Intervista larga

Tutto quello che avreste voluto sapere su Daria Bignardi

di Francesco Pacifico
illustrazione di GIACOMO GAMBINERI
IL 57 20.12.2013

Ferrara e i genitori «molto missini», Milano e i giornali, i romanzi (pubblicati solo dopo la morte della madre). E, ovviamente, le interviste in tv: «Sono una specie di medium tra ospiti e pubblico»

Pranziamo leggero ordinando le stesse cose in un caffè letterario fra milanesi bene, fuori piove sul parco Don Giussani. Prima di parlare dell’inizio della sua carriera ha raccontato dei mesi a Londra dopo aver lasciato il Dams, a fare la commessa in un negozio, a imparare l’inglese, a copiare gli abiti anni Quaranta di Kim, la sua collega in negozio, già vintage a metà anni Ottanta, con i fidanzati «di colore, anche loro vestiti tutti elegantissimi… Kim si metteva il rossetto e le scarpe basse con la punta», e ascoltava i Black Uhuru…

BIGNARDI

A ventitré anni ero tornata a Ferrara da Londra perché mio padre stava morendo. Sai, ero in quell’età in cui non sai bene che cosa farai, hai delle priorità proprio fisiche, una delle mie era la ribellione alla famiglia… L’hai letto Non vi lascerò orfani: io avevo dei bravissimi e carissimi genitori che erano degli anziani missini, molto anziani e molto missini, onestissimi, persone meravigliose appunto per onestà, affetto… ma molto anziani: mio padre mi ha avuta che aveva quasi cinquant’anni, e poi erano gli anni Ottanta e io non potevo certo immaginare di rimanere a lungo in famiglia perché loro erano molto tradizionali come valori, come regole… Che poi penso sia così anche per i ventenni di oggi, magari fanno una vita un pochino più comoda quindi ci pensano quattro volte prima di mollare tutto e andarsene. Io non facevo una vita particolarmente comoda… Come hai letto, i miei avevano avuto un tracollo finanziario durante la guerra, quindi erano proprio scesi di tre gradini nella scala sociale, da figli di genitori laureati, mio nonno era direttore di banca, l’altro era veterinario, i miei facevano la maestra e il rappresentante, quindi era una vita molto semplice…

INTERVISTATORE

E quando sei andata a Milano come hai trovato lavoro?

BIGNARDI

Allora c’era un sacco di lavoro… Sul Resto del Carlino, al venerdì, c’erano le offerte di lavoro e nelle offerte di lavoro c’erano anche i bandi di concorso e vedo tra questi bandi un concorso con una borsa di studio per diventare account executive. Non sapevo neanche cosa fosse, però fresca di inglese – lo avevo imparato molto bene – mi presento a questo concorso a Reggio Emilia, c’erano 25 posti, e arrivo nona… e ho fatto questa borsa di studio a Reggio Emilia, che prevedeva sei mesi di corso e uno stage in un’agenzia di Milano, quindi dopo il corso ho fatto lo stage a Milano… Appena arrivata a Milano mi faceva schifo l’agenzia… Era il 1983-84, mi faceva schifo l’agenzia dove mi avevano messo, ho preparato dieci curriculum piuttosto brillanti, li ho mandati alle dieci più grandi agenzie…

INTERVISTATORE

Brillanti nel senso di inventati?

