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Il mondo è ingovernabile

IL 54 26.09.2013

La copertina di IL54

Un articolo e una copertina di IL di Ottobre 2013:

I poteri sono deboli. I leader si nascondono. Le istituzioni sono obsolete. L’impossibilità di decidere è diventata cronica e si è diffusa anche a livello nazionale. Il paradosso è che tutto ciò nasce dalla diffusione del benessere e della libertà

“Incapacity”. La parola chiave della crisi siriana (e non solo) è «incapacità». Incapacità non solo degli uomini, ma soprattutto delle istituzioni che governano, si fa per dire, il mondo. «Ciò che abbiamo visto fin qui – ha detto il presidente degli Stati Uniti Barack Obama – è l’incapacità del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di agire di fronte a una chiara violazione delle norme internazionali». A queste incapacità dell’Onu vanno aggiunte quelle di tutti gli altri organismi sovranazionali e nazionali, governativi e no. In due anni nessuno ha fatto niente per fermare la strage in Siria. Nemmeno quelli che si sono improvvisamente svegliati per opporsi al cauto, confuso e tardivo interventismo di Obama (che poi si è pentito). Centomila morti, milioni di profughi. Eppure prevale l’idea che non si debba far nulla.

Il Papa è stato eletto da poco, così come i ministri del governo Letta, ma prima che Obama ricordasse che certe cose non si possono fare nessuno ha proposto digiuni contro la guerra scatenata dal dittatore contro il suo stesso popolo. Silenzio. Sciopero della parola. Digiuno di indignazione.

La Siria è soltanto un esempio, il punto è che il mondo è ingovernabile. Le istituzioni internazionali non sono in grado di affrontare, figuriamoci di risolvere, le grandi crisi mondiali. Nemmeno di fronte a una violazione palese di ciascuno dei primi 12 articoli della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Se c’è un principio, uno solo, che la comunità internazionale è obbligata a tutelare è quello secondo cui chi guida un Paese ha il dovere di proteggere i propri cittadini e non può ucciderli a decine e decine di migliaia – non importa se col gas, col fucile o con il machete. Se con le buone (meglio) o con le cattive (se necessario) le istituzioni sovranazionali non riescono a impedire né a fermare né a punire una strage prolungata di uomini, donne e bambini, be’, a che cosa serve una comunità internazionale? Che ce ne facciamo?

Nella vita quotidiana non è accettabile che uno sterminatore della propria famiglia, magari con davanti a sé altri parenti e affini da uccidere, non venga fermato armi in mano dalla polizia. Non sarebbero concepibili giustificazioni del tipo «non sono affari nostri», «non possiamo intrometterci in questioni interne», «sono anni che si odiano» e «non conosciamo la genesi dell’antica lite intrafamiliare». Il ministro dell’Interno non potrebbe annunciare senza sprofondare nel ridicolo uno sciopero della fame contro l’operazione di polizia che assicuri alla giustizia il pericoloso criminale, peraltro ancora pronto a uccidere. Sarebbe una barzelletta, non un uomo di governo.

L’incapacità di affrontare le crisi internazionali non è insolita. L’Onu non ha quasi mai funzionato, spesso è stata addirittura dannosa. La grande novità di quest’epoca è un’altra, e va ben oltre l’inefficienza delle Nazioni Unite. La straordinaria “incapacità” di agire si è estesa a ogni livello decisionale: internazionale, multilaterale, transnazionale, statale e regionale. Non si riesce più a governare nulla, nel mondo. È diventato impossibile, anche per l’unilateralismo americano.

A volte il caos che ne deriva è meno grave di quanto appaia. Spesso è soltanto una percezione di ingovernabilità. Ma con la circolazione delle informazioni in tempo reale è indifferente che si tratti di impressione o di realtà: l’effetto è lo stesso. Le istituzioni non funzionano, o sembrano non funzionare. I poteri diventano deboli. I leader appaiono impotenti.

