“The Haunting of Hill House”, “Le terrificanti avventure di Sabrina” e l’ottava stagione di “American Horror Story”: la tv fa paura

Ma l’horror, in tv, ha senso? Al cinema è diverso: un’ora e mezzo di spaventi, notte insonne, e la mattina dopo ridi di te stesso. Non è forse questo l’horror vero? E poi nel 2018, quando già il genere zoppica, è davvero una buona idea quella di scrivere dieci, tredici episodi che facciano paura?

Sorpresa: sì, lo è. Ma bisogna saperlo fare. Perché l’horror in tv non può essere tredici ore di salti sulla sedia: non reggono le coronarie e non regge la vita vera, che si riempie di squilli del telefono, lavatrici, pranzi, cene e tappe in bagno. Per essere digeribile, l’horror in tv ha bisogno di un sostegno, di una contaminazione. In una parola, di “drama”, di una storia che non sia solo un pretesto. Deve farci affezionare ai personaggi, così che, quando saranno in procinto di morire squartati, ci importerà qualcosa di loro. Non è facile, ma si fa, e in questi mesi ce l’hanno fatta in tre. The Haunting of Hill House, disponibile su Netflix, racconta di una famiglia che ha conosciuto l’orrore di una casa stregata e che, a distanza di anni, non può liberarsi dal terribile ricordo. Padre, madre, vari figli, un racconto che si prende il tempo per mostrare la vita di ognuno, di come quell’antica tragedia li abbia (s)formati. Tanti episodi per conoscere una famiglia i cui fantasmi (veri e metaforici) fanno paura non solo grazie a una regia mai banale, ma soprattutto perché quei personaggi ci assomigliano, è gente normale che vuole essere normale, ma non può. Patire con loro ci coinvolge e ci ricorda di gioire per il fatto che la nostra, di casa, stregata non è.

Con Le terrificanti avventure di Sabrina, sempre su Netflix, l’horror si declina invece nella commedia adolescenziale, ma il remake di Sabrina, vita da strega non intende far ridere. Ci riporta alle turbe della gioventù, alla voglia di trovare un posto nel mondo, all’importanza, per una protagonista femminile, di farsi strada in una società che non è tenera con le donne. Ma è proprio qui, nel romanzo di formazione, che si inserisce l’horror più spietato, un Diavolo caprino che Sabrina dovrebbe servire per obbligo familiare, e di cui invece ha paura e disgusto. E di nuovo: se ti immedesimi in una ragazza che vuole solo crescere sana e libera, il fatto che le tue zie preferite venerino Satana fa paura eccome. Il cerchio si chiude con una veterana. L’ottava stagione di American Horror Story (ogni mercoledì su Fox) rompe le barriere della convenzione: denominata Apocalypse, mette in scena un futuro distopico in cui si fondono personaggi e temi delle stagioni precedenti, dalle streghe della terza ai fantasmi della prima. Una serie antologica che smette di esserlo, che stuzzica e disorienta lo spettatore fedele, che usa lo splatter e la provocazione per far passare un unico, inquietante messaggio: non credete al “lieto fine”, perché le cose possono mettersi ancora molto, molto male.

Tre esempi, ma potrebbero essere di più. Ancora sicuri che la tv non possa far paura?

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