito, meno pop. «Il titolo della mostra infatti è Sbandata», spiega. «Una sbandata per la pittura dal Quattrocento al Settecento. Siamo in un periodo di massima decadenza politico-sociale: il posto dove mi sento meglio ultimamente è in mezzo ai libri di arte antica. Dunque è una sbandata anche rispetto al mio percorso, di solito più legato al mondo di tutti i giorni».

La mostra si distribuisce nei tre spazi della galleria, «come una partitura». La tazzina rovesciata che pende dal soffitto è la riattualizzazione di un’opera del 1993. «Un lavoro sulla scia di Luciano Fabro, il docente che mi ha più segnato durante i miei studi. Nella mia visione è la cupola più piccola del mondo o un uovo di Piero della Francesca. Ma qui ci si trova a guardare un punto vuoto». Dal vuoto al pieno: il pavimento di un altro dei tre spazi è invaso da immagini di cupole barocche e affreschi del Veronese. L’artista le ha ritagliate da ponderosi e preziosi libri d’arte («Se chi me li vende sapesse che uso ne faccio…», scherza). Sulla parete, come fosse la sorgente delle immagini sparse per terra, una foto nella quale a ritagliare è un giovane performer: la forbice è strumento di gioco e assieme arma simbolica, il gesto è tenero ma ribelle. E un altro scatto di queste performance è stato trasposto in pittura da un copista di arte antica.

Non manca poi la parte più “punkettara” dell’arte di Maloberti, come la definisce lui, collage di immagini pop in raccoglitori ad anelli appesi alle pareti. E nemmeno la performance a sorpresa, che si è svolta la sera dell’inaugurazione. Una mostra di conferme, ma anche di cambiamenti, dunque. «In campo artistico, non ho più voglia né di formalismi che il design sa fare meglio, né di stravaganze per scioccare. Preferisco un discorso di profondità e preziosità dal sapore quasi antico. Artigianale. La prima cosa che dico ai miei studenti della Naba è proprio “sporcatevi le mani con la realtà”. Ma ora ho sentito l’esigenza di cercare un rifugio. L’arte antica viene solo in parte dissacrata, in fondo è come se volessi fare urlare questi artisti del passato. Farli rivivere».

Marcello Maloberti, Sbandata, alla Galleria Raffaella Cortese, dal 29 novembre 2018 alla fine di febbraio 2019

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