Confessioni di un paroliere che non avrebbe mai scritto canzoni, fosse stato per lui. La musica, scrive, è un entusiasmo depressivo che non uccide la noia, perché non mette a tacere se stessa

Ho cominciato a scrivere testi per canzoni perché mi fu chiesto (dalla sorte, dalla storia, dall’astuzia), e perché non lo avrei mai fatto, fosse stato per me (e così è: le canzoni non sono per me), e perché di canzoni non sapevo nulla, e continuo a non saperne nulla, e perché non ne conoscevo nessuna, una sola: Luna rossa, cantata da mio padre in falsetto, e credevo che l’avesse composta lui (la canzone napoletana è così, è di chi la canta in falsetto). Ho cominciato a scrivere testi per canzoni come rivolta, come ribellione al romanzo che io sono, perché io sono romanzo (e non volevo si sapesse). E fui romanzo giovanile, al tempo in cui chi aveva già vissuto era noioso, e chi aveva già viaggiato, e chi aveva esperienza, e chi aveva da dire, e chi aveva da fare, tutti noiosi perché comprensibili, allungatori di brodi; e le canzoni erano una cosa, allora come ora, da rimbambiti (non che pretenda chissà che, è che non pretendo, e la musichetta è in cima a ciò che non pretendo) ma duravano meno di un’epidemia, pur essendola. Non erano nel mio destino, quindi potevo considerarmi infiltrato in un altro destino, con tutti i rischi (sono veramente romanzesco). E anche per iperbole ovvero per eccesso e candore, per sottrazione e malizia, per allontanarmi dal popolo, altra figura retorica, sostituita con l’iperbole della mia macchinazione. Le canzoni non hanno niente a che vedere con il popolo e con il popolare, hanno tutto a che vedere con la massa acquirente e con il prodotto di massa: sono il suono, il canto della merce. Al di là di questa considerazione evidente, quindi secondaria, mi allontanavo dal popolo per risparmiarmi la scoperta lancinante: che non esiste il popolo. Con le canzoni mi sarei pagato la mancanza. Popolare, diffuso e amplificato è, casomai, l’ascolto, che è una disciplina e porta a risultati: la sottomissione sentimentale a una linea di condotta melodica, il soggiogamento comportamentale a una linea di condotta ritmica, l’illusione egualitaria in comunanza armonica; infine, la soddisfazione di una urgenza, quel bisogno di tirannia leggera che raggiunge l’individuo anche sotto la doccia, anche durante gli amori e i trasferimenti per diporto o fuga. Tutti vogliono essere raggiunti da qualcosa o da qualcuno, afferrati, ghermiti, abbracciati eccetera. Stavo ai fatti, e i fatti erano lo stato delle cose, erano lo Stato (penso alla canzone che fu detta di protesta o impegnata: non esprimeva che protesta e impegno convenienti, vantaggiosi per quello che si chiamava potere, stabiliva il consentito e il tollerabile in materia di ribellione, una pasticceria collusa con Maria Antonietta statista… una distribuzione di maritozzi a quelle masse, inzuccherate a velo sul muso, un bersaglio, un naso da coniglio per il randello… gli addolciti musi inebetiti dalla leggerezza industriale della musica…). Non abbiamo un popolo, abbiamo un pubblico, abbiamo il ridicolo potere degli eletti dagli elettori, quindi, ancora più tortuoso e ridicolo, il potere degli elettori, il potere autoirridente, sprezzante, il potere come livida congiura di tutti: la partecipazione.

La canzone, questa tortura senza torturatore, questa pena senza inquisizione, questa autoflagellazione, questa delazione di sé, questa autodeportazione in massa all’isola o allo stadio: quei figli dei fiori invasati, quelle lucine di già cimitero. Tutto è auto nella canzone, tutto è mezzo di locomozione che porta a sé come ultima spiaggia e ultima spiata, con le spalle al mare… il mare, una delle parole più ricorrenti nel canto, sempre secondo la lezione del paroliere Leopardi: fare che non finisca mai farla finita, e anche con viltà ossia senza amarezza, tanto per mettere il puntino di dolce sulla i di addio… insomma, che ci sia speranza alla fin fine, a conti fatti… speranza, la parola che in ogni canzone tocca il fondo e, anzi, incosciente non si ferma, non rimbalza, sprofonda, diventa significato. Quale è il significato di ogni canzone? Che c’è speranza. Insomma, c’è soltanto ipocrisia, simulazione di virtù, faccetta di cazzo e di culo, in un tutt’uno promozionale, dell’artista che ha avuto la visione: la speranza d’essere vendibile… e quell’altra parola che è sempre sulla bocca degli irresponsabili, quindi assai cantata: libertà, parola diventata insulsa e sciacquettosa, parola che solo i muti e i soffocati dovrebbero, con tanto sforzo, riuscire a fare stridere tra i denti; parola impronunciabile se solo il suo fantasma, applicato a cosette da niente, già suscita invidie e risentimenti.

