Dossier / 1993

1993: 365 giorni vissuti artisticamente

IL 49 08.03.2013

Art Club 2000, Untitled (Conrans I)

A New York, una mostra del New Museum nel 2013 ha celebrato l’arte di un anno che ha cambiato tutto, dalla politica alla musica. L'introduzione del curatore

La sera del 27 luglio 1993 ero completamente fumato. Eppure la ricordo come una delle notti più spaventose della mia vita. Avevo diciannove anni ed ero in giro con i soliti amici, nel solito posto, nel paese dove abitavo vicino a Milano. Alle undici e venti l’autoradio iniziò a parlare di un’esplosione al Padiglione di Arte Contemporanea (Pac). L’edificio era stato raso al suolo. Cinque morti. Qualche ora dopo, c’era un tremito nella voce del giornalista in collegamento da Roma mentre, in sottofondo, le esplosioni risuonavano forti di fronte a due chiese della capitale. Erano passati esattamente due mesi dall’attentato all’Accademia dei Georgofili di Firenze, che aveva ucciso altre cinque persone. Non è facile spiegare come, in una democrazia occidentale, nel 1993, tre bombe potessero esplodere in una notte, piazzate dalla mafia. L’Italia stava attraversando una crisi devastante, e nessuno poteva immaginare che dalle ceneri di quegli ordigni si sarebbe sollevata la fenice di Silvio Berlusconi, l’uomo destinato a governare e a incasinare l’Italia per quasi vent’anni. Eppure, per quanto fossi spaventato e confuso, ebbi la chiara, distinta impressione che il mondo stava cambiando e che, per la prima volta, potevo essere parte di quel cambiamento.

A Venezia, quell’estate, della mia prima visita alla Biennale ricordo il padiglione tedesco di Hans Haacke, quello inglese di Richard Hamilton e la spartana semplicità del padiglione russo di Ilya Kabakov. Ma fu la sezione Aperto, dedicata agli artisti emergenti, che ridisegnò la mappa, portando alla ribalta molte figure che ancora oggi sono sulla scena, come Maurizio Cattelan, John Currin, Dominique Gonzalez-Foerster, Damien Hirst, Carsten Höller, Paul McCarthy, Philippe Parreno, Charles Ray, Pipilotti Rist, Rudolf Stingel, Rirkrit Tiravanija e Sue Williams. Questi artisti erano stati scelti da un gruppo di curatori – Francesco Bonami, Nicolas Bourriaud, Jeffrey Deitch e Bob Nickas, tra gli altri – selezionati da Helena Kontova, giornalista di Flash Art. Anche Oliviero Toscani, le cui campagne per Benetton avevano fornito ai primi anni Novanta l’equivalente visivo di una colonna sonora, esponeva ad Aperto, insieme a Kathe Burkhart, Cheryl Donegan, Maria Eichhorn, Alix Lambert, Sean Landers, Doris Salcedo, Julia Scher e a un ventisettenne Kai Althoff. La Biennale del 1993, sotto la direzione di Achille Bonito Oliva, marcò anche un’espansione geografica radicale, presentando lavori di artisti provenienti da Cina, Ghana, India, Sudafrica, Thailandia e Zaire. Fu lì, all’Arsenale, che provai il senso della fine di un’era e dell’inizio di un’altra. Aperto ’93 fu un viaggio intorno al mondo che ci fece assaggiare ciò che, qualche anno dopo, avremmo chiamato globalizzazione. Ogni cosa pareva possibile.

Quell’anno, Yitzhak Rabin e Yasser Arafat si strinsero la mano sul prato della Casa Bianca. Entrò in vigore il Trattato di Maastricht. Io quell’estate guidai attraverso l’Europa dell’Est, fino in Lituania, Estonia e Lettonia. L’ex Unione Sovietica stava cambiando, le repubbliche baltiche riprendevano forma, ma in Bielorussia vidi gente girare scalza. In Sudafrica venne siglata una nuova Costituzione. Nelson Mandela divise il premio Nobel per la Pace con F. W. de Klerk, e Toni Morrison vinse quello per la Letteratura. Bill Clinton diventò presidente degli Stati Uniti. C’era questa cosa chiamata World Wide Web che era appena nata. Venne lanciato il primo blog.

