L’infinita trattativa sulla lotta al riscaldamento globale fa tappa a Katowice. Pochi ne parlano, ma l’appuntamento è di importanza fondamentale

La sfida per fermare il riscaldamento globale si fa urgente. Abbiamo circa dodici anni per rallentare l’aumento delle temperature, decarbonizzando l’economia. Si pensava fosse stato tutto risolto con la firma dell’Accordo di Parigi nel 2015: brindisi per le strade, titoli a sei colonne, ottimismo sciorinato da tutti i lati. La realtà si è rivelata ben più complessa.

Dalla Ville Lumière, il teatro dell’infinito negoziato sul clima si sposta nella cupa Slesia, a Katowice, terra di miniere di carbone e di politici anti-ambientalisti. Qui, dal 2 al 14 dicembre, 194 Paesi dovranno approvare il rule-book per l’implementazione dell’Accordo di Parigi. Il libro guida, una sorta di decreto attuativo, se confermato, consentirà di mettere in moto i meccanismi per salvare il pianeta, entrando in vigore secondo calendario entro dicembre 2020, quando ogni Stato dovrà intraprendere azioni concrete – ma volontarie – a livello nazionale per tagliare le emissioni di gas serra. «Questa conferenza potrebbe essere anche più importante di Parigi», commenta a IL un negoziatore europeo che vuole rimanere anonimo. «La stampa non sta prestando attenzione, ma senza un libro guida che definisca come i meccanismi possano essere applicati, allora c’è il rischio che salti il tavolo». E altro che aumento medio delle temperature di 1,5 gradi: si rischia di arrivare a oltre tre gradi.

Gli addetti ai lavori temono un flop a Katowice per due ragioni. Da una parte, i Paesi in via di sviluppo sono insoddisfatti dei finanziamenti messi sul tavolo dai Paesi industrializzati per sostenere la decarbonizzazione negli Stati meno ricchi: l’obiettivo di 100 miliardi di dollari l’anno è ancora lontano. Dall’altra parte, l’Europa e gli Usa ritengono che anche le nuove economie emergenti debbano accettare un sistema di rendicontazione e controllo delle azioni intraprese.

«I Paesi in via di sviluppo vogliono certezza sulle risorse economiche, ma chiedono di non avere misure quantificabili della mitigazione delle emissioni», continua la fonte. In questo modo, nuove potenze come Indonesia, Arabia Saudita, Brasile e India potrebbero continuare a godere delle proprie risorse fossili, come carbone e petrolio.

Nel delicato equilibrio diplomatico pesa tantissimo il ruolo depotenziato dell’America di Trump. Sebbene Donald Trump abbia annunciato l’addio all’Accordo di Parigi, formalmente fino al 2020 gli americani rimangono nella partita. Ma senza il punch diplomatico e i generosi finanziamenti di Washington, l’Europa, che più di tutti spinge per sostenere l’accordo, rischia di rimanere all’angolo.

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