Batman, Superman, Spiderman. Che ruolo hanno nella nostra società? Alimentano stereotipi o sono terapeutici? Le risposte nel saggio “Our Superheroes, Ourselves”

I supereroi sono ovunque. Se già da tempo le loro storie non erano più solo roba per ragazzini, negli ultimi dieci anni si sono diffuse davvero a ogni livello. Il merito è soprattutto di un’infornata di film e serie tv ispirati ai mondi Marvel e DC (il 18 marzo arriva la seconda stagione di Daredevil su Netflix, il 19 X-Men Apocalisse al cinema, il 23 Batman v. Superman, ndr) che ha contribuito a mettere maschere e superpoteri al centro dell’immaginario pop.

Una simile iniezione narrativa non poteva che generare una saggistica affine. Vedi testi recenti quali La fisica dei supereroi di James Kakalios (Einaudi, 2010) o il vasto Supergods di Grant Morrison (Bao Publishing, 2013). Di particolare interesse però è una raccolta di saggi a cura di Robin S. Rosenberg, Our Superheroes, Ourselves (Oxford University Press, 2013). Il volume apre un nuovo fronte nell’analisi: considerare i supereroi come soggetti emozionali, da un punto di vista psicologico, e testando il modo in cui rispecchiano o influenzano le nostre vite. Iron Man come modello per comprendersi meglio: ha senso?

Un emulo giapponese di Batman, sulle strade di Chiba (città a sud est di Tokyo), si fa chiamare Chibatman

REUTERS/Yuya Shino

Capitan America è il sindacalista della United Auto Workers (UAW) Maryo Mendez impegnato in una protesta contro la chiusura di una fabbrica a Fremont (California)

REUTERS/Robert Galbraith

Il primo rischio è che i «superproblemi» siano in realtà una caricatura delle nostre difficoltà quotidiane: è l’obiezione sollevata da Pizarro e Baumeister, che per questo parlano di «pornografia morale». Nel mondo dei fumetti i buoni e i cattivi sono riconoscibili in maniera immediata, offrendo una visione consolatoria dei dilemmi etici la cui soluzione è sempre a buon mercato (proprio come fa il porno con il sesso). Ma se questa visione semplificata era la regola un tempo, dagli anni Sessanta le storie dei supereroi sono diventate sempre più complesse e realistiche. Nei casi migliori le loro virtù sono particolarmente fragili, soggette a dubbi e ripensamenti; e le zone grigie abbondano. In realtà, per la maggior parte dei ricercatori coinvolti queste storie possono avere un valore anche terapeutico. Lawrence Rubin li ha usati nella pratica clinica, aiutando i bambini con situazioni familiari complesse a elaborare le proprie difficoltà.

Se l’ingegno o la tecnologia di Batman sono fenomenali, è il suo essere rimasto un ragazzino solo a permetterci di identificarci davvero con lui. Tale demitizzazione progressiva, secondo Rubin, rende i supereroi di oggi così utili per un lavoro di analisi: perché alla tradizionale presenza di plot avventurosi sommano tutti i loro limiti personali. Il che ci consente di riflettere sui nostri, senza annoiarci.

Lima, Superman partecipa alle proteste nella capitale peruviana contro il vertice dell'Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC)

REUTERS/Mariana Bazo

Ma il cosmo dei supereroi può anche contribuire al mantenimento di un immaginario stantio. È il caso della rappresentazione del femminile negli universi Marvel e DC, analizzata da Elizabeth Behm-Morawitz e Hillary Pennell. In effetti, basta sfogliare un paio di albi per rendersi conto di come le supereroine siano ipersessualizzate: giovani, bellissime, con grandi seni e tutine attillate. Il che non è una sorpresa: il pubblico tradizionale dei fumetti è maschile, così come del resto la maggior parte degli autori; da cui un pantheon di eroi dominanti uomini, e una determinata stilizzazione del genere femminile. E se rappresentare delle donne con poteri e alle prese con grandi difficoltà può essere utile per rafforzare l’immagine che le ragazze hanno di sé — e aiutarle a risolvere i propri conflitti — resta il fatto che nella gran parte dei casi siano personaggi abbastanza stereotipati e marginali.

Notevole anche il saggio di Burns e Morris sulla vita tra i 9 e i 18 anni dei supereroi. Dopotutto, se c’è una cosa che ci rende tutti tristemente simili è avere un impiego, e il modo in cui i vigilanti conciliano la loro doppia vita somiglia molto al modo in cui lo fa un volontario, o una mamma: con passione e difficoltà. È il caso di due reporter molto famosi quali Clark Kent e Peter Parker (Superman e Spiderman). Ma attenzione: Clark Kent non scrive articoli solo per pagarsi le bollette; il suo lavoro è anche e soprattutto una fonte di realizzazione personale. Insomma, non basta saper volare o avere il senso di ragno per essere felice. Anzi, spesso gli eroi devono cercare la propria gioia altrove, nel mondo tormentato e conflittuale di ogni giorno. Del resto, come spiega Robert Sternberg interrogandosi su «quanto super sono i supereroi», la loro essenza non sta tanto nella gamma di poteri posseduti, quanto nel loro inesausto — e mai scontato — tentativo di non arrendersi e migliorare il mondo. È questo a scatenare il nostro senso di meraviglia, non importa quanto abusate possano apparire certe trame. Perché come dice il grande Leo Ortolani, creatore di Rat-Man, «un supereroe è qualcosa che non ti aspetti».

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