BIGNARDI

Ma nel senso di smart… Mi hanno risposto tutte, per dirti come erano diversi i tempi, le dieci maggiori agenzie… Ho fatto i colloqui da tutte e mi hanno assunta immediatamente con un contratto a tempo indeterminato alla Tbwa, un’agenzia internazionale. Allora la pubblicità era il lavoro da fare, giravano un sacco di soldi… Ho lasciato per diventare giornalista. Il praticantato l’ho fatto a Chorus, che era un mensile di Leonardo Mondadori, erano gli anni Ottanta a Milano, era proprio un’altra vita: io sono entrata facendo la photo editor, non capivo nulla di fotografia, la detestavo. Mi ero presentata e avevo convinto Giordano Bruno Guerri, che era il direttore, ad assumermi perché io ero bravissima, sapevo tutto di fotografia – e non era assolutamente vero. Però volevo entrare in un giornale e l’ho convinto che ero la persona giusta. Ronzavo attorno allo scrivere da sempre, da quando avevo, penso, quattro anni e mezzo. Però ti ho spiegato il tipo di famiglia, a quei tempi non esisteva dire «faccio lo scrittore da grande». Gli scrittori erano Calvino, Moravia, non potevi pensare di diventare proprio tu il nuovo Calvino e nemmeno Elsa Morante: non era una possibilità plausibile… quindi ho sempre pensato che avrei fatto l’insegnante di lettere come mia madre e mia sorella… E poi però, la cosa che ti dicevo prima, l’urgenza dell’indipendenza economica, mi ha fatto cercare lavoro… A quel punto, arrivata a Milano, ormai la professoressa non la facevo più, ho pensato a qual era la cosa che mi avrebbe fatto scrivere e leggere, e ho pensato di provare a entrare in un giornale… Quindi, avendo questa competenza che mi veniva dai quattro anni in pubblicità, sono andata da Guerri e l’ho convinto…

INTERVISTATORE

Lui ovviamente ti ha ricevuta.

BIGNARDI

Ma certo! (ride, nda)… Guarda, negli anni Ottanta c’era davvero tanto lavoro… Sai, Leonardo se n’era andato dalla Mondadori e aveva fondato la sua casa editrice, la Leonardo Editore. Aveva un grande budget per fare questo mensile, che era il Vanity Fair italiano ante litteram. Io sono entrata come photo editor, dopo poco ho fatto outing e ho detto: «Guardate, io non ci capisco nulla, non me ne frega nulla della fotografia» (ride, nda). Pensa che Leonardo mi mandò a New York a fare uno stage di un mese da Bob Pledge alla Contact Press Images, la più grande agenzia del mondo… E lì capii definitivamente che non me ne poteva fregare di meno della fotografia, quindi tornando dissi a Guerri: «Io voglio scrivere, fammi provare», e lui mi fece provare. Il primo pezzo fu su una fotografia, Nudo con gatto, e io dovevo parlare di questa foto in cui si vedeva una donna nuda con un gatto (ride, nda). Poi hanno chiuso e sono diventata freelance-disoccupata. Non mi sono spaventata perché mi piaceva moltissimo scrivere, ho cominciato a collaborare con Panorama… Per due anni ho collaborato con Cultura & Spettacoli, il che voleva dire che al venerdì loro facevano la riunione, decidevano che cosa avrebbero messo, mi chiamava Paola Jacobbi, che allora era dentro al giornale, e mi diceva: «Facci venti righe su Fellini che fa la pubblicità della pasta… Trenta righe su Carlo Fruttero». Avevo la chiusura al lunedì. Non c’era ancora internet, ti mandavano la rassegna stampa da Panorama, cartacea, e io passavo il weekend, felice, a scrivere, e lunedì mattina entro le nove mandavo il pezzo. Credo di aver avuto il primo portatile che hanno prodotto, un Mac, e quindi col modem mandavo il mio pezzo…

INTERVISTATORE

Come hai conosciuto Gad Lerner? 

BIGNARDI

Io in quegli anni di freelance in cui collaboravo con Panorama, con La Stampa, con Sette, con Photo – che ancora mi deve pagare –, feci un viaggio a Gerusalemme, a Natale, con un amico, e lì conobbi Lucia Annunziata, che allora era corrispondente di Repubblica da Gerusalemme ed era amica del mio amico. Simpatizzammo moltissimo, io metti che avrò avuto a quel tempo ventinove anni e Lucia mi disse: «Il futuro del giornalismo è in televisione, ma che cosa stai a perder tempo coi giornali! Devi fare televisione, vai da Lerner e offriti come sherpa, portatore d’acqua, gratis, così impari». E io lì, che la stimavo moltissimo, così feci, mi presentai da Lerner e gli dissi: «Voglio lavorare con te, anche gratis»… Lui lavorava alla Rai, in corso Sempione. Telefonai, mi ricevette, secondo me non gli piacqui, però si fidava di Lucia e quindi entrai in redazione. Gad avrà avuto quarant’anni e stava facendo Milano, Italia, che era un bellissimo programma, io lo avevo guardato prima di andare, gli dissi che mi piaceva molto, che speravo di essere utile, che avrei lavorato per lui anche gratis… infatti mi assunsero con uno stipendio di quattrocentomila lire al mese… Iniziavamo alle nove del mattino e io finivo a mezzanotte e mezza, perché c’era al mattino la riunione, il pomeriggio una piccola pausa ma noi rimanevamo lì e poi la sera si andava in diretta… Tutti i giorni! Milano, Italia era la seconda serata di Raitre… Puoi immaginare che vita ho fatto per tre anni. Però Gad era bravissimo, Gad era, sai, la “televisività”…

