Il film di Alfonso Cuarón (primo Leone d’oro netflixiano, anche nei cinema dal 3 al 5 dicembre) è una di quelle opere che hanno il potere di trasformare uno spettatore. Ora, la parola all’Academy

Roma a Venezia era atteso come un evento. Dopo tutta la polemica di Cannes e la vittoria del sistema distributivo dei cinema francesi, che hanno “bannato” il colosso dello streaming sulla Croisette, quel film era diventato un caso di interesse collettivo. Tutti ne erano incuriositi. Entrando in sala, pareva di varcare la soglia di una distilleria ai tempi del proibizionismo. Fino all’ultimo istante, fino a quando il jingle del festival – il più dozzinale mai visto – si è dissolto in quell’attimo inquieto in cui tutto è ancora possibile, ha regnato lo scetticismo. Con un titolo così altisonante, che promette un’epopea classica (anche se il nome fa riferimento a un quartiere di Mexico City e non alla capitale con il Colosseo), come non deludere l’audience? Il film apre su un pavimento consumato, pellicola in bianco e nero. Si sente, distinto, lo sfregare di uno spazzolone; un minuscolo aereo attraversa il cielo riflesso in una pozzanghera insaponata. Sovraimpressione del titolo, color ottone.

Il senso di frequentare festival del cinema – che dà dipendenza quanto una sostanza stupefacente – è la ricerca di quell’irripetibile sensazione di pienezza davanti a un capolavoro, al momento della sua scoperta. Specialmente se c’è il plusvalore della première. Ci sono opere, rare, ma tanto grandi che in due ore hanno il potere di trasformare uno spettatore.

Il regista Alfonso Cuarón a sinistra sul set

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“Roma” è il quartiere della media borghesia dove Alfonso Cuarón è cresciuto. Il film descrive gli episodi che hanno segnato la sua infanzia. Ci sono quattro ragazzi, una nonna, un padre fedifrago, ma la storia è quella di mamma Sofia (Marina de Tavira) e soprattutto della domestica e tata Cleo (Yalitza Aparicio), che nella sua presenza silenziosa, nella sua mite compostezza, rappresenta il pilastro invisibile dell’intera famiglia all’apice della crisi. Roma è la più grande, onesta dichiarazione femminista dopo tanto starnazzare sul tema. Dichiarazione che, paradossalmente, arriva da un uomo. Nello stesso tempo, esprime un chiaro messaggio sociale e politico, rimanendo sempre sopra le righe e osservando i fatti con un distacco quasi ultraterreno. Il film ha ruggito dal primo fotogramma e per tutti i piani sequenza, le panoramiche, i momenti di sospensione contemplativa e le azioni domestiche: 135 minuti di magnificenza. Non è chiaro se assemblare quella serie dettagliata di memorie e fatti storici in un modo quasi scientifico, per trascendere nel metafisico, sia stato un processo razionale o un miracolo; comunque, a un certo momento, quella specie di documentario neorealista diventa “soprannaturale”.

Quando abbiamo incontrato Cuarón, era anche lui in bianco e nero, e con una montatura Tom Ford Anni 60: praticamente sospeso nel tempo. La dolcezza può essere disarmante, Cuarón lo è. Ci ha raccontato che erano più di 15 anni che voleva girare questo film. L’intero processo ha preso sei mesi: unico caso nella sua filmografia. È stato maniacale nel riprodurre non solo gli interni della sua casa da bambino, raccogliendo effetti personali e mobili di famiglia, ma anche gli ambienti esterni, come la strada dove avvenne il massacro del Corpus Christi nel 1971, quando il gruppo paramilitare de Los Halcones (i Falchi), appoggiato dal governo, uccise 120 civili.

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Roma non ha un vero plot, piuttosto una serie di situazioni espressioniste ad alto impatto estetico e sensoriale. In questa economia narrativa, ogni sequenza è un mondo autonomo in cui la concretezza visiva contrasta con l’essenza astratta delle immagini. C’è una sinistra, sensuale, grottesca tensione che non lascia posto a distrazioni durante tutto il film: la sequenza di situazioni surreali (come il terremoto nel reparto pediatrico, i due astronauti che fluttuano in un vecchio telefilm, l’esibizione di arti marziali dell’amante nudo di Cleo, le sagomine magnetiche degli ambulanti che dondolano all’ingresso del cinema) sono gli ingredienti esoterici nell’alambicco del regista. «La cicatrice della vita privata di una famiglia si riflette nella storia di un Paese e viceversa», riprende il regista. «Parlo di quegli eventi che non si possono controllare, prevedere, evitare, e del loro effetto sulle persone e sulla società».