“Una marcia in fa", Betty Curtis e Johnny Dorelli (1959)

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“Nel blu dipinto di blu” (1959)

Ma di che parliamo? Di che cantiamo? Parliamo di cantare la canzone… canzone, contrita o ironica, convinta o parodica (ma è sempre una parodia, come la poesia)… anzi, se ironica, peggio… l’ironia è la forma più abietta di investimento in un futuro, casomai le cose dovessero cambiare, è qual pararsi il culo con la faccia… ironico è chi già oggi si dissocia spiritosamente dall’oggi del quale è parassita… l’ironia, questa forma di vittimismo che addirittura finge e poi, peggio, realizza l’incapacità del pianto se non come di bava al posto delle lacrime.

Canzone… le canzoni più belle sono quelle che fomentano la solitudine, l’accentuano e la incitano, la gonfiano d’orgoglio, la inturgidiscono ricoprendola di un velo melenso (dolcissimo aggettivo malizioso), disponendola quindi al godimento di se stessa come cosa d’altro mondo, sfuggita a questo, evasa dallo spettacolo d’evasione. Sono belle le canzoni stimolanti la ghiandola segreta che secerne uno scandaloso languore. Belle che quasi non esistono, o dipende da te, dalla tua indulgenza, dalla grazia che ti concedi, e dal condono a te d’ogni tua pena. Sono belle quelle che ti fanno sentire finalmente sola, solo, e la sola, il solo, capace di molli crolli e di fanfaronate trionfali (cos’è la solitudine se non innalzamento e abbattimento di una tirannia, in un continuo?). Il pubblico, nel suo insieme, è il risultato di una retata. Si evade per dare un buon motivo a chi ti afferra. Ma, insomma, non è che si possa dire tutto. Teniamo in noi, per noi, forse per poi, qualche segreto. Solo in canzone tutto può essere detto senza conseguenze. Se ce ne saranno, se le parole di una canzone dovessero mai voltarsi contro o a favore di chi le ha scritte, se dovessero realizzarsi in forma di vita, questa vita sarebbe la più ridicola da vivere, senza nemmeno portare a conseguenze, essendo essa già la conseguenza, il fine senza fine, come la vite senza fine che gira e gira e gira: un’attesa in giravolte, un essere esattamente ciò che si sa d’essere: ridicoli circolanti. La fatica di una vita buttata in canzone consiste in questo, sentirsi ridicoli e darsi da fare per non sembrarlo, quindi esserlo di più (un sotterfugio da doppio lavoro, uno in chiaro, uno in nero; il chiaro: esser ridicolo; il nero: esserlo veramente senza fine). Non cantiamo che l’ovvio ossia il pensiero spensierato, e questo un po’ mi piace. L’ovvio è come la multa con mora, che arriva sempre, sempre la stessa, ancora, testarda, stordente, appassionata, mi piace, mi piace perché è scritta, è scritta qui, è una frase e non va pagata (la scrittura a questo serve: a rendere godibile un tormento).