INTERVISTATORE

No, non lo so, spiegamelo tu.

BIGNARDI

“Televisività” vuol dire capire che cos’è la tv, come funziona. Ti faccio un esempio: tra redattori ci si divideva le varie puntate, tipo: «Tu Daria segui la puntata sulle quote latte», allora io vado a Lodi a cercare gli allevatori… Perché televisione vuol dire che i tuoi virgolettati son le persone, no? Andavo a trovare le persone che poi dovevano venire nel pubblico… Perché c’erano sul palco un po’ di politici e poi c’era un pubblico parlante ed erano i redattori che dovevano trovare questo pubblico, quindi noi dovevamo trovare, la maggior parte delle volte per telefono mentre a volte andavamo proprio a trovarle, le persone che sarebbero intervenute, poi scrivevamo a Gad: «Ci sono venti allevatori del Lodigiano che dicono che è una vergogna perché…».

INTERVISTATORE

Queste spedizioni erano una cosa complessa da fare? Come facevi a prendere appuntamento?

BIGNARDI

Telefonavo all’associazione Coldiretti chiedendo di fare un incontro, per esempio… Era un programma importante, Milano, Italia, in Lombardia poi. Quindi io preparai questa puntata ed ero disperata perché la trovavo noiosissima, era molto difficile da realizzare, pensavo sarebbe andata malissimo, e Gad ebbe l’idea di portare una mucca sul palco… Guarda che nel 1992-1993 era un’idea rivoluzionaria, quindi quella sera insieme ai cinquanta allevatori arrivò una mucca che issammo sul palco e la puntata andò bene grazie a questo colpo di genio di Gad… (ride). Ho iniziato a capire lì che cosa voleva dire… Sai perché? È un istinto, o ti viene o non ti viene, c’è gente a cui non viene mai, però se hai quel senso della messa in scena, del ritmo… Certo deve essere unito ai contenuti, a quello che va detto, alla deontologia, metti tutto insieme… È stata una scuola pazzesca, io l’ho fatto per tre anni, due anni con Gad e un anno con Gianni Riotta…

INTERVISTATORE

E qual è stata la prima trasmissione che hai condotto? Chi è stato a decidere di mandarti in video?

BIGNARDI

Allora, io prima di A tutto volume avevo fatto l’inviata in un programma di Raidue che si chiamava Mixer Cultura, lo faceva Arnaldo Bagnasco, un giornalista che è mancato qualche anno fa, e credo che fu così che Minoli chiese a Riotta: «C’è qualcuno dei tuoi redattori che mi può fare da inviato su cose tipo la scuola, i libri?». E lui disse: «Secondo me la Bignardi potrebbe farlo»… Minoli mi chiamò e fece un provino a Roma, quindi ho fatto l’inviato per un anno per questo programma, lì mi videro da Canale 5 e mi chiesero di fare A tutto volume… E io nel frattempo continuavo a collaborare con Panorama, con La Stampa, con Sette, con tutti i giornali che potevo e che riuscivo… In A tutto volume si andava a registrare sempre in esterni, quindi era impegnativo, perché io facevo i lanci, che sono quella cosa terribile che non sei in diretta, ma tu hai un testo e dici: «Allora questa settimana parliamo di Il senso di Smilla per la neve», ancora mi ricordo le classifiche di quegli anni perché A tutto volume era la classifica dei libri, quindi mi ricordo il libro di Giovanni Paolo II e Il senso di Smilla per la neve… Quindi metti che andavo sul Monte Bianco per il lancio di Il senso di Smilla per la neve, andavo sotto la pioggia del Giro d’Italia per un altro libro… Quindi in realtà era un programma molto impegnativo, perché lo giravi in esterni, poi veniva montato e alla fine andava in onda, e mi prendeva parecchio tempo. È stata una cosa molto faticosa, perché io il primo anno non ero autore e lì ho sofferto come un cane: io non ho grandi doti di spettacolo quindi so dire solo le cose che mi scrivo io. È stata una sofferenza, però mi è servito, anche lì ho imparato qualcosa… Intanto, sai, il battesimo della telecamera: la telecamera è un mostro, le prime volte io dovevo bere una grappa per andare in video… Già l’inviato è più facile. La cosa difficile è quando devi fare i lanci, dire un testo, perché quello son bravi gli attori a farlo, ma non i giornalisti…

