Il lamento di un raffinato intellettuale liberal: che cosa resta del vero Bruce? Purtroppo solo la grandiosità, la stereotipata monumentalità, lo stanco riciclaggio di personaggi ormai posticci e non più genuini

È il raro caso di un uomo di 62 anni che non si vergogna a mostrare il culo – un culo graziosamente inguainato in un paio di jeans neri aderenti – a 20 mila clienti paganti.

L’efferato autore di questa osservazione lingua-in-fuori è il direttore del New Yorker. Rimpiango quasi La banalità del male. Il profilo in 75mila parole di Bruce Spingsteen è un altro dei contributi di David Remnick al filone letterario del panegirico di un personaggio famoso. Come d’abitudine, un turbinio di dettagli e neanche il minimo graffio alla visione convenzionale del protagonista, alla leggenda ufficiale: potrebbe averlo scritto la casa discografica del Boss. L’interminabile pezzo consiste in un inventario di insulsaggini su Springsteen (e sul rock), inframmezzate dal fugace riconoscimento di un dissenso sulla divinità, ma molto più interessato a vederla che a giudicarla. Spingsteen Survives, proclama la copertina del New Yorker. Sopravvive a cosa? Quando dalla cronaca si passa al commento, lo zelo diventa imbarazzante, il che significa che combacia con lo zelo dell’oggetto dell’articolo: il nuovo album di Springsteen, spiega Remnick, «trasuda da ogni poro il concetto liberal secondo cui essere patriottici non significa attribuire priorità ai mercati, ma coltivare un rooseveltiano senso di equità e un sentimento collettivo di appartenenza». Strappatevi i vestiti e avvinghiatevi alla rivista. E Remnick non è l’unico caso di rapimento mistico formulato in bello stile.

Su The Atlantic Jeffrey Goldberg, in un altro dei suoi esercizi di giornalismo stenografico, accompagna Chris Christie a un concerto di Springsteen e ci racconta l’eccitazione dello sguaiato e corpulento governatore repubblicano del New Jersey e le sue ripercussioni sul conservatorismo contemporaneo.

Ci troviamo in una lussuosa suite del Prudential Center, al centro di Newark, quel tipo di suite accessibili solo alla plutocrazia americana.

Ebreo fortunato! Poi Christie «perde il controllo».

Il governatore batte i pugni in aria, sembra incontenibile.
Portarlo a un concerto di Springsteen è come cercare di gestire un vulcano in eruzione.

Un’immagine un po’ forte, considerando che per quanto riguarda Christie non si può certo parlare di sedere «graziosamente inguainato». Goldberg ci tiene a ribadire le sue credenziali popolari. «Sono stato un estremista springsteeniano per gran parte della mia vita», si vanta.

Se la E Street Band a pieno regime non vi riempie di allegria, probabilmente siete morti.

Goldberg è vivo. E apparentemente anche David Brooks, che ha iniziato un editoriale con questa scipita osservazione:

Dicono che non puoi dire di aver visto veramente un concento di Bruce Spingsteen se non l’hai visto suonare in Europa: perciò io e alcuni amici abbiamo gettato al vento il buon senso finanziario e lo abbiamo seguito nelle tappe del suo tour in Spagna e in Francia.

Ecco dove fanno a finire i soldi degli sgravi fiscali! L’insegnamento che ricava Brooks dalla popolarità di Asbury Park, New Jersey, così lontano da Asbury Park, New Jersey, è «il potere straordinario del particolare».

Non cercate di essere l’uomo della strada. […] Non cercate di essere cittadini di un’artificiale comunità globalizzata. Scendete più in profondità nella vostra tradizione.