Cheryl Donegan, Head

Wolfgang Tillmans, Moby, Lying

La mostra China Avant-Garde: Counter-Currents in Art and Culture inaugurò alla Haus der Kulturen der Welt di Berlino; Cai Guo-Qiang vinse il Cartier Award; Huang Yong Ping e Chen Zhen iniziarono a fare capolino nelle personali e nelle collettive in giro per l’Europa. Nei sobborghi di Pechino, in una comunità chiamata Dong Cun, un gruppo di artisti e fotografi – tra i quali figuravano Ma Liuming, Rong Rong e Zhang Huan – intraprese una serie di performance ed esperimenti che portò la polizia a evacuare il loro “East Village” nel 1994.

Dall’Inghilterra arrivavano le prime avvisaglie del movimento Yba. Rachel Whiteread conquistò il Turner Prize con House, scultura che venne abbattuta il gennaio successivo, segnalando l’accelerazione nel cambiamento londinese. I film inglesi dell’anno furono Naked di Mike Leigh e Raining Stones di Ken Loach. John Major era ancora al potere; ufficialmente, la recessione si fermò in primavera, ma mesi dopo lasciava ancora un retrogusto amaro nella bocca delle persone. Tracey Emin e Sarah Lucas aprirono The Shop a Bethnal Green. Sulla copertina di Frieze, un giornale che aveva solo pochi anni di vita, Gavin Turk e la statua di cera di Sid Vicious (Pop, 1993) anticiparono l’emergere di una nuova Inghilterra, mentre a Venezia Matthew Slotover – cofondatore e coeditore della rivista insieme ad Amanda Sharp – fece la sua comparsa tra i curatori di Aperto ’93, invitando Damien Hirst e le sue creature in formaldeide a impossessarsi della laguna. Quello stesso anno, Jay Jopling aprì White Cube.

Un giovane Gavin Brown curò Real Time all’Institute of Contemporary Arts (Ica), con opere di Gabriel Orozco, Rirkrit Tiravanija, Lincoln Tobier e Andrea Zittel. A Parigi il venticinquenne Hans-Ulrich Obrist organizzava Hotel Carlton Palace: Chambre 763 – un’esposizione in una camera d’albergo. Tra queste due mostre e Aperto ’93, così come in molti altre situazioni in America ed Europa, iniziò a emergere una tendenza neoconcettuale che sarebbe stata chiamata estetica relazionale – una nuova Arte povera, se vogliamo, che reagì alla magniloquenza degli anni Ottanta e adottò una modestia più in sintonia con la recessione che aveva colpito i primi Novanta. Era un nuovo clima concettuale, incendiato da un senso di gioiosa partecipazione e di condivisione spontanea. Félix González-Torres (anche lui presente ad Aperto ’93) ne fu probabilmente il leader involontario, e tra i giovani artisti che mossero i primi passi in questo milieu trovarono posto, insieme a quelli menzionati in precedenza, Henry Bond, Angela Bulloch, Liam Gillick, Pierre Huyghe, Jorge Pardo e Tobias Rehberger.

Gillian Wearing, I’m desperate

Matthew Barney, Drawing Restraint 7

Andres Serrano, Infectious Pneumonia

John Currin, Girl in Bed

Anche se mi persi quel periodo a New York, l’ho sempre immaginato come l’ultimo scampolo bohémien. Nel 1993, Elizabeth Peyton espose i suoi quadri in una stanza del Chelsea Hotel. Jason Rhoades inaugurò una personale delirante da David Zwirner. Ho sempre pensato che per alcuni fortunati quel periodo debba essere stato come una fotografia di Wolfgang Tillmans; lo stesso Tillmans che nel 1993 fece la sua prima personale alla Galerie Daniel Bucholz di Colonia. Parlando di bohème, Martin Kippenberger aprì la sua Candidature à une rétrospective  al Centre Pompidou nel 1993 e, quello stesso anno, inaugurò la prima stazione della sua rete metropolitana globale a Syros, in Grecia.