INTERVISTATORE

E invece la prima trasmissione lunga che hai fatto è stata Tempi moderni?

BIGNARDI

Sì, Tempi moderni la scrivevo io, quindi è stata la prima cosa mia…

INTERVISTATORE

Ed è venuta a te l’idea?

BIGNARDI

No, l’idea è venuta a Giorgio Gori, che era direttore di Canale 5 e voleva fare un talk show di costume, voleva che lo facesse una giornalista, ne abbiamo parlato… Io nella prima puntata invitai, era il 1998, nove coppie gay, e ricordo ancora di tutti il nome, il cognome, che cosa facevano. Cosa che adesso non sarei più in grado… Avere diciotto ospiti di cui so tutto, l’età, la storia, la vita… Era proprio una cosa viva. Sai, in quegli anni lì la società stava cambiando, non so dirti come, ma stava cambiando molto velocemente e io raccontavo queste cose che adesso sono banali e normali, come le persone tatuate o con il piercing…

INTERVISTATORE

Siamo arrivati al Grande Fratello.

BIGNARDI

All’inizio quando Giorgio Gori mi chiese se avessi voluto condurre il Grande Fratello non sapevo neanche cosa fosse ed ero intenzionata a non farlo. Giorgio mi disse che voleva una giornalista: «Guarda, è una materia incandescente, tu sei bravissima a raffreddare le cose», che è una mia particolarità. A volte i televisivi scaldano, io invece raffreddo, è una cosa che mi viene istintiva, però io non ero per niente convinta, infatti mi ricordo che ero al mare con mio figlio piccolo e venne una delegazione composta da Gori, Bassetti, Rondolino. Arrivarono una sera in Sardegna, poveracci, vomitando, perché io stavo in un posto lontanissimo da tutto, loro presero un aereo per Olbia e arrivarono la sera tutti vomitanti…

INTERVISTATORE

Quale fu la tua reazione? Il fatto che si chiamava Grande Fratello non ti diceva niente?

BIGNARDI

Io alle volte sono un po’ distratta. Sai dopo come arrivai a pensare che poteva essere interessante? Con un editoriale di Scalfari su Repubblica che diceva: «Arriva il demonio, il Grande Fratello»… Mi fece un po’ da traghettatore, Scalfari, perché comunque parlava un linguaggio che io conoscevo e mi dissi: «Be’, demonio? Interessante!», e quindi poi accettai…

INTERVISTATORE

Be’ una trasmissione diabolica… Tu sei stata la prima a fare questa cosa: sei stata la madre di questo atteggiamento empatico ma anche crudele… Con questi chiusi là dentro…

BIGNARDI

… Che tu poi li devi guidare, li devi contenere…

INTERVISTATORE

Com’erano prima e come dopo?

BIGNARDI

Guarda, nel primo Grande Fratello erano identici prima e dopo perché erano dei ragazzi normalissimi, naïf… Rocco faceva l’ingegnere, Pietro aveva la passione per i cavalli e faceva anche lui l’università, Salvo era un pizzaiolo…

INTERVISTATORE

E come ti guardavano?

BIGNARDI

Be’, per me parlare con le persone…

INTERVISTATORE

La tua forza qual è? L’empatia?

