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A quali lettere volete affidare la vostra vita?

IL 107 03.12.2018

Per accedere all’esistenza più vera del vero, e cioè alla nostra vita virtuale (e anche al conto in banca), non basta più la solita password con il nome del cane o dell’attrice preferita. E non ve la caverete neppure con emoji e numeri. Serve il vecchio caro alfabeto, combinato in sequenze sempre nuove. Che vi costringerà a forgiare una lingua inedita

Una parola. Una parola sola. A quale parola affideresti – no: hai già affidato – la tua vita? La tua bacheca, le tue foto delle vacanze, la tua posta, il tuo cloud dove, così dicono, finisce tutto come sulla luna dell’Ariosto, le cose dimenticate che però sappiamo ci sono ancora, catalogate, accatastate, stoccate, e possiamo riprendercele quando vogliamo, anche se poi non vogliamo mai. Qual è la parola che hai scelto per aprire la porta che separa la tua vita da quella filtrata, schermata, digitalizzata? Password, parola d’ordine, perché è un comando – apriti, mondo! – e il solo modo che ormai conosciamo per organizzare la nostra esistenza da un’altra parte. A patto che sia davvero un altrove.

Una volta, la password sembrava una cosa per pochi. Per privilegiati. Per élite, come si liquidano sprezzantemente oggi. Era, per dire, «Fidelio» di Eyes Wide Shut, l’esempio forse più rilevante, di certo quello finale, prima della grande rivoluzione che ci ha travolti, rivoluzionari nostro malgrado. Stanley Kubrick, da grande visionario qual è sempre stato (lui sì), aveva già capito tutto. Aveva compreso che i nostri sogni, le nostre aspirazioni, il nostro agire sociale, tutto questo sarebbe stato concentrato in un’unica via d’accesso, un’unica parola. Tom Cruise che fa il suo ingresso al party mascherato e vizioso è oggi ciascuno di noi che – tutti i giorni, tutti i minuti – apre la porta di Facebook e dei suoi fratelli. Altro che élite, adesso. L’altro giorno è passata alla radio la canzone con cui Umberto Tozzi e Raf sono tornati a fare coppia a più di trent’anni da Gente di mare (ne sentivamo la mancanza? Vabbè, non importa). Dice: «Se sei povero o ricco, uno della casta, giovane o vecchio iconoclasta, la password è uguale, e la trovi cliccando sul cuore». Ecco: il cuore. Il centro di tutto è lì. Mica nelle sequenze numeriche che regolano la tecnologia. È il battito animale (cit.). Le lettere che scegliamo come chiave d’accesso all’oltremondo (così lo chiama Alessandro Baricco nel suo saggio sul tema, The Game, da poco pubblicato da Einaudi) sono come un altro organo vitale.

Pensavamo di aver dato la nostra vita all’algoritmo. Alle fotine. Alle note vocali. Di più: alle emoji. Le parole non contano più, ci hanno insegnato, ora bastano le faccine. E invece una singola parola – scritta, indelebile, epigrafica – conta più di tutte. E quella singola parola, udite udite, definisce noi stessi. Alla fine di ogni anno, la società sviluppatrice di software SplashData stila la lista delle 100 peggiori password (vedi elenco in queste pagine) utilizzate tra Stati Uniti ed Europa occidentale. Alla fine del 2017, tra queste figuravano «starwars» (posizione numero 16) e «iloveyou» (new entry alla 13). All’ultimo posto «thunder», al primo «123456», proprio come nell’annata precedente. Al secondo, non è uno scherzo, «password». In mezzo s’intercettavano sport («football»), utopie («freedom»), pigrizie quotidiane («hello»). Stando alle stime dei ricercatori, il 10 per cento degli aventi un qualsivoglia account ha usato una di queste 100 parole come password.

Magari fosse tutto così semplice. Magari bastasse scegliere «ciao» o «libertà». Sappiamo che non è così, non più. Col tempo, la parola che deve digitalmente rappresentarci e simbolicamente definirci si è piegata a requisiti molto severi. Forse per questo, quelle raccolte nella classifica sono sbagliate, rischiose, stupide. Troppo facili. Ci vuole invece, suggeriscono gli esperti e di conseguenza ogni luogo digitale a cui dobbiamo avvicinarci, almeno una lettera maiuscola. Un numero, o più di uno. Un «carattere speciale», qualunque cosa significhi, ora finalmente l’abbiamo capito (asterisco, cancelletto). Non è mica così immediato. E soprattutto: come facciamo poi a ricordarcela, quella parola?

Io, per quel che vale, ho fatto una lista nelle note del telefono. Un elenco di tutte le password. Di tutte le chiavi per aprire tutte le porte. Come in My Blueberry Nights di Wong Kar-wai, dove il barista Jude Law raccoglieva in un vaso i mazzi di chiavi dimenticati dai clienti: io questa serie di parole me la immagino così. Sappiamo tutti qual è il rischio. Pure lo smartphone ha una sua parola d’ordine (vabbè, un codice), e se si perde anche quella? Come si ritrovano tutte le altre? Non voglio nemmeno pensarci.

Non so quanti condividano la lista delle password, so che ciascuno ha il proprio stile, nella ricerca della sua parola. Qualcuno la cambia ogni volta: data di nascita del figlio maschio per la mail, data di nascita della femmina per il servizio clienti Esselunga, e così via. Qualcun altro usa sempre la stessa, eternamente modificata. Tipo me: è il nome di un’attrice e un numero. Solo che a volte non basta. Ci vogliono – appunto – anche le maiuscole e i caratteri speciali. Va bene, aggiungiamoli. Non basta nemmeno quello. «La tua password non è sicura». Quella è la bastonata. Potremo mai lasciare la nostra vita nell’insicurezza? La modifichi ancora (cognome dell’attrice e un altro numero che ricordi il primo). E poi di nuovo. Avanti così, fino a perdersi. La parola che avevamo scelto per rappresentarci e definirci diventa altre due parole e poi tre, e poi dieci, e poi quante, si confondono, per forza poi scegliamo quelle sbagliate, la Rete che tutto decide ha stabilito che sono giuste solo per noi, quelle parole. E allora, se non vanno bene, magari siamo noi a essere sbagliati. O forse basta non prendere tutto troppo sul serio. Noi, le nostre parole, la nostra vita. Baricco ha intitolato il primo capitolo di The Game semplicemente così: Password. È solo un gioco. È lì che ci conduce la chiave che apre tutto.

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