Altrove, i Nirvana pubblicarono In Utero. River Phoenix morì. Beavis e Butt-head fecero la loro prima apparizione televisiva. Kate Moss posò per Calvin Klein – sdoganando lo stile heroin-chic. Moda, arte e celebrità iniziarono a flirtare; ricordo di aver visto i primi lavori di Karen Kilimnik e Sylvie Fleury. Nel frattempo, a pochi chilometri da Venezia, nel cuore dell’Europa, la guerra infuriava in Bosnia ed Erzegovina, e l’espressione “pulizia etnica” diventava parte del linguaggio quotidiano.

Fu un periodo di corpi, o almeno io me lo ricordo così. Erano anni che Matthew Barney si arrampicava sui muri delle gallerie, ma molta gente in Europa lo notò solo tra la fine del 1992 e il 1993, soprattutto nella collettiva Post Human, che dopo la vernice di Losanna aveva viaggiato in direzione di Torino, Amburgo e Atene. Ma anche perché aveva ricevuto alla Biennale di Venezia il premio come miglior artista emergente. Mike Kelley mise insieme uno straordinario armadio delle meraviglie nella città olandese di Arnhem per Sonsbeek ’93. The Uncanny – questo il titolo della mostra nella mostra di Kelley – era un compendio di corpi di cera, manichini, mostri e mutanti. Una delle rappresentazioni più ingegnose mai concepite dell’ossessione umana per la figura. Sempre a Sonsbeek, Alighiero Boetti immortalò se stesso in un toccante autoritratto che rappresenta amaramente la confusione dell’essere artista; in questa scultura di bronzo, la sua testa ribolle sotto il getto d’acqua di una fontana. Boetti morì l’anno seguente.

Il 1993 fu una grande annata per Kelley. Al Whitney, inaugurò la sua indagine della maturità, Catholic Tastes. A Vienna, lui e Paul McCarthy misero in mostra la loro installazione collaborativa Heidi. E quindi, di nuovo al Whitney, la collettiva Abject Art introdusse un nuovo termine critico nel gergo dell’arte contemporanea. Un termine che avrebbe resistito per anni. Andres Serrano espose i suoi scatti obituari da Paula Cooper; Jeff Koons pubblicò il suo libretto rosso; Cady Noland si conquistò la copertina di Flash Art. Settantasei persone morirono nell’assedio di Waco.

Un periodo di corpi e di politiche identitarie. Angels in America di Tony Kushner vinse il premio Pulitzer. Il London Ica lanciò Bad Girls. Il femminismo acquistò il prefisso «post». La Biennale del Whitney aprì a New York, e tra i suoi pezzi più memorabili c’era il biglietto d’ingresso di Daniel J. Martinez che recitava: «Non potrei mai immaginare di voler essere bianco». I visitatori dovevano presentarne uno per entrare alla mostra, che quell’anno – tra i video e i programmi di controinformazione del network Deep Dish Tv, del Gulf Crisis Tv Project e di Not Channel Zero – mostrò il famoso video del pestaggio di Rodney King. Nel catalogo, Thelma Golden si chiedeva: «Che cosa è bianco…?», mentre all’interno dell’esposizione Jimmie Durham, Andrea Fraser, Renée Green, Byron Kim, Pepón Osorio, Gary Simmons, Lorna Simpson, Pat Ward Williams, Fred Wilson e molti altri immaginarono «l’arte nell’epoca della traduzione multiculturale» (rubando il sottotitolo del saggio di Homi Bhabha incluso nel catalogo). Janine Antoni, Matthew Barney, Mike Kelley, Raymond Pettibon, Kiki Smith e Sue Williams continuarono a sfidare i limiti dei nostri corpi. Parcheggiato su Madison Avenue, di fronte al museo, c’era un gigantesco camion giocattolo dei pompieri di Charles Ray. Due giorni dopo l’apertura della Biennale, il 26 febbraio, un furgone esplose sotto il World Trade Center. Ma che quel 1993 fosse un anno di premonizioni l’avremmo scoperto solo nel decennio successivo.

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