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Radiofreccia colpisce dritta al cuore del rock

IL 107 21.12.2018

Daniele Suraci, responsabile editoriale di Radiofreccia

Il formato scientifico di RTL non c’entra niente con le radio libere Anni 70? Falso! Anzi, con questa ricetta anche i quindicenni scoprono i Led Zeppelin

Nel pacifico tran tran della radiofonia italiana, l’unico sussulto degno di nota è arrivato dal recente balzo in avanti di Radiofreccia, che in sei mesi ha aumentato i suoi ascoltatori di quasi il 50 per cento – una volta e mezza il semestre precedente – sfiorando il milione tondo tondo di contatti. Numeri notevolissimi per una radio che, ad accenderla in un qualsiasi momento della giornata, rischi di ascoltare i Wolf Alice o i P.O.D. o i Greta Van Fleet. Oppure i sempreverdi Bowie, Led Zeppelin e Metallica. Il rock, insomma. Che sarà pure una musica ormai museale, ma – tranne l’eccezione di Virgin Radio, e in piccolissima parte di Radio Capital – qui da noi non è mai stata materia da grandi network e da grandi numeri. Più da vecchie radio libere, quelle del boom di metà Anni 70. E, in effetti, proprio questa sembra essere la chiave del successo di Radiofreccia, che in tutto e per tutto – nella playlist, nello stile dei conduttori, in certe scelte pazze di palinsesto (un’ora di musica dei Radiohead all’ora di pranzo il giorno del compleanno di Thom Yorke!) – sembra rifarsi a quell’ideale mondo pre-network. In tutto tranne che nella cornice in cui, due anni fa, è nata: cioè gli uffici di RTL 102.5, principessa assoluta degli ascolti radiofonici pop italiani.

«All’inizio c’era solo una piccola webradio tematica, RTL Rock», racconta Daniele Suraci, responsabile editoriale di Radiofreccia (e figlio del super-patron di RTL, Lorenzo Suraci). «Poi una mattina, alle sei, mi è arrivato un messaggio di mio padre. Diceva: “Che ne pensi di far diventare RTL Rock una vera radio?”». La scena del messaggio del grande capo (nonché grande padre) alle sei del mattino è pura iconografia da film sul miracolo brianzolo, ma rende perfettamente l’idea del dinamismo, e pure di una certa spericolatezza imprenditoriale. Perché se è ovvio che – in un’ottica di marketing – l’obiettivo era intaccare il monopolio di Virgin, è anche vero che riuscirci al primo colpo non era scontato. «L’unico segreto», dice Suraci jr, «è che facciamo una radio che ci piace fare. Una radio inclusiva, in cui al microfono vanno dj poco più che ventenni e glorie Anni 70 come Guido Monti e Stefano Mannucci; in cui sono i conduttori i primi a suggerire gruppi nuovi da mettere in playlist».

Certo: chi è stagionato abbastanza per ricordarsi le vecchie radio libere cui Radiofreccia s’ispira, rimane inevitabilmente un po’ spiazzato. Perché ascoltandola si coglie sì quella voglia di anarchia ben riassunta nel motto “Libera come noi”, ma pure il format scientifico di RTL: clock molto severi, tempi degli annunci strettamente contingentati. Oltre alle telecamere sempre puntate sui conduttori, che di fatto (altra intuizione di RTL) trasformano la radio in una TV per il digitale terrestre. Ma, appunto, è più un problema di data di nascita di chi ascolta. Per i Millennials vergini al mezzo radiofonico, è tutto nuovo e tutto bello: come il programma dove si suonano solo dischi in vinile (Vinylove: una volta al mese, il sabato notte). «La più grande soddisfazione», conclude Daniele, «è quando un ascoltatore 15enne ci manda un messaggio tipo: “Grazie a voi ho scoperto i Led Zeppelin”». Magari Ligabue, che signorilmente ha concesso il permesso di usare il nome “Radiofreccia”, un giorno farà un film su di loro.

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