Questo vuoto, apparente o effettivo, favorisce la crescita di micro poteri che finiscono per sfiancare l’ordine tradizionale: i movimenti senza leader, gli Occupy a Wall Street, i Tea Party in America, i grillini in Italia, i ribelli ovunque nel mondo; si moltiplicano le proteste, arrivano le start up, si diffondono i nuovi media. La classe media scende in piazza – quella in difficoltà per proteggere le proprie condizioni di vita, quella in espansione perché vuole ancora di più. Le relazioni tra i Paesi si fanno più difficili, i segreti di Stato sono diffusi da anarchici informatici che si dicono libertari ma trovano rifugio nelle peggiori autocrazie.

Il potere tradizionale vacilla di fronte ai cambiamenti, molto spesso positivi. L’opinione pubblica è disorientata. Nelle urne aumentano i pareggi elettorali e la società si scopre più vulnerabile di fronte a idee malsane rabberciate da demagoghi e populisti.

Nel libro La Fine del Potere (Mondadori), Moisés Naím studia il fenomeno e lo spiega con l’accresciuta e diffusa facilità di minare, travolgere e aggirare le barriere del potere tradizionale, «non solo a causa delle trasformazioni demografiche ed economiche e alla diffusione delle tecnologie dell’informazione, ma anche per i mutamenti politici e i profondi cambiamenti delle aspettative, dei valori e delle norme sociali». Siamo nel mondo del GZero, sostiene lo studioso americano Ian Bremmer che nelle prossime pagine ha scritto in esclusiva per IL un seguito del suo saggio.

L’ingovernabilità del mondo non è soltanto assenza di leadership. È molto di più: è un fenomeno strutturale. Le istituzioni moderne non reggono il passo delle esigenze, dei tempi e delle dinamiche contemporanee. Le notizie circolano nello stesso istante in cui i fatti accadono, abbassano la soglia di attenzione pubblica e richiedono scelte di governo altrettanto repentine. Le procedure, le prassi, le riunioni, i rinvii, i Consigli dei ministri del venerdì non sono più compatibili con l’era dell’informazione istantanea.

Se le decisioni non arrivano subito, in tempo reale, chi gestisce il potere appare, e comunque risulta, incapace di governare, nonostante le buone intenzioni. Se annunci di aver tolto una tassa o di aver introdotto una riforma, l’opinione pubblica si aspetta che l’indomani il balzello non ci sia più e che il cambiamento sia già entrato in vigore. Le informazioni si accavallano, le opinioni si formano, le persone si spostano a ritmi fulminei e non si accetta più che dall’annuncio alla realizzazione passino altri cinque o sei mesi di annunci, di modifiche e di polemiche. Se la cosa non è fatta sul momento diventa un fallimento. E la colpa è di chi ha il potere.

Questo sfasamento temporale tra la sbrigativa formazione del consenso e la flemmatica ritualità delle procedure crea disorientamento e accresce insoddisfazione. «I politici non fanno nulla!». «Sono tutti uguali!». «Non si occupano dei problemi della gente!». Gianroberto Casaleggio crede che il successo elettorale dei Cinquestelle risieda nell’aver trovato la formula per scardinare il sistema corrotto, quando invece ne è un prodotto. Il guru di Beppe Grillo, forse inconsapevolmente, propone una nuova codificazione del potere in grado di sostituire la democrazia rappresentativa con un’illusoria partecipazione diffusa sulla Rete. A Casaleggio va riconosciuto il merito di aver tentato di dare una risposta, ma la soluzione escogitata è grottesca. La democrazia, specie nell’odierno mondo senza leader, resta la peggior forma di governo fatta eccezione per tutte le altre, e in particolar modo per il “maoismo digitale”.

Il paradosso, infatti, è che le cause dell’ingovernabilità globale si rintracciano negli straordinari miglioramenti raggiunti dall’umanità negli ultimi decenni: dalla fine della Guerra fredda e del sistema dei due blocchi alla diffusione impetuosa della democrazia, dall’abbattimento della povertà alla più equa redistribuzione della ricchezza. Stiamo meglio, non stiamo peggio. Servono solo istituzioni, leader e idee adeguate ai tempi.

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