Agenda

La morte a Berlino

13.12.2018

Nan Goldin, “Family Plot”, 2018

Decessi naturali, omicidi, stragi, obitori. Nella capitale tedesca, una straordinaria mostra fotografica – 400 le opere esposte – racconta come, dall'Ottocento all'era del Web, le immagini hanno catturato la fine della vita

The Last Image. Photography and Death, ultima ambiziosa mostra alla fondazione C|O di Berlino, cortocircuita il cinismo dell’era ipermediatizzata con 400 tra fotografie e fotocomposizioni artistiche realizzate da alcuni grandi nomi (Christian Boltanski, Nan Goldin, Lee Miller, Andres Serrano, Thomas Hirschorn, Andy Warhol..) sul tema della morte e sull’atto di uccidere. I curatori, Felix Hoffmann e Friedrich Tietjen, sottolineano come la fotografia abbia intessuto una relazione privilegiata col finis vitae sin dal principio, aggiungendo che nessuna rassegna precedente ha affrontato la questione come hanno fatto loro, con questa ampiezza e anche questo senso di sfida all’appiattita estetica contemporanea.

La mostra (aperta al pubblico fino al 3 marzo 2019) si articola in tre sezioni: morire, uccidere e sopravvivere, i pilastri tematici e concettuali dell’iniziativa. Se con Marcel Duchamps prendiamo atto che per noi “in fondo sono sempre gli altri che muoiono”, con Susan Sontag e Roland Barthes riscopriamo che la fotografia e anche l’arte, sono capaci di innescare quella sottile e ambigua “pseudo-presenza” che ci fa sentire dei sopravvissuti ogni volta che guardiamo immagini – a maggior ragione se sono immagini di morti. Non è sempre stato così. Agli albori della disciplina, i parenti facevano fotografare i loro cari estinti (anche bambini) in posa come se fossero per sempre vivi o, al più, addormentati. Era un’attività grottesca e redditizia, per i fotografi dell’epoca, in Europa e America, agli antipodi rispetto alla sensibilità odierna. Lo si capisce anche attraverso le altre due sezioni della mostra – uccidere e sopravvivere – che raccontano l’evoluzione della fotografia alla luce dei massacri del Ventesimo secolo: gli eccidi perpetrati dai nazisti nei campi di sterminio e nei Paesi occupate, le esecuzioni per mano dei terroristi contemporanei, le istantanee della cronaca nera; poi, le grandi e terribili immagini dell’obitorio tra presente e passato, e la celebre opera di Boltanski con le immagini degli abitanti di un cantone elvetico scomparsi nel corso di un anno.

Christian Boltanski, “Les Suisses Morts”, 1989

Abbiamo, davanti agli occhi, la perdita dell’innocenza morale ed estetica dell’umanità. Tutto cambia, fino al modo dirompente in cui il digitale e i social network trattano la questione nel nuovo Millennio, con la condivisione all’infinito delle immagini della morte in modalità multicanale. Ed è nel solco di un’altra importante considerazione barthesiana, che The Last Image rifonda la modernità: «L’era della fotografia consente la proliferazione della dimensione privata in quella pubblica, e la creazione di una nuova scala valoriale dove il privato è considerato e consumato come pubblico». “Consumato” e “pubblico” sono quindi le parole che rendono scientemente scandalosa questa mostra, perché, denunciando come contemporaneamente umano e disumano l’atto stesso di vedere le immagini dei morti e delle uccisioni – che sono quelle che in segreto affascinano di più – ci rivela che la fotografia, arte per eccellenza della modernità, non è diventata “colpevole” ma è nata così. Da subito ha accompagnato e innescato questa mutazione antropologica planetaria contribuendo a creare il consumismo culturale, partito dall’esigenza di salvare fotograficamente i morti dall’oblio per poi diventare un apparato di potere autonomo, usato tanto dal Potere che dagli iconoclasti radicali.

Anonimo, “Little Girl with a Red Necklage and Curled Hair”, ca. 1850

The Last Image smaschera e celebra il fascino potente e sovversivo dell’ottava arte, che, assecondando la moderna illusione dell’eternità, attribuisce allo scatto fotografico (la pseudo-presenza) la missione di sganciarsi dalla vita organica. E sgombrando il campo all’irruzione del “virtuale”, come affermava Paul Virilio nei suoi lavori, proietta la nostra sensibilità verso nuovi mondi terribili e sconfinati, ben al di là del vecchio e angusto orizzonte biologico.

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