BIGNARDI

Non solo l’empatia, anche il capire quanto tu… Io per esempio so se tu sei televisivo o meno, se tu funzioneresti o no, anche se non te lo dirò. A me basta parlare con te cinque minuti e lo capisco: perché è istinto, è il mio mestiere e lo faccio da tanto tempo. E soprattutto se ti dovessi intervistare in tv io so che cosa chiederti per interessare il pubblico…

INTERVISTATORE

Fa paura.

BIGNARDI

Ma, sai, questo è il mestiere dell’autore televisivo, scannerizzare una persona subito… Questo ha molto a che fare con lo storytelling: che cos’è narrare una storia? È sentire qual è il centro di quella storia, da dove puoi iniziare, come potrebbe finire…

INTERVISTATORE

E com’è sentire la persona che poi devi usare, diciamo, in video?

BIGNARDI

Be’, naturalmente quando tu parli con una persona due cose contano: quello che racconta e come te lo racconta. E le due cose sono necessarie perché poi funzioni, perché quello che tu hai visto in quella persona lui riesca a raccontarlo agli altri. Io sono una specie di medium tra te, per esempio, e il pubblico televisivo, io traduco quello che tu hai da dire e aiuto chi sta a casa a capire in fretta. Metti che io ho dieci minuti per presentarti, io in quei dieci minuti devo far uscire la tua cosa più peculiare, più autentica, più interessante.

INTERVISTATORE

Ti senti mai un po’ manipolatrice?

BIGNARDI

No, perché io rispetto moltissimo le persone che incontro. Io per esempio non inviterei mai una persona troppo debole, che non ha i mezzi o che potrebbe fare una brutta figura. Mi è capitato, naturalmente, perché, sai, a Le invasioni barbariche avrò avuto mille ospiti, però è successo una sola volta che non avessi capito… Non ti posso dire chi fosse, era una donna… Non avevo capito che era una persona un po’ labile e che non era in condizioni di affrontare una diretta televisiva. Sennò io invito solo persone che hanno le spalle abbastanza larghe…

INTERVISTATORE

Quindi anche quando sembra che le persone a Le invasioni stiano facendo figure di merda tu pensi che loro le possano sopportare?

BIGNARDI

Sì. So dove posso arrivare, conosco il gioco e le sue regole, ed è un gioco di rispetto… Non prenderei mai la madre del suicida, non userei mai una persona al di là di quello che ti vuole dire, io ti posso aiutare a dire le cose che vuoi dire…

INTERVISTATORE

Quand’è che questa cosa è diventata attiva? Che hai detto: «Ok, da adesso guardo tutti, li scannerizzo»?

BIGNARDI

Questa cosa io l’ho sempre avuta, ce l’avevo anche a sei anni, questa è la voce dell’autore, del narratore, ce l’ho sempre avuta. Così come guardavo la mia famiglia. In Non vi lascerò orfani racconto la mia famiglia come se fosse su un set… Tu sai benissimo che quando vai alle elementari c’è quello che sa beccare il tic degli insegnanti, la frase che racconta il più bravo, la più bella… questa è una voglia, un talento che hai subito…

INTERVISTATORE

Com’era stare in mezzo al casino del Grande Fratello? C’era la gente di fuori, le macchine che arrivavano…

BIGNARDI

Guarda, era molto strano per me perché io non c’entravo veramente niente. Ma non pensare che questa sia una riflessione snob, è che proprio non faceva parte della mia vita. Intanto io andavo a Roma a fare questo programma, a Cinecittà, che era un posto che non conoscevo, dove non avevo amici… Stavo in un residence, in via della Madonna dei Monti, e il mio unico amico di quel periodo è stato l’autista, che si chiama Giovanni e tutt’ora è un mio carissimo amico, e lui quando finivo mi portava a mangiare il panino con la mortadella, la pizza… Andavo credo il mercoledì mattina a Roma, il mercoledì pomeriggio avevamo le prove e il giovedì mi preparavo, la sera andavo in diretta e il venerdì mattina tornavo a Milano. Stavo due notti a Roma. Il venerdì poi leggevo i giornali in un bar di via Cavour e c’erano tre, quattro pagine sul Grande Fratello, e a me sembrava che parlassero di un’altra persona, non di me… Già il secondo anno non ce la potevo più fare, infatti mi prendevano in giro e mi dicevano che lo facevo per telefono… No, perché il primo anno comunque c’era la curiosità, ma io comunque non c’entravo niente. Il mio rapporto con la televisione è mediato dall’essere un autore, mentre lì c’era un format quindi io potevo mettere un po’ di mio, ma ben poco, ci mettevo tutto quello che mi veniva ma…