È una tesi tutt’altro che nuova, citata spesso a proposito di Joyce, di Faulkner, di Sholem Aleichem: ma è una tesi valida. Il problema è che nessuno più di Springsteen (e in modo così poco convincente) si sforza di essere l’uomo della strada. Ma queste persone ce le hanno le orecchie? Il declino musicale di Bruce Springsteen è evidente da decenni. La santimonia, la grandiosità, la monumentalità assolutamente stereotipata, l’insulsaggine, lo stanco riciclaggio di quei personaggi inneggianti, sempre più assurdamente dilatati, la scomparsa dell’intimità e il rifiuto della tenerezza. E l’asessualità: Remnick adora Springsteen per la sua «eclatante energia», che trova profondamente sensuale, suscitandogli un paragone con James Brown; ma la sconvolgente intensità di James Brown, la sua sgargiante vitalità, il suo oceano di sudore erano una questione di scopate, né più né meno, mentre Springsteen «vuole che il suo pubblico lasci lo stadio, come ordina lui, “con le mani doloranti, i piedi doloranti, la schiena dolorante, la voce rauca e gli organi sessuali stimolati!”»: un modo molto bio di parlare sconcio. Remnick lo elogia anche per la sua «esuberanza», che in effetti è fuori dall’ordinario: sono stato due volte al Bottom Line nell’agosto del 1975, e non ho mai visto una sala elettrizzata e allegra come quella. Ma ormai nell’esuberanza di Springsteen non c’è più nulla di sciocco o spensierato, più nulla di sfrenatamente folle. L’allegria è programmatica: è semplice incoraggiamento, un’espressione di responsabilità sociale, un’ulteriore affermazione di un idealismo che scolora nell’illusione. La rising di cui parlava dopo l’11 settembre? Ancora niente. Ci prendiamo cura di ciò che abbiamo, come recita il ritornello della sua ultima hit? No, non lo facciamo. Nulla ha danneggiato la già magnificente musica di Springsteen quanto la sua decisione di farsi portavoce dell’America. È Howard Zinn con la chitarra. I lavoratori feriti delle sue canzoni non hanno l’autenticità delle persone reali: sono metafore trite e bigotte, martiri di classe stereotipati presi da Guthrie e Steinbeck. La solidarietà di Springsteen è genuina, ma i suoi personaggi no. Le sue canzoni sull’11 settembre e sulla recessione sono editoriali ingigantiti: «Where’s the promise from sea to shining sea?», si chiede, dov’è la promessa fra le coste radiose dell’America. La sua rabbia per «il banchiere che si ingrassa» è troppo pia: «Se avessi una pistola, scoverei quei bastardi e gli sparerei a vista» non è un «concetto liberal»; meglio la legge Dodd-Frank, per me. La sua voce strascicata è un espediente di produzione, la sua grinta un manierismo. Qualche minuto con uno degli ultimi dischi di Johnny Cash ed è impossibile prendere il gergo springsteeniano sul serio. Qualche minuto con Lucinda Williams (pericolosamente vicina a diventare prigioniera anche lei del proprio manierismo) e il prezzo di preferire i sermoni alle esperienze diventa evidente. Quand’è stata l’ultima volta che Springsteen ha scritto una canzone vera e commovente come Down in the Bowery di Alejandro Escovedo?

Uno dei compiti del rock è quello di creare nostalgia. C’è un tipo di beatitudine che solo i suoni della propria giovinezza possono offrire. (Per me da Céline Dion in poi ha cominciato a mettersi male.) La venerazione per Springsteen è un grido contro lo scorrere del tempo. Ma il rock ‘n’ roll gioca un altro ruolo nella vita americana: dimostra che Herbert Marcuse aveva ragione. Non ci sarà nessuna rivoluzione in America. Questa società continuerà a contenere le sue contraddizioni senza risolverle, assorbirà l’opposizione e la ricompenserà, trasformerà il dissenso in cultura e commercio. L’errore di Marcuse era credere che fosse una cosa brutta. È una cosa bella, invece, perché ci risparmiamo gli strazi delle purificazioni politiche. Ma è anche comica, perché le canzoni di protesta diventano intrattenimento per i ricchi, e Bruce Springsteen l’idolo dell’élite. Il New Yorker lo ribadisce: è l’uomo meno pericoloso d’America. «In questo mondo così inquieto», come diceva una volta Tony Curtis a Marilyn Monroe, «è immorale possedere uno yacht con più di dodici cuccette».

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