La battuta di caccia delle feste natalizie sulle note di Jesus Christ Superstar non è meno inquietante. Nella campagna attorno all’hacienda dove si sta celebrando la festa, divampa un incendio;  mentre i campesinos si impegnano a spegnere il fuoco per i ricchi borghesi, il disastro è gioco, spettacolo, divertimento. «Il mostro che appare a quel punto? Quello è Krampus», precisa il regista, «il contrario di Babbo Natale. Il personaggio viene dalla tradizione del Nord Europa. La maschera oggi si è volgarizzata in un costume di Halloween. Quella che si vede nel film, invece, è la versione più antica, ha origini pagane, ed è imparentata con Saturno. In quella sequenza, l’attore che la indossa canta un poema melanconico sul suo Paese. Non ci sono risposte razionali per certe scelte, a volte è l’intuito a guidare».

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Nella dialettica tra opposti (classe benestante e servitù, piani alti e seminterrati, saloni e tuguri, progresso e arretratezza, serio e faceto) il centro gravitazionale è Cleo, parvenue mixteca che sembra l’unica certezza nella vulnerabilità dell’esistenza. «Sì, è vero, mi ha salvato la vita, come ho mostrato nel film. La sua figura è stata determinante per la mia crescita. Proprio per questo è stato difficile trovare qualcuno che potesse interpretarla, ma l’ho riconosciuta subito quando l’ho incontrata. Questo film non sarebbe stato possibile senza la presenza di Yalitza e Marina». Viene da chiedersi perché, dopo tanta finzione e intrattenimento, sia nata un’esperienza così intimista: «Più vai avanti e invecchi», medita l’autore, «più hai bisogno di tornare indietro. Volevo ricostruire il mio passato attenendomi quanto più possibile alla realtà, ma con la prospettiva di oggi». E a chi insiste su quell’aereo nei fotogrammi chiave, il regista chiarisce «È un raccordo tra inizio e fine: parte da terra e finisce nel cielo. Ricorda l’immanenza della vita, la sua fugacità e la natura relativa delle cose. Come oggetto tecnologico può essere in contrasto con l’umanità, ma in un certo senso ne è anche al di sopra…».

A Venezia Roma ha vinto il Leone d’oro per il miglior film, e per la prima volta un riconoscimento così prestigioso è finito a Netflix, produttore e distributore della pellicola. Lo potremo vedere online dal 14 dicembre, in Italia verrà proiettato anche in alcuni cinema. La piattaforma è tra i temi più caldi dell’industria cinematografica. La querelle, però, non tange minimamente il regista: «Ho girato in 65 mm con tecnologia Dolby Atmos, e di questa polemica non ne capisco il punto. Che differenza fa se il film è Netflix, Universal o Canal Plus. Un progetto come il mio può essere proiettato in sala, ed è il luogo migliore per apprezzarne appieno le caratteristiche, ma se qualcuno decide di vederlo a casa o sul treno, ne ha pieno diritto. Quand’è l’ultima volta che abbiamo visto Bergman in sala? La questione davvero importante è la longevità di un film. In questo, le piattaforme di streaming sono uno strumento insuperabile».

Cuarón è il candidato agli Oscar per il Messico, e metterà in crisi pure l’Academy: la distribuzione nelle sale, che per il colosso dello streaming non è fondamentale, sarà uno dei punti più dibattuti. C’è poi la gelosia dei colleghi direttori della fotografia, che si oppongono alla candidatura del regista nella categoria per motivazioni puramente burocratiche. Il film, inoltre, non è in lingua inglese, come sarebbe previsto dal regolamento (ci sono state tuttavia eccezioni) per rientrare nel concorso “Best Picture”. La candidatura dell’attrice protagonista non professionista con ogni probabilità non verrà sostenuta dai colleghi associati (e paganti) chiamati a votare. Per l’ennesima volta, i maggiori premi finirebbero a messicani. Riconoscimenti a parte, Roma è destinato a far parlare di sé per un tempo molto più lungo di un’edizione degli Oscar. Questo è solo l’inizio.

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