Canzone, spensieratezza oziosa, che non combatte la noia, perché la noia è imbattibile, ma alla noia cerca di sostituirsi senza nemmeno colluttazione ma con quelle pressioni da dispetto come tra due bambocci di buon peso, o con quelle subdole penetrazioni come tra due paludi confinanti. Insomma, tutto nasce dalla rissa tra sconforto e noia di vivere in un Paese democratico. L’artista, ancora per tutto il tempo della mia vita (finché regge questa parola da varietà, artista, che non esiste in natura) non ama la democrazia. Ama la tirannia, essendo egli il tiranno (poi, magari non ne ha lo stomaco, né la costanza, e non ha il tempo, che egli ama ma con quel sentimento più forte dell’amore che è l’addio: ama perderlo). Ama il suo proprio regime totalitario di vita, quel regime che mette un freno, che soffoca, che reprime, che opprime. Ama l’oppressione, che lavora, senza volerlo e, forse, tragicamente sapendolo (lo sa, sì, l’oppressione lo sa), alla creazione di nuove forme di rivolta ossia di romanzo non romanzesco, di poesia non poetica, di pittura non pittorica, di musica senza musica. La musica, questo entusiasmo depressivo che non uccide la noia perché la musica non mette a tacere se stessa. Chi è nello sprofondo della noia non ascolta la musica, è già musica, è già bello e composto, è già eseguito, col soffio, con l’arpeggio, col pizzicato, e col mazzuolo della grancassa. È già frutto dell’accoppiamento dell’annoiata o dell’annoiato con lo strumento sul quale essi diteggiano sperando; è la fine di un pomeriggio afflitto, che muore davanti a quel tramonto per rondini che è uno spartito, quei cinque fili, quei cinque posatoi, con voli sopra e sotto, acuti e sopracuti, o grevi e pesanti. La musica è noia conquistata, annessa, inclusa, se dolcissima meglio, come sapeva Chopin. Ogni esecuzione musicale è veramente una esecuzione e, per di più, vendicativa. Si sta nella musica come nel pieno di una vendetta sentimentale, qualsiasi sia il sentimento da vendicare, vuoi col zumpappà vuoi col pianoforte preparato, caricato a chiodi e ferraglia mica per niente.

Il debutto di Teddy Reno (1953)

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La sola voce cantante di un popolo è quella che riesce a nominare la rosa in una sciocca canzone senza che la rosa sembri una parodia fiorita ma sempre e solo una rosa talmente insensata da essere veramente una rosa ossia finalmente incomprensibile ossia fuor di metafora. Sei una rosa, tu? No? Non la sei. E allora che ne sai? Non c’è rosa senza rosa, tu sei escluso. L’autentica voce di un popolo canta il tutt’altro, canta l’avversione, canta a vanvera, canta senza senso, perché canta contro ogni senso che l’ha oppressa e soffocata. E vorrebbe restare incompresa, senza gradimento né consenso ovvero senza trucco e senza inganno. Senza nemmeno storia perché, poi, la storia rovina qualsiasi giorno di qualsiasi vittoria. Ma qui, nel mondo e non nella rosa, tutto è comprensione per somiglianza e imitazione, tutto è parodia ovvero servilismo, compreso il peggiore: il servilismo alla propria petulanza d’esserci come cane sottomesso al proprio scodinzolio, che non è cosa canina (perché i cani hanno una testa) ma umana sì. Abbiamo code da leggere, da guardare, da metterci in coda per visitare la coda, code senza corpo, code mosse: certi romanzi, certa poesia, certe istallazioni di certi artisti, certe pitture, certe architetture, certe opere senza tirannia, quindi senza offesa alla stessa tirannia. Code alla vaccinara senza il dispotismo del sedano: stavano meglio attaccate al manzo. Altro che icone e quintessenze di non si sa che o di uno scipito mondo migliore, ci facciano il piacere (che mai ci faranno).

E qui la smetto di cantare anch’io, ma le canzoni continueranno, contrite, afflitte, spiritose, sceme e fintosceme (quindi più che sceme), continueranno, queste parodie di voci popolari, questi lamenti, questi piagnistei, questi guaiti sofferenti perché il passo dell’esistenza ha pestato qualche coda, questo spirito di patate, queste fritture d’aria, questi amori ninna nanna, questa collusione commerciale con un pubblico. Queste canzoni, come quelle palline leggere tenute in aria da un soffio, figurano il ballonzolo dell’orrore raggiunto dall’umanità. Quando tutto sembra accadere altrove e qui se ne vivono gli aspetti caricaturali, le macchiette, gli schizzi marginali. E poi, alla fine, dove c’è musica non c’è poesia. E la poesia, per esserci a forza, crea mostri: i poeti viventi, le creature viventi, i cantori. Anche me, che sono un espediente, una romanza. Tolta la musica: un romanzo.

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