Ci sono star che si prendono troppo sul serio, che insultano i propri fan, che pensano che le cose che cantano da decenni non appartengano a chi veste in giacca e cravatta. Allora meglio Dylan che dialoga con i morti

Partiamo da Bruce Springsteen e dalla sua biografia. Le origini modeste sulla malinconica costa atlantica del New Jersey, la giovinezza turbolenta, la gavetta, il barlume del successo e poi il botto. Il Boss diventa l’incarnazione di una nostalgia che si va delineando: quella per l’eroe americano vagabondo, anarchico e solitario. Springsteen diventa un monumento vivente, una megastar. Pensare che, all’avvio della sua campagna elettorale, Reagan s’era convinto che Born in the Usa fosse la perfetta soundstrack delle sue apparizioni. Fortuna che poi cambiò idea, sennò sai l’imbarazzo dell’ex monello di Ashbury Park a cui piaceva strusciarsi coi perdenti e le donnine allegre allorché, molti anni più tardi, avrebbe assunto a sé anche un ruolo politico. Già: da tempo ormai Springsteen s’è convinto d’essere davvero ciò che si scrive di lui, un simbolo. E quando si avvicinano i climax nazionali, ad esempio alla vigilia di un’elezione che conta, il Boss dice sonoramente la sua. Per chi votare e perché: un dettato alle legioni dei seguaci. Che a quel punto guardano nel portafogli, controllano se hanno la tessera del partito giusto e, in caso contrario, sono a un bivio. Che fare? Nel 2012, ad esempio: mollare il repubblicano Mitt Romney e certe sue promesse che li allettano, o mollare il Boss che dal palco li etichetta come irresponsabili, dal momento che pensano di votare quel cialtrone? È imbarazzante: ci si può far insultare dal proprio idolo, dal tipo che è riuscito a fare tutto ciò che avresti voluto fare tu, non è da masochisti restare immobili a farsi impallinare, come il ragazzino sotto la mela di Guglielmo Tell? Il Boss diventa il Reverendo e la partigianeria politica è il suo Vangelo. Bruce travalica i leit motiv del suo canzoniere e utilizza il carisma come antibiotico intellettuale. I fans sbandano. E non è il solo, sebbene almeno il padrino della musica Usa, Bob Dylan, preferisca continuare a dialogare coi morti e con le amanti perdute, anziché sponsorizzare ticket elettorali. Del resto, c’è da stupirsi di questa deriva? C’è da stupirsi che dopo l’immersione nella politica televisiva, dopo convention che somigliano a festival, c’è da stupirsi che i cantanti si sentano parte in causa? È la politica a essersi buttata tra le braccia del pop, non viceversa. Sono i candidati che ostentano il loro privato, ciascuno col suo sport, la sua squadra, la sua band preferita. Ai tempi di Kennedy e Nixon non si faceva, magari si badava fin troppo a chi sudasse di più di fronte alla telecamera. In pieno XXI secolo, scoprire che a Paul Ryan piaccia il suono di metallo lamellare dei Rage Against the Machine è divertente e magari attrae l’attenzione di qualche elettore distratto, che se lo figura in macchina da solo, nel traffico, mentre suona la batteria sul volante. Quello che stupisce è che i cantanti si prendano così sul serio, che credano che ciò che hanno suonato per decenni sia patrimonio esclusivo di chi ha continuato a vestirsi di flanella e non appartenga altrettanto al popolo in suits, quelli inquadrati, che anche loro sono stati ragazzi, hanno grufolato nelle animal houses e hanno adorato alcune band dal suono terribile. Tom Morello, leader dei Rage e habituè di Occupy, s’è offeso per le dichiarazioni d’affetto di Ryan e ha replicato su Rolling Stone: «Il suo amore per i Rage è ridicolo, perché lui è il prodotto della machine contro cui esplode la nostra rage, rabbia. Anche Charles Manson amava i Beatles, ma non li capiva». Al mittente la tua devozione, Ryan, firmato Morello. Il problema è che la devozione resta lì, perché le sue radici affondano altrove. Nel pezzo di Jeffrey Goldberg per Atlantic sul governatore del New Jersey Chris Christie e la sua smodata passione per Springsteen c’è un paragrafo-chiave. Quello in cui il politico (lo stesso che il Boss, nel suo recente trend di arroganza rockettara, si rifiuta d’incontrare) racconta del giorno in cui gli arrivò la notizia della morte di Clarence Clemons, sassofonista ed “effetto speciale” della E Street Band: «Mi sono sentito svuotato di ogni energia. Sono rimasto zitto sul letto e quando mia moglie m’ha chiesto cosa provassi, le ho detto: “La mia gioventù è finita. Clemons è morto ed essere giovani per me è al passato”». Romanticoni questi repubblicani, no? Meriterebbero più rispetto dalle celebrities che hanno contribuito a creare. In fondo solo il 20 per cento di quelli che un tempo militarono nella Generazione-X che marciava a forza di grunge sound e Converse sneakers oggi si definisce “liberal”. Gli altri sono semplicemente cresciuti. Sono adulti, alcuni addirittura convertiti alla lettura di Ayn Rand. E che il prodotto della somma tra i Rage Against The Machine, Ayn Rand e un po’ di sano spirito provinciale porti il nome di Paul Ryan, si può prendere come un’interessante definizione dell’America d’oggi.

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