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Geni, guaritori e ciarlatani

IL 108 11.01.2019

Nella Grecia di Ippocrate, il “padre” della medicina occidentale, era convinzione che si potesse guarire dall’epilessia semplicemente dormendo sopra una pelle di capra. Sono passati due millenni e mezzo, ma la battaglia contro i sostenitori di teorie irrazionali e antiscientifiche non è ancora terminata

Che cosa incredibile e straordinaria è l’uomo, cantava il coro dell’Antigone di Sofocle: ha imparato a solcare le onde del mare, ad affaticare la madre terra con l’aratro, a usare la parola e il pensiero «rapido come il vento», e ha anche trovato il modo «di curare malattie incurabili». La medicina, in effetti, è uno dei rami in cui è possibile misurare il progresso umano. Anche il Novecento, con tutti i suoi orrori, le sue guerre mondiali e i suoi campi di sterminio, è stato riscattato dall’opera benemerita di medici e scienziati. Enzo Biagi, che nella sua vita da giornalista aveva intervistato migliaia di persone, teneva in bella vista nel suo studio la foto di uno solo: il dottor Albert Sabin, l’inventore del vaccino antipolio. Dalla sua invenzione, Sabin (ebreo polacco emigrato negli Usa) non ha ricavato un solo dollaro: si è sempre rifiutato di farla brevettare. Ma, grazie a lui, milioni di persone sono state salvate dalla morte o dalla paralisi. E che ne sarebbe di noi senza la penicillina, scoperta nel 1928 da un altro benefattore dell’umanità, Sir Alexander Fleming?

Sotto altri aspetti, anche in campi che riguardano la medicina, il progresso sembra meno lineare e l’umanità procede con il passo del gambero. Per esempio, negli Stati Uniti il presidente Donald Trump combatte ancora la sua battaglia contro l’Obamacare, il sistema di assistenza sanitaria pubblica varato dal suo predecessore. Per cui, forse, da questo punto di vista, si potrebbe sostenere che gli Usa di oggi sono più arretrati rispetto, per esempio, all’Atene di Sofocle. In quei tempi, infatti, esisteva già una sanità pubblica. Anche se il modo di scegliere i medici pubblici (“di base” potremmo dire oggi) era assai curioso. Nell’Atene democratica del V secolo a.C., infatti, anche i medici venivano eletti dal popolo. Chi aspirava al posto di medico pubblico si presentava davanti all’assemblea, faceva il suo discorso e i cittadini votavano quello che ritenevano più convincente. Anche l’arte della retorica, a quanto pare, doveva far parte del curriculum dei medici.

Nella Grecia antica, come da noi, il medico poteva quindi scegliere sia di lavorare per lo Stato sia di avviare una professione privata. Un’iscrizione scoperta nell’isola greca di Kos ci parla di un medico, tale Onesandros, che, avendo esercitato la professione sia privatamente sia per il servizio pubblico, viene celebrato non solo per la sua bravura nell’arte medica, ma anche per la sua generosità. Il testo risale al II secolo a.C., l’epoca in cui i romani andavano alla conquista della Grecia. Dopo avere svolto il lavoro di medico pubblico in un piccolo villaggio, Onesandros si era trasferito nel capoluogo. Ma non aveva dimenticato i suoi vecchi pazienti che continuò ad assistere gratis. Si legge infatti nell’iscrizione: «Quando ritenne opportuno aprire un ambulatorio medico per suo conto ed esercitare privatamente la professione in città, e alcuni di quelli che si valevano della sua opera gli offrivano compensi, da nessuno degli abitanti del villaggio, che facevano ricorso a lui in virtù della sua perizia nell’arte medica, ha richiesto compenso né ha acconsentito a riceverlo».

Sappiamo però che anche agli antichi toccava pagare il ticket. Nell’Egitto greco, quando regnava la dinastia dei Tolomei – quella che finì con la leggendaria Cleopatra – c’era una tassa medica, lo iatrikon. Possiamo ancora leggere i registri dell’ufficio delle imposte del re d’Egitto: risulta, per esempio, che lo iatrikon si poteva pagare in un’unica soluzione, annuale, oppure in rate mensili. Da certe cifre pare che il ticket fosse salatissimo: è attestata, per una rata mensile, la cifra di 80 dracme, che era più o meno l’intero stipendio di un bracciante agricolo in un mese. Forse era un ricco e forse ai ricchi si chiedeva di pagare di più.

Poiché la tassa serviva a garantire un servizio sanitario pubblico (che in Egitto era organizzato in distretti sottoposti a un sovrintendente medico, un po’ come le nostre Asl di oggi), anche allora erano previste esenzioni. Per esempio, un’iscrizione dell’isola di Teos, nell’Egeo, attesta che nell’anno 310 a.C. l’amministrazione locale decreta l’esenzione quadriennale dalla tassa medica per tutti gli stranieri che avevano appena preso la residenza nell’isola. Siamo certi che, anche allora, ci sarà chi avrà protestato perché si curavano gratis gli immigrati.

Un altro caso: nel 415, gli ateniesi avviano una spedizione militare contro la Sicilia che condurrà alla disfatta del loro esercito a Siracusa. Ad accompagnare la spedizione c’è un medico che, visto l’esito disastroso della campagna, avrà avuto il suo daffare. Si chiamava Tessalo e lavorava come medico pubblico al servizio della città. Suo padre, narrano gli antichi, gli aveva imposto di non pretendere alcun compenso dai suoi assistiti. Quel padre, peraltro, era nientemeno che Ippocrate, il fondatore della medicina scientifica, il grande scienziato al quale si attribuisce il breve e polemico trattato intitolato La malattia sacra. È un testo che, partendo dal caso specifico dell’epilessia (di cui si contesta appunto la natura di «morbo sacro» attribuibile a una possessione divina), si allarga a diventare una requisitoria lucida e appassionata contro tutti i ciarlatani. Quelli che, per esempio, per far guarire una persona, consigliavano di farla dormire su una pelle di capra: se il metodo funzionasse, nota ironicamente l’autore, i pastori della Libia sarebbero gli uomini più sani del mondo, visto che dormono sempre su pelli di capra.

Due millenni e mezzo dopo, quel piccolo saggio resta un modello di metodo, un invito a esercitare la ragione contro le spiegazioni irrazionali e le soluzioni miracolistiche. Intanto, negli anni scorsi, abbiamo avuto il metodo Di Bella e il metodo Stamina. Oggi abbiamo chi critica i vaccini. E, tutte le volte, non mancano i politici e i giornalisti che si schierano contro la “medicina ufficiale”. La battaglia contro i ciarlatani, iniziata da Ippocrate, non è ancora finita.

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