INTERVISTATORE

Tu sei stata la prima persona a dire “nomination”, praticamente. C’è tutto un linguaggio nato quell’anno: “confessionale”, “nomination”, “la casa”…

BIGNARDI

Sì, io poi sono emiliana quindi dicevo: «La caasha»…

INTERVISTATORE

Ah, allora parliamo del tuo format, de Le invasioni barbariche e de L’era glaciale. Di chi è?

BIGNARDI

Mio, ma non è un format: sono quattro interviste una dietro l’altra! Non è che sia questa grande idea. Ora ti racconto l’iter, ma devi capire che le cose spesso succedono per caso, poi puoi pensare che il caso, come dice Flaiano, è Dio in incognito, e che nulla è un caso, però le cose si creano facendole. Nella prima puntata de Le invasioni barbariche c’erano un’intervista e quattro lunghi servizi, ma s’è capito subito che la cosa che io facevo meglio erano le interviste, che la cosa che funzionava di più erano le interviste, e quindi già nella seconda stagione le interviste sono diventate tre. Adesso le interviste sono cinque. Io in realtà tutta la preparazione la feci creando questi servizi che poi dovevano essere discussi in studio. L’idea era: lunghi servizi di otto, nove minuti… Il primo era sui giovani novizi che iniziavano il noviziato, perché era l’anno della morte di Giovanni Paolo II e quindi si parlava solo di quello. Il servizio era meraviglioso, ho fatto una settimana nei conventi, nei seminari e questi seminaristi erano meravigliosi… Io ho passato, non so, due settimane a montare questa cosa in otto minuti… Allora, un servizio di otto minuti sui seminaristi, su La7, nel 2005, avrà fatto lo 0,3 per cento di share, mentre per l’intervista io chiesi a Gori di sostituire Diego Della Valle che aveva dato buca all’ultimo, perché era l’unico, diciamo, vip che conoscevo; gli chiesi questo favore e lui accettò… Poi, un po’ alla volta, son rimaste solo le interviste…

INTERVISTATORE

Mentre la tua inquadratura chi l’ha pensata?

BIGNARDI

È del regista, col carrello, è fatta molto lentamente…

INTERVISTATORE

E tu che fai la furba…

BIGNARDI

Io non faccio la furba, io sto normale, sono anti televisiva, sto gobba… però sai, sto seduta.

INTERVISTATORE

Quali sono le caratteristiche stilistiche che definiscono Le invasioni barbariche?

BIGNARDI

Allora, sono sempre in diretta e quindi succede sempre qualcosa. È tutto molto artigianale, reale. I primi anni non vedevo mai gli intervistati finché non arrivavano, poi essendo in diretta, il secondo, il terzo, il quarto, non li vedevo fino al momento in cui entravano…

INTERVISTATORE

Quindi secondo te si crea un’intimità là davanti, così?

BIGNARDI

Be’, sì, si crea qualcosa, nel bene o nel male: può essere simpatia, può essere antipatia, può essere curiosità…

INTERVISTATORE

Ma quindi c’è gente famosa, che tu conosci da anni, che hai visto solo in quel momento…

BIGNARDI

Ma io non reputo di conoscerli, tu questo lo dici perché non lavori in tv: questo è il mio mestiere, non è che se io ho intervistato Raoul Bova conosco Raoul Bova. In quel momento io non sono io, sto facendo un mestiere dove c’è qualcosa che io so fare, mentre l’incontro è un’altra cosa, in un incontro tu sei indifeso, non hai le strutture, non hai le difese.

INTERVISTATORE

Quindi lì non c’è nessuna intimità?

BIGNARDI

Ma no, sei in diretta, in televisione, io sto lavorando, ho la responsabilità di quello che sta succedendo, devo proteggere te, non fare errori, fare una cosa divertente, fare una cosa informata, parlare delle cose di cui la gente è curiosa, ti pare che ho il tempo e la voglia di cazzeggiare? (ride, nda).

INTERVISTATORE

E ti distrai mai dalle risposte? Ti è capitato?

BIGNARDI

Se sono molto noiose sì…

INTERVISTATORE

E come fai a rientrarci dentro?

BIGNARDI

Sorrido molto. Quando tu mi vedi sorridere molto, ridere molto, vuol dire che dentro di me sto pensando a come uscirne…

INTERVISTATORE

Il tuo primo libro è del 2009 ed è un memoir. Perché hai iniziato a scrivere solo dopo la morte di tua madre?

BIGNARDI

Tu sai bene che in Italia chiunque passi per la tv o per la radio ha la chance di scrivere un libro. Proprio per questo io pensavo che non l’avrei mai fatto: perché lo trovavo poco elegante. Avendo un fanatismo letterario – scrivo di libri e scrittori da venticinque anni, perché è la primissima cosa che ho cominciato a fare quando collaboravo con Panorama – e, conoscendo molto bene tutto il mondo dell’editoria, trovavo poco elegante che io, personaggio televisivo, pubblicassi.

INTERVISTATORE

Scrivevi per conto tuo anche senza pubblicare?

BIGNARDI

Te l’ho detto, io guardo il mondo da narratore da quando avevo cinque anni, e sono grafomane, quindi ho sempre scritto. Il primo romanzo l’ho scritto a otto anni, si intitolava Illusioni perdute. Era ambientato a Londra, il protagonista si chiamava Roberto. Il primo libro l’ho scritto perché non potevo farne a meno: la morte di mia madre, con la quale ho litigato per tutta la vita, e che ho amato in un modo conflittuale e tempestoso, profondo, viscerale, come le figlie amano le madri, è stato un trauma nonostante la mamma fosse anziana, e questo trauma ha fatto sì che io non potessi fare a meno di raccontare la storia di Non vi lascerò orfani. In realtà anche quello è nato per caso, come un po’ tutto. Il direttore di Vanity Fair, quando ha saputo che mia madre era morta, mi ha chiesto con molta grazia e cautela: «Ti andrebbe di scrivere un pezzo sul dolore dell’orfano adulto? Perché è un tema che non tratta mai nessuno». Io ero nel momento dell’esaltazione, del dolore – come quando si è innamorati: quando sei fresco di lutto non pensi a nient’altro, è il tuo pensiero fisso – e dissi di sì. Non l’avrei fatto dopo sei mesi, l’avrei trovato impudico. Però beccata nel momento del dolore caldo ho detto va bene. Ho scritto l’articolo ed è successo qualcosa, perché hanno scritto moltissimi, tra i quali una persona sul blog, che ha scritto tre parole: «Scrivi un libro». Ancora non ero convinta di pubblicarlo, l’ho fatto vedere ad Antonio Franchini, che non conoscevo se non come austero e severo editor, e lui mi ha detto: «Vai avanti, tira fuori tutto», e così è nato Non vi lascerò orfani, che è stato un libro fortunatissimo, perché… Insomma, Goffredo Fofi ha scritto: «È nata una scrittrice». Allora, con il mio peccato originale, la mia lettera scarlatta della tv… Scrivo un primo libro autobiografico, un memoir, e succede che viene molto amato dai lettori e persino dai critici tra i quali Goffredo Fofi, il più esigente: a quel punto non ho più smesso di fare la cosa che comunque avevo dentro da sempre ma che mi ero un po’ inibita. Da forte lettrice sono abituata a standard alti: io tuttora quando leggo Elizabeth Strout (13) mi dico: «Ma che cosa scrivo a fare?».

INTERVISTATORE

Smetteresti di fare la televisione per scrivere e basta?

BIGNARDI

L’ho fatto. Perché io fino a che non scrivevo facevo solo la televisione, stavo in onda tutto l’anno. Da sei anni ho chiesto di essere in onda soltanto tre mesi l’anno, quindi un terzo di prima. È difficile da gestire: quando hai dei contratti, è difficile mantenere questo piccolo spazio di tre mesi l’anno. È un’anomalia, è un privilegio, e naturalmente guadagno un terzo di prima, ma non posso fare altrimenti: se non avessi nove mesi l’anno non potrei scrivere.

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